La nipote di Matteotti annuncia la discesa in campo

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Matteotti politica

La politica italiana secondo la lente di ingrandimento di Elena Matteotti. A breve l’annuncio della sua piattaforma

Con Elena Matteotti, nipote del più noto Giacomo Matteotti, ex deputato socialista, antifascista e martire del regime mussoliniano, oggi parliamo di comunicazione politica, referendum sulla giustizia, Governo Meloni e crisi della sinistra italiana.

Partiamo da Trump. Lei vede un punto di non ritorno nel suo modo di comunicare?

«Di solito, tendo ad essere ottimista. Ma, le recenti dichiarazioni sulla Groenlandia e, più in generale, il fatto di dileggiare capi di Stato come fossero vicini di casa, segnano una fase molto preoccupante per la comunicazione politica. Ad ogni modo, non c’è mai fine al peggio!».

«Ragionerei, poi, su un altro punto centrale. Trump è il non plus ultra di ciò di cui stiamo parlando, ma è un “fenomeno” parte di una dinamica più ampia: il tema vero è che l’informazione è in mano a pochi oligarchi a capo dei principali media».

Anche in Italia il linguaggio politico è in crisi. Nella recente storia repubblicana, ci sono dei nomi che hanno “contribuito” più di altri?

«Molti leader di partito vi hanno “contribuito”. Non dico nulla di nuovo, ma tenderei a vedere nella fine della Prima Repubblica un’importante cesura. Craxi e Berlusconi più di tutti. C’è però anche qui un altro tema. È la morte del confronto politico, delle ideologie ad aver posto le basi per la dipartita di una sana dialettica.
Politica significa la vita dei cittadini, non proclama elettorali a cui fa seguito il nulla».

Ha parlato di ideologia. Chi sono i suoi miti e come si definisce politicamente?

«Socialista. Non riformista, non comunista, semplicemente socialista. Lo sono nell’anima e non saprei dare risposta migliore. Ma non era scontato.
Quanto ai miti politici, Nenni e Pertini più di tutti. Erano altri tempi, all’epoca parlavano le intelligenze!».

Perché non era scontato?

«La mia coscienza politica non è innata, ma acquisita. Mio padre mi tenne all’oscuro del passato di nonno. L’ho scoperto sui libri. A tal proposito, le racconto un aneddoto. Al liceo, ero un ardente comunista, perché allora andava di moda esserlo. Io, però, avevo anche un’altra ragione. Volevo suscitare una reazione in mio padre (che, in effetti, ebbe), per fargli capire che il fatto di non raccontarmi nulla non mi faceva bene. Mi iscrissi addirittura al FGC (Fronte della Gioventù Comunista)!».

Prima, si è riferita a un’epoca passata in cui esisteva una politica con la p maiuscola, che intende?

«Pensiamo a Berlinguer e Almirante, due opposti. Erano uomini di esperienza, sapevano che dire e a chi rivolgersi e, soprattutto, avevano una visione. Parola importantissima, che oggi manca. Mi chiedo qual è il popolo a cui i politici di oggi dicono di essere vicini. I leader della Prima Repubblica avevano quasi un’aura attorno: erano lontani nella persona, ma vicini con la parola. Oggi, siamo alla parvenza della parvenza per avere un successo personale o di partito: in altre parole, populismo».

«Per non parlare di quelli che parlano complesso appositamente per non farsi comprendere».

Sta pensando a qualcuno nello specifico? Oggi, qualche vero socialista lo vede?

«No. Di certo, il Pd non è l’erede del Psi. È tutt’altra storia. Non mi riferisco alle persone (non mi permetto di giudicare), ma alle idee. Più in generale, l’attuale opposizione e i suoi leader (Pd compreso) sono inadeguati. Non lo ritengo uno schieramento valido».

«Serve una rifondazione della coscienza politica. Ma la sinistra, oggi, pensa solo a diritti civili e antifascismo. Vede fantasmi. Si è trasformata, i bisogni sono altri.
Ci sono dei diritti dei lavoratori, quali sono? Chi sono i rappresentanti dei lavoratori? Gli stipendi e le pensioni? È di questo che dovrebbe occuparsi: è come se avesse tradito sé stessa, ipotecando tutto ciò per cui combatteva una volta».

«Il tema dell’antifascismo, in particolare, è fondamentale. La nostra costituzione ne è intrisa, mio nonno è morto per quell’ideale. Eppure, se all’epoca si rischiava un proiettile, se ci si diceva contro Mussolini, oggi, tutt’al più ti becchi un applauso».

«Questo è anche il successo della destra contemporanea».

Sta valutando una discesa in campo?

«Si, ci sono molto vicina. Si tratta di capire modi e tempi, ma l’intenzione c’è. Punto a una piattaforma totalmente indipendente con un chiaro fine: rifondazione della coscienza politica».

Ha citato la destra, che ne pensa di Meloni?

«Mi colpisce un fatto. Meloni è il presidente del consiglio e, in quanto tale, dovrebbe rivolgersi alla Nazione intera. Lei però parla solo ai suoi. Ragiona per fazioni, per parti politiche. Il che va bene finchè sei in campagna elettorale, ma, se diventi una delle più alte cariche dello Stato, è inaccettabile».

Per toccare l’attualità, che cosa voterà al referendum sulla giustizia del 22/23 marzo?

«No, assolutamente no. Di base, sono scettica sul cambiare la carta costituzionale; nello specifico, temo che, se dovesse vincere il sì, la magistratura perderebbe autonomia».

Parliamo, per concludere, di memoria. Che ne pensa della cancel culture?

«Sarò lapidaria in questo. La memoria non va toccata con imbrattamenti o distruzione, che si tratti delle statue di Montanelli e delle targhe onorifiche di mio nonno. Gli esempi del passato ci servono per discernere il giusto dallo sbagliato. Quanti saprebbero che tragedia è stata il nazi–fascismo se non ci fossero documenti, reperti e resti atti a testimoniare quell’orribile sciagura? La memoria è fondamentale e va insegnata, impressa, scolpita nei giovani. Oggi, noto il contrario: girando per le scuole, si parla sempre meno di memoria».

È un tema specifico che oggi ne sinistra né destra trattano adeguatamente?

«Decisamente. Educare alla memoria, alla cultura e alla politica. I politici non si pongono più queste domande ed è gravissimo. È, a mio avviso, un’onta che pesa sull’intero arco parlamentare. C’è solo protagonismo».

 

Fabio Sinisi

Foto © Videoinformazioni, IG, La Fionda, Il Diario del Lavoro, Open

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