29 maggio 1453: 572 anni dalla caduta di Costantinopoli

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Costantinopoli

Mehmet II riconsacrò Hagia Sofia, il tempio della divina sapienza, a moschea. Oggi, Erdoğan vorrebbe farla diventare di nuovo luogo di culto islamico

Ricorre giovedì prossimo 29 maggio il 572° anniversario della caduta di Costantinopoli, fine formale dell’Impero Bizantino e oggi considerata fra gli eventi che segnarono il passaggio dal Medioevo all’era moderna.

Costantinopoli fu fondata nel 330 d.C. sotto l’imperatore romano Costantino I. Negli undici secoli successivi, la Città fu assediata molteplici volte, ma fu conquistata precedentemente soltanto durante la Quarta Crociata nel 1204. I crociati proclamarono l’Impero latino di Costantinopoli, che comprendeva la Città e alcuni territori circostanti, mentre il resto dell’Impero si divise in una serie di Stati successori, come Nicea, Epiro e Trebisonda.

Il commercio europeo con l’Asia era entrato in crisi

I Nicei riuscirono ad eseguire la riconquista di Costantinopoli a scapito dei latini nel 1261, ristabilendo l’Impero bizantino sotto la dinastia dei Paleologi. Nonostante ciò, l’Impero andò incontro a una lenta e inesorabile decadenza, perdendo gradualmente territori in guerre contro serbi, bulgari e in particolare turchi ottomani.

Per avere un’idea di quanto fosse grave e inesorabile il declino della Città all’inizio del XV secolo basta prendere come esempio i dati relativi ai proventi delle dogane sui Dardanelli: le dogane genovesi fruttavano alla Città ligure 200.000 monete d’oro, Costantinopoli dalle sue dogane imperiali ne ricavava appena 30.000. La Città durante il XV secolo perse abitanti e prosperità economica: l’antico splendore degli edifici andò in rovina e la sua moneta perse il valore di un tempo, il commercio europeo con l’Asia era entrato in crisi per la competizione con i mongoli.

Gli ottomani la invadono

E così dopo un lungo ed estenuante assedio il 29 maggio del 1453 Costantinopoli venne conquistata dall’esercito turco guidato dal sultano Maometto II. La caduta di Costantinopoli segna la fine dell’impero bizantino e la Città diventa da quel momento la nuova Capitale dell’Impero ottomano.

Costantinopoli si prepara alla battaglia

Nell’autunno 1452, con la Città ormai accerchiata e il pericolo turco sempre più imminente, l’imperatore Costantino XI lancia un nuovo, disperato appello alle potenze cristiane. Ambasciatori vengono inviati a Roma e Venezia per sollecitare l’intervento militare del Papa e del Doge. I segnali di risposta sono timidi, ma qualcosa si muove. Il 16 ottobre arriva a Costantinopoli una piccola delegazione guidata dal cardinale Isidoro di Kiev, legato pontificio, e dall’arcivescovo Leonardo di Chio. Insieme a loro, solo duecento uomini, troppo pochi per cambiare il corso degli eventi, ma sufficienti per alimentare un tenue barlume di speranza.

Il vero sostegno militare, però, non arriva dai grandi sovrani d’Occidente. A prendere in mano la situazione è un soldato di ventura genovese: Giovanni Giustiniani Longo, che il 16 gennaio 1453 sbarca nella Capitale bizantina con due navi e un contingente composto da 400 a 700 uomini esperti e ben armati. Costantino non esita e lo nomina immediatamente protostrator, affidandogli il comando della difesa terrestre. Giustiniani si mette all’opera: vengono rinforzate le mura, scavati nuovi fossati e soprattutto viene calata una massiccia catena di ferro all’ingresso del Corno d’Oro, per impedire l’accesso alla flotta ottomana.

Tre protagonisti per una battaglia destinata alla Storia

Nella primavera 1453, Mehmet II, deciso a risolvere una volta per tutte la questione bizantina, mise in campo il meglio del suo esercito e delle sue risorse. Dalle province balcaniche a quelle anatoliche, il giovane sultano radunò truppe scelte, tra cui i più abili giannizzeri arruolati nei territori cristiani e le forze fresche delle tribù turche fedeli alla causa ottomana. A supportare l’imponente macchina bellica, Mehmet si assicurò anche l’ausilio dei migliori artigiani del suo Impero. Tra questi, spiccava Orban, un artigliere ungherese convertitosi all’Islam, celebre per la costruzione di cannoni monumentali capaci di frantumare le leggendarie mura di Teodosio. La sua colossale bombarda sarebbe diventata il simbolo dell’assedio.

Ma accanto a Mehmet e all’imperatore Costantino XI Paleologo, si staglia un terzo protagonista destinato a entrare nella leggenda della caduta di Costantinopoli: Giovanni Giustiniani Longo. Trentacinquenne comandante genovese, giunse nella Capitale bizantina alla testa di un corpo di volontari arruolati nella Repubblica di Genova. Paradossalmente, furono proprio gli storici rivali dell’Impero d’Oriente a offrirgli il supporto più concreto nella sua ora più buia. Al fianco di circa 7.000 bizantini, i cosiddetti “latini” – perlopiù italiani – rappresentarono il nerbo delle difese cittadine. Erano tra i 2.000 e i 3.000 e furono affidati al comando di Giustiniani Longo, il quale, grazie alla sua esperienza militare e alla determinazione, divenne la colonna portante della resistenza occidentale nell’assedio più celebre della storia medievale.

Fuoco, fede e disperazione nel tramonto di un Impero

Le truppe di Maometto II compaiono alle porte di Costantinopoli, segnando l’inizio di uno degli assedi più drammatici della storia. Con loro, una macchina da guerra mai vista prima: una gigantesca bombarda, il cui trasporto ha richiesto due mesi e la forza congiunta di oltre un centinaio di buoi. È il presagio della fine imminente dell’Impero Bizantino. I difensori si dispongono lungo le possenti mura terrestri, cuore della resistenza.

CostantinopoliIl tratto più vulnerabile, tra la Porta di Adrianopoli e quella di San Romano, è presidiato personalmente dall’imperatore Costantino XI e dal condottiero genovese Giovanni Giustiniani, consapevoli che lì Maometto concentrerà la sua potenza di fuoco. Le cifre sono incerte, ma il quadro è chiaro: tra i 5.000 e i 7.000 uomini tentano di arginare l’urto di un’orda turca il cui numero, secondo le fonti, varia da 160.000 a 700.000 combattenti. Il 12 aprile, l’assedio entra nel vivo: le bombarde ottomane iniziano a martellare le mura.

Il cronista veneziano Nicolò Barbaro descrive così la scena: “Per prima cosa vi fu un tremendo ruggito, e la terra tremò… Poi, con un boato stupefacente e una fiammata che incendiò tutto, la canna… sputò fuori la pietra”.

Le vecchie armi viste durante l’assedio del 1422 diventano un lontano ricordo. Le nuove bombarde sbriciolano le mura a colpi regolari, ma non abbastanza rapidamente. Giustiniani risponde con ingegno: sacchi di lana e barili riempiti di terra vengono ammucchiati nei varchi per attutire gli impatti. Ma l’assedio logora. Giorno dopo giorno, sotto i colpi dei cannoni e con l’Europa sorda alle richieste d’aiuto, il morale crolla. Lo scontro tra Giustiniani e il Megadux Luca Notara sfiora la rissa. È il sintomo di un’unità che si sgretola quanto le mura.

L’attacco finale è imminente

Il 26 maggio, Maometto ordina una pausa nei combattimenti. Tre giorni di digiuno, preghiere e fuochi votivi avvolgono l’accampamento turco in un’atmosfera mistica. Dentro le mura, si tenta l’impossibile. Si erigono barricate, si riorganizza la difesa. L’imperatore tiene un ultimo, accorato discorso per ravvivare la speranza. Ma la Città lo sa: la fine è vicina.

Durante lo sfondamento turco perde la vita anche l’imperatore Costantino XI e i resoconti sulle modalità della sua morte divergono noti: alcuni hanno scritto che muore trafitto da una moltitudine di frecce mentre combatte eroicamente; altri che viene decapitato mentre tenta ignobilmente di fuggire; altri ancora che si toglie la vita per la disperazione gettandosi dalle mura. Sta di fatto che l’unica cosa di cui abbiamo certezza è che l’ultimo imperatore Paleologo muore in quella giornata.

29 maggio 1453 – L’alba di Costantinopoli si tinge di sangue: l’assalto finale di Maometto II

È ancora notte quando, alle tre del mattino del 29 maggio, il silenzio viene spezzato da un ruggito di tamburi, corni e grida di guerra. Scatta l’assalto finale dei turchi a Costantinopoli. L’imponente esercito ottomano si muove in tre ondate, seguendo un piano tanto spietato quanto efficace.

La prima linea è composta da truppe considerate di minor valore strategico: milizie cristiane arruolate forzatamente, vincolate da obblighi di vassallaggio verso il sultano. Questi uomini, mandati al massacro, hanno un compito preciso: logorare la resistenza bizantina. E ci riescono. Anche se respinti, lasciano dietro di sé un fronte indebolito e stanco. Segue la seconda ondata: soldati anatolici, meglio addestrati e più motivati. I tentativi di scalata si moltiplicano, ma trovano ancora una strenua difesa. Le perdite sono pesanti, ma l’obiettivo del sultano è chiaro: consumare le forze nemiche. A quel punto, Maometto II gioca la sua carta più potente.

All’alba scendono in campo i giannizzeri, il corpo d’élite dell’Impero ottomano. Feroci, disciplinati, determinati. L’urto è micidiale. Le mura tremano, ma resistono. Finché non accade l’irreparabile.

Lo storico Ducas riporta così il momento decisivo: “Dio tolse dal centro dello schieramento bizantino il grande comandante Giovanni Giustiniani… colpito da una palla di piombo alla mano… non poté più continuare a combattere.”

Gravemente ferito, Giustiniani viene trasportato via dalla linea del fronte e caricato su una nave per ricevere cure. Ma nel caos della battaglia, nessuno prende il suo posto al comando. Il vuoto si sente subito. I difensori, smarriti dalla sua assenza, iniziano ad arretrare. È la crepa decisiva. Da quel momento, le sorti di Costantinopoli sono segnate. L’Impero millenario è a un passo dal crollo. Contemporaneamente uno sparuto gruppo di soldati ottomani scopre fortuitamente un passaggio nella muraglia interna, vicino la porta di San Romano, riuscendo così a penetrare al di là delle barricate.

L’appello all’unità cristiana: l’eco della caduta scuote l’Europa

Tra i pochi sopravvissuti vi è il cardinale Isidoro di Kiev, che riesce a mettersi in salvo e raggiunge l’isola di Creta. Da lì, il 6 luglio, lancia un drammatico appello ai popoli cristiani d’Europa affinché si uniscono contro la minaccia ottomana. Le sue parole, intrise di disperazione e fervore religioso, echeggiano come un ultimo tentativo di risvegliare la coscienza occidentale: «Sia noto a tutti voi, miei signori e fedelissimi cristiani, che ormai è alle porte il precursore dell’Anticristo, il principe e il signore dei turchi, il cui nome è Maometto. Costantinopoli è morta e non c’è più in essa alcun segno di vita. Io supplico, prego e esorto voi tutti o cristiani di fare innanzi tutto la pace tra di voi e di unirvi”.

Il suo accorato messaggio, però, cade nel vuoto.

Nel giro di poche settimane, la notizia della caduta della Capitale bizantina si diffonde in tutta Europa, partendo da Venezia e risalendo verso le corti del Continente. Lo sgomento è generale, il timore reale. Eppure, nonostante l’indignazione e il terrore, nessuna crociata viene organizzata. Nessuna alleanza prende forma. L’Europa resta a guardare.

Intanto, Maometto II consolida la sua vittoria: Costantinopoli viene proclamata nuova Capitale dell’Impero Ottomano. Un’epoca finisce, un’altra ha inizio. L’Occidente, diviso e disilluso, perde l’ultima occasione per fermare l’avanzata della mezzaluna. Il primo atto simbolico di Mehmet II fu quello di riconsacrare Hagia Sofia, il tempio della divina sapienza, a moschea. E che sulle sue tracce si è mosso, pochi anni fa, nientemeno che Recep Tayyip Erdoğan che ha annullato la decisione di Ataturk di farne un museo.

Tra simbolo religioso e questione geopolitica

Il cuore pulsante della cristianità bizantina per quasi un millennio, moschea imperiale sotto gli Ottomani, museo laico durante la Repubblica kemalista e oggi nuovamente al centro di tensioni religiose e politiche. Hagia Sophia, o Santa Sofia, è molto più di un monumento: è il simbolo vivente delle stratificazioni storiche e culturali che attraversano Istanbul.

Situata nel quartiere storico di Sultanahmet, nel distretto di Fatih, fu consacrata nel 537 come cattedrale cristiana grecoortodossa dedicata alla Sapienza divina (Sophia). Rimase sede del Patriarcato di Costantinopoli fino al 1453, a eccezione di una parentesi (1204–1261) in cui, durante l’occupazione crociata, fu convertita in chiesa cattolica di rito latino sotto l’Impero latino di Costantinopoli.

Con la caduta di Costantinopoli per mano di Maometto II, l’edificio fu trasformato in moschea, diventando uno dei luoghi simbolo dell’Impero Ottomano per quasi cinque secoli. Il cambio di destinazione arrivò nel 1935, per volere di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della Turchia moderna, che ne decretò la trasformazione in museo, quale emblema della nuova identità laica e pro-occidentale del Paese.

La decisione dell’attuale Governo di Ankara di riconvertire nuovamente Hagia Sophia in luogo di culto islamico ha sollevato un’ondata di critiche internazionali. Le Chiese ortodosse hanno parlato di “provocazione” e “ferita al dialogo interreligioso”. Anche gli Usa, tramite il Dipartimento di Stato, hanno espresso preoccupazione per un atto ritenuto divisivo e contrario allo spirito di convivenza e tolleranza religiosa.

Appello del patriarca Bartolomeo

Si alza la voce del Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, contro la decisione del Governo turco di riconvertire in moschea la basilica di Santa Sofia. «Una scelta che rischia di spingere milioni di cristiani contro l’Islam», ha avvertito nei giorni scorsi, definendo l’ex cattedrale bizantina un simbolo universale di dialogo tra Oriente e Occidente.

CostantinopoliDurante una liturgia celebrata nella chiesa ortodossa dei Santi Apostoli a Istanbul, Bartolomeo I ha ribadito la natura universale del monumento: «Hagia Sophia non appartiene soltanto a chi la possiede in questo momento, ma a tutta l’umanità. È un centro di vita e di spiritualità dove si abbracciano culture, religioni e popoli diversi. Il popolo turco ha oggi la responsabilità e l’onore di preservare l’universalità». Il Patriarca ha denunciato il rischio che un luogo simbolo della coesistenza possa trasformarsi in motivo di divisione: «È assurdo e dannoso che Hagia Sophia, che oggi permette a tutti di ammirarne la grandezza, possa tornare a essere un elemento di scontro».

 

George Labrinopoulus

Foto © Festival del Medioevo, Wikipedia, Giustiniani.info, CNN

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George Labrinopoulos
Sono quasi 52 anni che vivo in Italia, originario di Vitina, nel Peloponneso, Sono nato a Vrilissia, 13 km dal centro di Atene, dove ho vissuto i primi 20 anni della mia vita, finché non sono arrivato a Roma dove ho lavorato come corrispondente per la Grecia e a una Agenzia Onu. Ho cominciato a lavorare in Italia nel '78, come secondo corrispondente di un importante giornale greco. Nel 1980 sono entrato nella stampa estera in Italia, della quale tuttora sono membro effettivo e per la quale negli anni Ottanta ho ricoperto per tre volte la carica di consigliere nel direttivo dell'associazione. Nell'arco di questi anni ho lavorato per vari quotidiani greci, oltre che per un'emittente radiofonica, Da Roma riuscii a portare tra il 1984, fino gli anni Novanta, politici del calibro di Pertini e Cossiga, i primi ministri Andreotti e Craxi, il Papa Giovanni Paolo II, Prodi, e altri uomini politici che attraverso il loro operato scrivevano la storia dell'Italia in quegli anni, poi messi in un libro "L'Italia dei giganti", due anni fa. Sono arrivato in Italia nel 1972, iscritto all'Università per Stranieri in Perugia per imparare la lingua italiana. Sono stato iscritto all'Università di Roma nella facoltà di Lettere e Filosofia indirizzo lingue straniere (inglese). Durante le lezioni il mio professore all'epoca Agostino Lombardo, ci insegnava analisi di testo e di poesia, e gia mi è arrivata la voglia di cominciare di fare il mestiere che dovevo fare nella mia vita. Giornalista...vorrei ricordare che negli anni '70 non c'erano scuole di giornalismo, e il mio mestiere l'ho imparato facendo la gavetta dopo l'Università, ero andato ad Atene e facevo praticantato a un giornale ellenico...erano gli anni del sequestro Moro, e un'agenzia ellenica chiedeva un secondo per l'Italia, e cosi sono tornato come professionista giornalista a Roma

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