Gli oceani si salvano anche con l’arte

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Oceani

L’artista Maria Cristina Finucci con il progetto Wasteland ha creato il Garbage Patch State, il primo Stato delle Isole dei rifiuti di plastica

 

L’oceano copre oltre il 70% del Pianeta. È la nostra fonte di vita. Supporta il sostentamento dell’umanità e di ogni altro organismo sulla Terra. Produce almeno il 50% dell’ossigeno, ospita la maggior parte della biodiversità terrestre ed è la principale fonte di proteine per oltre un miliardo di persone in tutto il Mondo. Per non parlare del fatto che è fondamentale per la nostra economia, con circa 40 milioni di persone impiegate nelle industrie collegate. Nonostante tutti i suoi benefici, gli oceani rischiano però di “morire” e mai come ora hanno bisogno dell’aiuto di tutti noi. Infatti secondo gli ultimi dati pubblicati dalle Nazioni Unite, in occasione della Giornata Mondiale che si celebra oggi sabato 8 giugno, ogni anno circa 11 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani.

E la drammatica previsione è che questa enorme quantità di detriti si potrebbe triplicare entro il 2040. Si sono formate delle enormi isole di rifiuti plastici con una superficie stimata in 16 milioni di chilometri quadrati, circa 40 volte l’Italia.

Il progetto Wasteland

Per evidenziare la gravità del problema è nato un progetto artistico “Wasteland” presentato dalla straordinaria creatività dell’architetto-artista Maria Cristina Finucci che ha pensato di rappresentare visivamente il problema delle “isole” di plastica negli oceani, trasformandole in uno Stato con bandiera, costituzione e anagrafe, ministri e ambasciatori. L’11 aprile 2013, con una performance su un’installazione che raffigurava una di queste, è stata dichiarata l’indipendenza dello Stato delle Isole di Rifiuti, il “Garbage Patch State”, (www.garbagepatchstate.org) presso la sede dell’Unesco a Parigi.

Cristina Finucci, come capo di uno Stato ha firmato l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Un’iniziativa attraverso la quale si è svelata una verità che altrimenti sarebbe rimasta celata e che ci ricorda che si tratta di una Nazione, di uno Stato composto da bottiglie, bicchieri, piatti, pezzi di plastica di tutti i tipi appartenuti a ognuno di noi. Ma c’è dell’altro, infatti l’impegno di Maria Cristina Finucci ha portato a lanciare, a modo suo, un grido d’allarme: “HELP”, nelle sedi più significative di tutto il Mondo, come ci ricorda il presidente della Fondazione “Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo”, Emmanuele F.M. Emanuele: «con tonnellate di tappi, accorpati in reti policrome e ingabbiati in uno scheletro di metallo, l’artista ha disegnato la parola: ”HELP” come grido dell’umanità sensibile a questo tema affinché il disastro ambientale non prosegua».

Perché creare uno Stato artificiale

«Sono passati più di dieci anni da quando ho iniziato questo progetto» spiega Maria Cristina Finucci «ho avvertito già allora il grave pericolo in cui versava e continua a versare la nostra esistenza su questo Pianeta, che stiamo distruggendo con le nostre azioni, ormai in modo consapevole. Il mio percorso è iniziato con la denuncia del problema della plastica, specialmente la microplastica e la nanoplastica negli oceani. Così ho creato installazioni monumentali in diverse parti del Mondo per stimolare la consapevolezza e promuovere il cambiamento necessario in luoghi spettacolari e fortemente simbolici come il Foro Romano e il palazzo di Vetro dell’Onu, ma anche in altre grandi Città europee da Milano a Parigi e Madrid».

Oceani

«E devo dire che la risposta è stata molto positiva: la stampa nazionale e internazionale ha coperto in maniera importante sia il lancio del Garbage Patch State, sia i suoi successivi sviluppi. Ma non c’è orgoglio in tutto questo perché sono sicuramente l’unico capo di Stato che vorrebbe vedere il suo territorio diminuire e scomparire. Purtroppo devo constatare che nonostante sia aumentata la consapevolezza nei confronti delle tematiche ambientali i risultati concreti non si vedono ancora».

Le specie marine sono a rischio

E infatti le peggiori previsioni si stanno avverando. I pericoli non arrivano solo dall’inquinamento. Secondo il WWF un terzo degli oceani del Mondo e due terzi delle piattaforme continentali marine sono attualmente sottoposte a sfruttamento intensivo per attività di pesca con conseguenze drammatiche per l’ambiente. L’80% delle riserve di pesce è compromesso fino a raggiungere o superare il livello massimo di sostenibilità, con il rischio estinzione per molte specie. Esistono più di 400 “zone morte”, che coprono una superficie pari a 250 mila chilometri quadrati, dove la maggior parte degli organismi marini non riesce più a sopravvivere. Con il 90% delle popolazioni di grandi pesci impoverite e il 50% delle barriere coralline distrutte, stiamo prendendo dall’oceano più di quanto possa essere reintegrato.

Accordo di Nairobi

Gli allarmi sono ormai sempre più frequenti al punto che le Istituzioni non possono più ignorarli. La situazione è talmente grave che a livello internazionale è stato creato un organismo di studio indipendente, voluto da enti pubblici e privati e da associazioni ambientaliste, denominato “Global Ocean Commission” che ha fornito indicazioni utili che sono sottoposte all’attenzione delle Nazioni Unite, per invertire il degrado in cui versano gli oceani e fermare la corsa allo sfruttamento indiscriminato delle loro risorse naturali.

E qualche segnale significativo si inizia a intravvedere: i Capi di Stato, ministri dell’Ambiente e altri rappresentanti di 175 Nazioni hanno formalmente approvato a Nairobi una risoluzione storica intitolata “End Plastic Pollution: Towards an international legally binding instrument” per porre fine all’inquinamento da plastica e creare un accordo internazionale giuridicamente vincolante che sarà pronto entro la fine del 2024 affrontando l’intero ciclo di vita della plastica, dalla progettazione, alla produzione e allo smaltimento. «Questo è l’accordo ambientale multilaterale più importante dall’accordo di Parigi» ha affermato Inger Andersen, direttore esecutivo dell’UNEP, il programma dell’Onu per l’Ambiente «è una polizza assicurativa per questa generazione e per quelle future che potranno convivere con la plastica e non esserne condannate».

 

 

Orazio Parisotto

Foto ©: Finucci, Anter, Tom Shlesinger, European Union

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Orazio Parisotto
Studioso di scienze umane e dei diritti fondamentali, è fondatore e presidente di Unipax, Ngo associata all’UN/Dgc Department of Global Communications delle Nazioni Unite e all’ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile - Agenda 2030 dell’Onu. Già consigliere-administrateur al Parlamento europeo è autore di numerosi saggi e pubblicazioni sull’Ue, i diritti dell’uomo e la pace. Su questi temi ha realizzato progetti educativi multimediali su piattaforme digitali (web giornali radio, web tv e strumenti didattici in e-learning), in collaborazione con l’Unione europea e ha promosso il “Progetto pilota di Educazione Civica per un Nuovo Umanesimo” per le scuole superiori. Scrive come editorialista su varie testate specializzate in relazioni internazionali e ha un Blog su geopolitica e diritti umani. È coordinatore del Comitato Promotore del Progetto United Peacers - The World Community for a New Humanism ed è membro del Comitato Scientifico dell'Università Internazionale per la Pace

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