È l’unica tappa europea di una selezione preziosa di oggetti, esposti fino al 21 luglio prossimo, per capire una visione del Mondo diversa dalla nostra
Fino al 21 luglio 2024, il Museo Rietberg di Zurigo ospita la mostra “Più che oro. Lustro e visione nel mondo della Colombia indigena”, concepita e realizzata dal Los Angeles County Museum of Art (LACMA), dal Museo del Oro di Bogotá, dal Museum of Fine Arts di Houston insieme ai membri della comunità indigena degli Arhuaco in Colombia. È un’occasione unica per scoprire la visione dei popoli che vissero e vivono nell’area della Sierra Nevada de Santa Marta, attraverso oltre 400 oggetti, dalle ceramiche a oggetti votivi in oro di alto valore simbolico. Quella di Zurigo è l’unica tappa europea di questa mostra.
Il sogno dell’El Dorado
La prima cosa che colpisce il visitatore è ovviamente l’oro. Le figure umane, gli ornamenti di vario genere e da naso, i pettorali sono meravigliosi e ci raccontano di civiltà abilissime nella metallurgia. Quello che “Più che oro” insegna è ad andare oltre la visione dei conquistadores spagnoli che dal XVI secolo depredarono queste terre abbagliati dal sogno del El Dorado, convinti di trovare regni perduti e traboccanti di oro e ricchezze favolose.
Conta il rapporto col cosmo
L’oro, in effetti, c’era, ma i popoli indigeni non lo associavano al potere e al fasto dei sovrani, come in Europa. Buona parte degli oggetti esposti non era destinato a essere indossato e sfoggiato, ma serviva come corredo funebre, come oggetto rituale da utilizzare in occasioni speciali o da deporre in luoghi naturali sacri. In Colombia non c’erano vasti imperi, ma piuttosto tante piccole realtà collegate fra loro e autonome, dove non erano le armi o i guerrieri a detenere lo status più elevato. I capi avevano prestigio, ma era la relazione con il cosmo e il sovrannaturale a rendere una persona importante, non le ricchezze.
La collaborazione con gli Arhuaco
Il secondo elemento di stupore di “Più che oro” è il coinvolgimento nella realizzazione della mostra di una popolazione indigena attuale, gli Arhuaco, che vivono tuttora sulla Sierra Nevada de Santa Marta. Sono infatti 1,45 milioni i cittadini colombiani odierni – su una popolazione di oltre 51 milioni di persone – discendenti delle antiche culture autoctone e parlano 65 lingue diverse.
Eredi della civiltà Tairona
L’arrivo degli europei nelle Americhe si è tradotto in un genocidio: non solo per mano armata, ma soprattutto con la diffusione degli agenti patogeni che decimarono le popolazioni autoctone. Ha del miracoloso, quindi, pensare che due studiose del LACMA abbiano potuto collaborare per sette anni con gli Arhuaco, che si ritengono eredi dall’antica civiltà scomparsa Tairona, per creare questa mostra. La loro voce rende vivi dei reperti archeologici e ci aiuta a capire come erano usati. Un esempio? Gli oggetti rituali ancora utilizzati per il consumo delle foglie di coca: un sacchetto di tessuto per le foglie, il poporo (contenitore della calce mischiata alle foglie) e un bastoncino che serve a mescolare.
Il legame con la divinità
La coca, come il tabacco e altre piante, per gli Arhuaco hanno un valore medico e psicoattivo. Non sono droghe. Sono sacre e rappresentano un legame con la divinità, aumentando la consapevolezza dell’individuo. In alcune società, il rito di masticare le foglie di coca è riservato ai maschi adulti. Secondo gli Arhuaco, il Mondo è fatto di esseri viventi interconnessi. La comunicazione fra di loro non è basata solo sulle parole, ma passa attraverso il pensiero. Pensare per prendersi cura dell’universo: gli Arhuaco si sentono investiti del compito di proteggere con il loro pensiero gli alberi, il vento e l’aria, il sole che insieme ci garantiscono la vita.
L’attenzione per la natura
Gli antichi popoli della Colombia non ci hanno lasciato grandi Città come Macchu Picchu o testi scritti per comprendere il loro pensiero. Ma grazie alle voci di chi rappresenta oggi un filo fra i popoli indigeni scomparsi e i loro discendenti possiamo conoscere in parte la loro visione, la loro attenzione agli equilibri degli ecosistemi e la capacità di vivere nell’ambiente naturale senza distruggerlo.
«La nostra vita è un modo di scrivere la storia, bisogna preparare l’antenato che noi stessi saremo», afferma Mamo Camilo Izquierdo, capo arhuaco. E come dargli torto? La terra appartiene anche alle generazioni future, che ci saranno solo se sappiamo essere dei futuri antenati, cioè se non distruggiamo le risorse che il padre della Terra, secondo il popolo colombiano Kaggaba, ci ha affidato. I reperti presentati dalla mostra “Più che oro” sono messaggeri: servono a stabilire connessioni fra gli spazi sacri e le comunità umane, il cui obiettivo deve essere “mantenere la Terra, preservare l’equilibrio in natura e fra le persone”, come dice Mamo Camilo.
Protetti dalla Costituzione
Visitare “Più che oro” è anche un’occasione per ricordare che la Colombia di oggi non è solo il Paese devastato dai narcotrafficanti. Fin dal 1986, il presidente Virgilio Barco Vargas ha lavorato per creare un sistema di territori autonomi per i popoli indigeni, riconosciuto dalla Costituzione del 1991. Nessun altro Paese sudamericano ha raggiunto un simile risultato, sancendo il pluralismo e la multiculturalità come principio fondante nella carta costituzionale. Oggi i popoli indigeni discendenti dalle civiltà scomparse non lottano solo per la loro sopravvivenza culturale, ma anche per essere parte attiva nel futuro della Colombia. Il ruolo svolto dagli Arhuaco al fianco degli archeologi in questa mostra rende testimonianza anche di questa visione.
Maria Tatsos
Foto © Museo Rietberg, Jorge Mario Arango, Clark M.Rodriguez, The Museum of Fine Arts Houston, Maria Tatsos













