Il punto principale in discussione quest’anno sono i fondi messi a disposizione dai Paesi più sviluppati a quelli in via di sviluppo
La Cop è il principale appuntamento annuale in cui si riuniscono tutte le parti firmatarie della Convenzione Quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite, l’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change). Nata nel 1994, a seguito del Summit della Terra di Rio de Janeiro, è firmata da tutti i Paesi Onu.
La più importante conferenza internazionale sul clima
Cop è una sigla generica che significa “Conferenza delle parti”. I firmatari di un accordo internazionale si incontrano periodicamente per fare il punto.
Se quella sul clima è diventata la Cop per antonomasia, ce ne sono anche su altri trattati internazionali, come quella sulla non-proliferazione nucleare, oppure sulla biodiversità. Quella che si svolgerà a Baku, in Azerbaijan, è l’unica occasione nella quale ogni Paese ha un voto che vale come quello degli altri, al di là dalla popolazione, del Pil e della notorietà. Questo è un aspetto importante, perché i comunicati finali devono essere approvati all’unanimità e il voto di un piccolo Stato vale quanto quello della Cina o degli Stati Uniti. È l’essenza del multilateralismo.
C’è da dire però che la piena partecipazione a queste conferenze, per diversi Paesi in via di sviluppo, può essere difficile. Ad esempio, alcuni molto piccoli e a basso reddito non dispongono sempre di esperti propri. Spesso inviano una delegazione governativa composta anche da esperti stranieri. I Paesi più ricchi si dotano di un inviato speciale per il clima; si tratta di una specie di ambasciatore, che può essere naturalmente un diplomatico, ma non necessariamente. In Italia, ad esempio, è una figura più tecnica.
La Ue si presenta con una posizione unitaria
Le Cop sul clima sono particolarmente seguite dall’opinione pubblica internazionale. Oltre ai Governi ci sono tanti osservatori come Ong, enti no profit e anche organizzazioni internazionali come la Banca Mondiale, l’Unione africana, o altre agenzie dell’Onu.
L’Unione europea, pur non essendo tecnicamente una delle parti firmatarie, parla a nome di tutti i Paesi Ue. Prima di ogni Cop, il Consiglio dei ministri dell’ambiente dà mandato alla Commissione di rappresentare tutti gli Stati membri con una posizione comune. Tale mandato non impedisce naturalmente ai singoli di adottare iniziative complementari.
I temi principali in agenda alla COP 29
Il punto principale in discussione quest’anno viene definito con un acronimo poco intuitivo: NCQG, che sta per New Collective Quantified Goal on Climate Finance. In parole povere si parla di fondi messi a disposizione dai Paesi più sviluppati a quelli in via di sviluppo. Si discute in effetti della fase successiva di quanto introdotto alla Cop15 di Copenaghen, il contributo di 100 miliardi di dollari all’anno che sarebbero dovuti essere stanziati entro il 2020. È da chiarire che tale contributo non è a fondo perduto. Si parla di prestiti a tassi agevolati, ma prestiti. Un aiuto così concepito di fatto aumenta il debito pubblico dei Paesi in via di sviluppo.
Di conseguenza, il punto importante non è solo quanti soldi mettere a disposizione, ma anche come farlo. Basti pensare che, ad esempio, in diverse parti del Sud globale ci sono Nazioni che già oggi spendono più in interessi sul debito che in sanità. Per risolvere questo problema sarà fondamentale il dialogo fra i Governi e le altre grandi istituzioni internazionali, come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale che regolano il sistema finanziario globale. Il tema principale è, dunque, non solo l’ammontare degli aiuti messi a disposizione ma il modo, che al momento non risponde alle necessità dei Paesi in via di sviluppo.
La funzione del Paese ospitante
Essere presidente della Cop è come essere una specie di arbitro, di moderatore dei negoziati, ma che ha anche un potere di influenza. La presidenza può intervenire su una situazione di stallo per sbloccarla, oppure decidere di evitare argomenti difficili pur di giungere a un compromesso fra le parti. Ovviamente molto dipende dal prestigio e dal carisma della presidenza.
Nella precedente edizione, la Cop 28, il presidente Sultan Al Jaber, di fronte a uno stallo dei negoziati, ha deciso di prendere in mano la situazione e convocare tutte le parti in una specie di conclave. Si è trattato di una modalità non prevista dai regolamenti dell’Onu, ma che ha permesso di sbloccare la situazione e arrivare all’accordo storico della Cop 29. Il documento finale ammetteva la necessità di abbandonare le fonti fossili. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il carisma di Al Jaber e il prestigio di cui godono gli Emirati Arabi Uniti.
Tutti hanno il proprio ruolo
Alla Cop i Governi partecipanti hanno il voto finale sulla dichiarazione. Tuttavia, in termini di dibattito, tutti gli osservatori hanno accesso alle sale dei negoziati, infatti, si trovano negli stessi spazi in cui sono le delegazioni governative. Ogni Paese ha un padiglione-ufficio, in cui si trova la delegazione nei momenti di pausa tra una sessione e l’altra. In tali ambienti ci sono anche parti accreditate alla Cop e invitate al seguito delle delegazioni governative. Ad esempio, l’Italia dispone di un proprio padiglione che, oltre a includere gli uffici della delegazione, ospita anche uno spazio eventi.
Non solo Ong
Fra i vari tipi di accrediti UNFCCC c’è quello destinato alle imprese. Alcune di queste rappresentano le aziende “oil & gas” che producono combustibili fossili. La presenza di questi osservatori viene spesso criticata da molti commentatori. Tuttavia, la transizione energetica globale deve passare necessariamente dalle aziende oil & gas. Non si può pensare che un cambiamento epocale di queste dimensioni possa essere fatto senza il concorso e la partecipazione di tutti gli attori coinvolti. Soprattutto quando questa transizione si porta dietro importanti livelli occupazionali. Ovviamente il dibattito che ne segue dovrebbe essere concepito in un comune obiettivo di cambiamento verso la sostenibilità. Tali aziende hanno la possibilità e soprattutto i mezzi per porsi come attori del cambiamento. Che vogliano farlo, ovviamente, è un altro discorso.
Nicola Sparvieri
Foto © Civica, Heraldo, Euractiv Italia, Human Rights Watch













