Nata come branca delle neuroscienze, coglie il nesso tra strutture neurali e interazioni, basandosi su un cervello sociale
Il prefisso “neuro” è ormai associato a numerosi ambiti di ricerca, al punto da rendere sempre più sfumate le distinzioni tra essi. Se da un lato questo può sembrare una tendenza superficiale, influenzata dalle neuroscienze nel contesto della ricerca sociale contemporanea, dall’altro non si può ignorare il tentativo di costruire un ponte tra discipline che, per lungo tempo, sono rimaste separate. La sociologia, così come la psicologia e l’antropologia, riconosce l’importanza di adottare una prospettiva multidisciplinare, che le consenta di esplorare ambiti di ricerca che, inizialmente, potrebbero sembrare incompatibili. Se nel corso del suo sviluppo la sociologia ha interagito con l’economia, la statistica, la scienza politica e persino con la biologia e la psicologia, come potrebbe non farlo anche con le neuroscienze? È evidente l’importanza della psicologia nel facilitare la connessione tra neuro e sociale, in un ipotetico continuum in cui la psicologia occupa una posizione centrale.
Cosa intendiamo per “neurosociologia”?
La neurosociologia può essere vista come una branca delle neuroscienze che esamina le interazioni sociali e il processo di socializzazione in relazione alle strutture e alle funzioni del sistema nervoso, come affermato da Massimo Blanco, autore del primo manuale italiano sull’argomento. Il termine fu introdotto nei primi anni Settanta del XX secolo grazie agli studi del neurochirurgo Joseph E. Bogen e del sociologo Warren D. TenHouten. Queste ricerche furono condotte in collaborazione con Philip J. Vogel, un altro neurochirurgo, che per primo eseguì gli interventi di split brain, ovvero la separazione degli emisferi cerebrali. Bogen e TenHouten segnarono l’inizio della disciplina con la ricerca intitolata “Rapporto sulla lateralizzazione emisferica”, nella quale vennero evidenziate significative differenze nell’uso degli emisferi cerebrali tra uomini e donne e tra individui provenienti da diverse culture.
L’obiettivo è integrare lo studio delle neuroscienze con quello della sociologia. In particolare, questa disciplina esplora la relazione tra strutture neurali e interazioni sociali, cercando di comprendere come questi due elementi si influenzino reciprocamente. Come scienza applicata, si concentra su come trasferire i risultati della ricerca neurobiologica a tematiche di natura sociale, in particolare a livello “microsociologico“, ossia studiando le interazioni umane in contesti più ristretti, come la famiglia e i gruppi di pari. I metodi impiegati nella neurosociologia combinano le tecniche qualitative delle scienze sociali con i risultati delle indagini neurofisiologiche. Al giorno d’oggi, è un settore emergente che mira a rendere applicabili le odierne conoscenze sul sistema nervoso in ambiti come l’educazione, la devianza e la salutogenesi.
Il cervello sociale
L’interesse della sociologia per le neuroscienze diventa ancora più rilevante se consideriamo come il cervello umano sia essenzialmente un “cervello sociale“. Con questo termine, si fa riferimento alle strutture e alle funzioni cerebrali coinvolte nelle interazioni e nelle relazioni sociali. Gli esseri umani sono gli unici a trascorrere così tanto tempo con i loro caregiver, il che implica che le nostre connessioni neuronali non dipendano solo da fattori biologici innati, ma siano frutto delle esperienze di socializzazione. Le nostre capacità relazionali e le intelligenze multiple rappresentano strumenti cruciali per la sopravvivenza e lo sviluppo. È stata infatti dimostrata l’esistenza di circuiti cerebrali che partecipano alla formazione della consapevolezza di sé e all’empatia. Vediamo che il cervello sociale si basi su due elementi fondamentali: i neuroni specchio e la teoria della mente.
Neuroni a specchio
I neuroni specchio si attivano quando osserviamo le azioni o le espressioni emotive degli altri. In altre parole, quando vediamo qualcuno compiere un’azione, il cervello reagisce come se stessimo eseguendo quella stessa attività. In questo modo, l’essere umano tende ad appropriarsi dei sentimenti e delle emozioni degli altri. Questi neuroni speciali si trovano principalmente nel lobo frontale, che è associato al movimento e alla sensibilità al tatto, ma anche nel lobo parietale, che fornisce l’immagine corporea e le informazioni sensoriali, e infine nella corteccia insulare e nel cingolo, entrambe aree coinvolte nelle emozioni e nel dolore. I neuroni specchio sono responsabili del cosiddetto “effetto contagio“, uno dei meccanismi chiave del cervello sociale. Come suggerisce il nome, questo effetto permette la trasmissione automatica di emozioni e sentimenti tra le persone. Ciò che succede, dunque, è che tendiamo a imitare ciò che percepiamo nell’ambiente che ci circonda.
Teoria della mente
Un altro elemento fondamentale del cervello sociale è la teoria della mente. Questa capacità ci consente di attribuire intenzioni o pensieri non solo ad altre persone, ma talvolta anche a entità diverse. Essa ci permette di riflettere sul nostro stato mentale e su quello degli altri, principalmente attraverso segnali corporei. La percezione di sé e degli altri comprende emozioni, sentimenti, credenze e altri stati interiori. Inoltre, la teoria della mente ci aiuta a prevedere i comportamenti nostri e degli altri di fronte a determinati eventi. In genere, questa capacità non è esercitata deliberatamente, ma in modo intuitivo.
I neuroni specchio e la teoria della mente sono i due pilastri del cervello sociale e della sua espressione più complessa: l’empatia. Definita come la capacità di comprendere l’altro nei suoi termini, ossia mettersi nei panni degli altri. Sebbene nasciamo con il potenziale per sviluppare empatia, non è detto che questo accada in ogni caso. In condizioni “normali”, tutti gli esseri umani sarebbero in grado di immedesimarsi negli altri. Tuttavia, le esperienze individuali e l’educazione ricevuta possono influenzare negativamente questa capacità, portando a comportamenti poco empatici, scarsamente adattivi o a pregiudizi.
Una sfida affascinante su cui puntare
Oggi sappiamo che le relazioni sociali sono essenziali per la nostra sopravvivenza, poiché le esperienze di socializzazione influiscono biologicamente sui neuroni e trasformano le strutture cerebrali. Le relazioni sociali, dunque, sono cruciali per la nostra salute e per la qualità della nostra vita. Le scienze biologiche e sociali stanno cercando di collaborare, dando vita a un connubio impensabile fino a pochi decenni fa, racchiuso nel termine “neurosociologia”. La neurosociologia rappresenta una sfida affascinante, un obiettivo verso cui puntare, una disciplina che dovrebbe essere integrata nelle terapie di supporto, come il counseling, liberando la relazione di aiuto da approcci scientifici rigidi e aprendo la strada a nuovi paradigmi di cura, o meglio, di salute.
Ottavia Scorpati
Foto © Lupmed Portal, Prudent RX, NetOkulu, Adina Amironesei blog













