Lo spettacolo di Ulrich Rasche evidenzia la qualità tragica di Maria Stuarda, opera che il compositore bergamasco trasse da Schiller
Nell’approcciare la vicenda di Maria Stuarda, Donizetti scarnifica la drammaturgia schilleriana offrendo una realizzazione totalmente moderna, lontana dalle convenzioni dell’epoca. Il primo elemento di novità è nella scelta del soggetto; non una proposta dell’impresario, come accadeva sovente, ma un’idea del compositore. Anche la gestazione del libretto è peculiare. Dopo aver tentato invano di coinvolgere Felice Romani, suo collaboratore di fiducia, Donizetti si rivolge a Giuseppe Bardari, giovane studente in legge di scarsa esperienza. Detto ciò, la paternità del testo sembra attribuibile in massima parte al musicista bergamasco. Donizetti punta su questo progetto con tutte le sue forze. La drammaturgia scarna e sintetica testimonia uno scopo ben preciso: creare una tragedia che vada diritta verso la propria conclusione. In tal senso va interpretata la semplificazione del modello offerto da Schiller. A tale carattere la messa in scena salisburghese di Ulrich Rasche, minimale e totalmente concentrata sulla recitazione, rende pienamente giustizia.
Sin dall’inizio sulla vicenda incombe la tragedia. Maria Stuarda è prigioniera, in bilico sull’orlo dell’abisso. Il triangolo amoroso con il conte di Leicester, conteso fra le due regine, è solo un pretesto. In realtà la narrazione è tutta incentrata sulla rivalità fra i due personaggi femminili, sul loro insanabile dissidio.
Essenzialità della scena
Per concentrare l’attenzione sul conflitto interiore che lacera le due regine, Ulrich Rasche crea una scena di scarna essenzialità. Due dischi rotanti ospitano l’azione, mentre un terzo accoglie le proiezioni, opera di Florian Hetz, grovigli di corpi e dettagli di volti erosi dal dramma. Il colore dominante è il nero, mentre la sola Stuarda veste una tunica bianca che ne fa presagire il sacrificio. I costumi di Sara Schwartz appaiono improntati a un’eleganza sobria, dalla foggia atemporale. Tutto assume un carattere astratto, di arcana ritualità. Sullo sfondo nero i personaggi si stagliano come in una tela caravaggesca, di volta in volta evidenziati dal sapiente uso delle luci da parte di Marco Giusti.
La recitazione
La messa in scena ha una qualità quasi cinematografica, con i personaggi che si muovono in maniera ieratica, assecondando il lento moto delle piattaforme. Del resto siamo di fronte a una vicenda ampiamente saccheggiata dal cinema. Eccellente il lavoro sulla recitazione, sulla gestualità e sull’espressione. Un plauso meritano a tale proposito le due protagoniste, sempre attente ai valori attoriali. Raramente abbiamo visto un Donizetti tanto essenziale e privo di orpelli quanto emotivamente coinvolgente. La gestualità dei singoli viene accentuata dai gruppi dei danzatori (le coreografie sono di Paul Blackman). Il corteggio reale segue da presso Elisabetta, delineandone le oscillazioni emotive. Riguardo Maria Stuarda, al principio appare in tutta la sua solitudine. Il suo è un percorso che dalla rabbia e dal delirio sfocia nel perdono. Per questo la scena del supplizio la vede circondata da un nutrito stuolo di danzatori, quasi a indicare il superamento dei limiti terreni e l’aspirazione verso il trascendente.
Le due regine
Al termine della serata abbiamo incontrato Kate Lindsey, la quale ci ha confessato il grande sforzo di concentrazione necessario per assecondare l’impostazione registica, calibrata su movimenti di estrema precisione. Sforzo che non si è avvertito affatto. La sua è una Elisabetta colma di temperamento, di grande intensità emotiva. Altrettanto valida la Stuarda di Lisette Oropesa, solitamente impegnata in ruoli di belcantista pura, qui alle prese con una parte di notevole spessore. Una prova ardua superata a pieni voti, sia nei momenti elegiaci quanto nelle accensioni drammatiche, grazie a una tecnica impeccabile. Una menzione merita infine Nino Gotoshia nei panni della fedele Anna Kennedy.
Di fronte a tali protagoniste, il cast maschile ha minore rilievo. Ciò non toglie che il tenore uzbeko Bekhzod Davronov riesca a farsi valere nei panni del conte di Leicester, lacerato dal sentimento verso le due regine. La voce lirica e ben governata gli permette di risultare credibile nei panni dell’amante disperato di fronte a un destino contro il quale si oppone invano. Tentativo che coinvolge anche Giorgio Talbot, impersonato da Aleksei Kulagin. Sul fronte opposto Lord Cecil, ben cantato da Thomas Lehman, il quale aspira con tutte le sue forze alla condanna della Stuarda.
Antonello Manacorda, al suo debutto al festival di Salisburgo, dosa sapientemente gli elementi lirici e tragici della partitura. La sua lettura appare perfettamente calibrata, attenta ai valori del canto quanto ai preziosismi strumentali, del tutto in linea con la resa registica. I Wiener Philharmoniker lo seguono con la consueta perfezione sonora.
Un piccolo inconveniente tecnico nel finale in occasione della terza recita, con il disco che non scende completamente sulla condannata, non inficia il successo della rappresentazione.
Oksana Tumanova
Foto © Monika Ritterhaus













