“Il seme del fico sacro”

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Il seme del fico sacro

Un dramma familiare per raccontare il sociale, diretto da Mohammad Rasoulof condannato più volte dalla corte rivoluzionaria iraniana

Vincitore nella sezione speciale al Festival del Cinema di Cannes, “Il seme del fico sacro” è un film diretto da Mohammad Rasoulof, una co-produzione iraniano-franco-tedesca realizzata senza il benestare del Governo iraniano, candidato all’Oscar 2025 nella categoria miglior film straniero in rappresentanza della Germania. Mohammad Rasoulof dal 2010 fino ad oggi è stato condannato più volte dalla corte rivoluzionaria iraniana che, attraverso azioni di censura, non limita il regista solo come individuo, ma anche nella sua libertà artistica di espressione. Nessuno dei suoi film infatti è stato mai distribuito in Iran.

Il regime di oppressione

Il cineasta ha però sempre riscosso approvazione e successo in tutto il Mondo. Con il film “Il male non esiste” (2020) ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino e con “Il seme del fico sacro” ha messo insieme un cast che rappresenta un tesoro prezioso per raccontare una storia sui poteri forti e la difficoltà di passare dalla tradizione a una modernità ancora lontana dall’essere accettata. Distribuito da Lucky Red e BIM Distribuzione e ambientato a Teheran, il film tratta la storia di una famiglia iraniana in un arco narrativo che segue gli avvenimenti dell’Iran negli ultimi 50 anni circa. Tutto ha inizio con i festeggiamenti per la promozione di Iman, padre di famiglia e marito, a giudice istruttore del Tribunale della Guardia Rivoluzionaria, che coincidono con il nascere del movimento di protesta popolare a seguito della morte di una giovane donna.

La promozione di Iman

Iman da una parte é onorato di essere scelto per questo nuovo ruolo, ma dall’altra sente la pressione psicologica per il suo nuovo ruolo. Mentre le sue figlie, Rezvan e Sana, sono scioccate e immerse da eventi accaduti ad altre ragazze che hanno più o meno la loro età. Decise a cambiare le cose e il senso del ruolo femminile dibattono con la madre Najmeh, che cerca di barcamenarsi fra il ruolo di madre e quello di moglie devota, per tenere insieme la famiglia.

Ad Iman è consegnata una pistola perché possa svolgere al meglio il suo compito e lui la mostra in famiglia, ma poco dopo, scopre che l’arma d’ordinanza è sparita. I sospetti, ovviamente sono rivolti verso le tre donne che sono anche interrogate dalle autorità del luogo. Lui, deciso a spaventato dal timore di rovinare la sua reputazione e di perdere il lavoro, diventa sempre più paranoico e inizia, in casa propria, un’indagine per scoprire la realtà dei fatti. La madre sembra scrollarsi di dosso il ruolo della moglie sempre ubbidiente per sostenere le figlie nel percorso di emancipazione.

Il regista in Italia

Il regista giunto in Italia a gennaio per presentare l’opera ha esordito dicendo che molte delle cose che accadono in Iran non sono ancora raccontate. «Per esempio, durante le prime decadi hanno giustiziato migliaia di persone e nessun regista iraniano è riuscito a farci un film. Il seme del fico sacroC’è un passato pieno di storie affascinanti che andrebbero raccontate. Circa cinque anni fa, quando non avevo il passaporto e non potevo lasciare il Paese, ho pensato di fare un film d’animazione, basato sugli archivi. Oggi siamo in un mondo interconnesso. Varie generazioni di artisti iraniani sono in esilio, ma questo in realtà ci dà speranza: vuol dire che oggi è possibile raccontare storie che abbiano a che fare con il vissuto quotidiano delle persone in Iran. Storie che abbiano una connessione globale grazie anche ai social».

Meccanismi

In questo caso dunque i social ottemperano a una funzione importante e permettono di esplorare le tematiche che riguardano il ruolo di moglie in Iran, il rapporto padre/figlie che purtroppo non sapevano quale fosse il ruolo del loro padre nel meccanismo di potere e oppressione dello Stato. Lo scoprono soltanto quando la loro amica Sudaf è ferita pesantemente e cercano di disarmare Iman.

Per ciò che concerne la parte finale del film, il cineasta sostiene che: «Tornare alla casa paterna rappresenta il ritorno al passato, all’ombra del santuario, che indica come in Iran viviamo sempre all’ombra della religione. Nella scena in cui Sana, la figlia piccola, si trova in quel ripostiglio pieno di cassette musicali e altri oggetti, voglio indicare che la cultura iraniana è molto più ampia di quello che il potere vuole mostrare». Il regista mostra in questo modo di amare la sua terra ma di voler rendere consapevoli gli spettatori di ciò che ancora non va esortando a un cambiamento e a una trasformazione.

Un film che vale decisamente la pena di vedere per cogliere l’essenza di quanto questo coraggioso regista ha inteso raccontare.

 

Paola Dei

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