Giacomo Matteotti ucciso perché stava per svelare tangenti al regime

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Il dossier sul deputato socialista avrebbe fatto parte della borsa sequestrata a Mussolini dai partigiani a Dongo il 27 aprile 1945, al momento della sua cattura. Le carte inventariate sono poi scomparse

Sono passati 96 anni da quel 10 giugno del 1924, quando l’onorevole Giacomo Matteotti, giornalista e politico antifascista, segretario del Partito Socialista Unitario, fu rapito a Roma e ucciso per ordine del regime. Quel giorno poco prima delle 17 Matteotti si stava dirigendo a piedi verso Montecitorio, percorrendo il Lungotevere Arnaldo da Brescia, quando fu costretto da due individui e da altri che lo pedinavano, ad entrare a forza in un’auto Lancia Kappa. Queste persone sarebbero state in seguito identificate in Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Augusto Malacria e Amleto Poveruomo appartenenti alla polizia politica del regime. Il suo corpo sarebbe stato ritrovato, dopo due mesi, esattamente il 16 agosto, nella boscaglia della zona denominata “La Quartarella” nel Comune di Riano a 25 km dalla capitale.

Per quasi tutto il Ventesimo Secolo la storiografia ha accettato la versione secondo la quale Matteotti, sarebbe stato ucciso unicamente a causa del discorso del 30 maggio 1924, nel quale aveva denunciato brogli elettorali attuati dal nascente regime fascista, dopo le elezioni che si erano svolte il 6 aprile di quell’anno. Ma alla fine degli anni ’90 questa tesi è stata messa in discussione a seguito del ritrovamento negli Stati Uniti, da parte dello storico Prof. Mauro Canali, di documenti secondo cui Matteotti fu ucciso perché stava per presentare alla Camera dei Deputati, un nuovo discorso nel quale denunciava uno scandalo finanziario che coinvolgeva Arnaldo Mussolini fratello minore del Duce, e alcuni dignitari di Casa Savoia, per tangenti che la compagnia petrolifera americana Sinclair Oil avrebbe dato allo stesso Mussolini, gerarchi fascisti a lui vicini, e dignitari per ottenere lo sfruttamento esclusivo di tutti i giacimenti di petrolio esistenti in Emilia Romagna e Sicilia per cinquanta anni, e l’esenzione da imposte.

La possibile presenza della Sinclair Oil sul mercato italiano aveva destato la preoccupazione degli inglesi della Anglo Iranian Oil Company (controllata dal governo britannico). Secondo il Prof. Canali, che ha rintracciato documenti negli Stati Uniti, la Standard Oil americana avrebbe stipulato accordi segreti con la Sinclair Oil delegando ad essa l’operazione diretta in Italia tesa a bloccare l’espansione inglese sul nostro territorio. Il prof. Canali ha trovato lettere che provano come un certo Filippo Filippelli – personaggio molto influente e legato economicamente ad Arnaldo Mussolini (Dovia di Predappio 11 gennaio 1885 – Milano 21 dicembre 1931), di cui gestiva i conti finanziari e fondatore del giornale Corriere Italiano, che si scoprì poi, era l’intestatario dell’auto noleggiata per rapire Matteotti – avrebbe ricevuto una prima trance di alcuni milioni di lire (cifra ingente per l’epoca) dalla filiale italiana della Standard Oil cui avrebbero dovuto seguire altre rate di pagamento.

A rendere più complessa la situazione fu l’inchiesta che si aprì negli Stati Uniti su una possibile corruzione portata avanti proprio dalla Sinclair Oil per ottenere il controllo di pozzi petroliferi nel Wyoming. L’inchiesta si concluse poi nel 1929 negli Stati Uniti, con la cancellazione della concessione e la condanna al carcere di un senatore repubblicano che aveva firmato la concessione. Questo scandalo negli Usa non ebbe però risalto sui giornali italiani, forse per non danneggiare gli accordi che si stavano per firmare. Nella primavera del 1924, gli accordi con la Sinclair furono ratificati dal governo in cambio quindi di tangenti. Questa compagnia ottenne inoltre che non sarebbero state fatte trivellazioni nel deserto libico da parte di enti petroliferi italiani. Questo accordo – secondo quanto riferisce il Prof. Canali – fu pesantemente criticato dai governanti inglesi che decisero di consegnare a Matteotti, che aveva effettuato un viaggio in Inghilterra, un dossier con le prove della corruzione. La tesi che legava l’omicidio di Matteotti al timore di denunciare la corruzione, fu ampiamente sostenuta dalla stampa inglese dell’epoca. Il Daily Herald, organo dei laburisti accusò apertamente Arnaldo Mussolini, di essere tra i destinatari della tangente di 30 milioni di lire (cifra ingentissima per l’epoca) pagata dalla Sinclair Oil per avere la concessione. Mussolini decise comunque di cancellare gli accordi con la Sinclair Oil nel novembre del 1924. Il 3 gennaio 1925 Mussolini si assunse, da solo, la responsabilità politica, morale e storica di tutto quanto era avvenuto.

          Il prof. Mauro Canali

Secondo quanto ci ha riferito il Prof Mauro Canali in una intervista rilasciatami per conto di Eurocomunicazione a maggio di quest’anno: «la vedova di Matteotti, Velia e i figli Giancarlo e Matteo non accusarono mai Mussolini neppure dopo la sua caduta e la sua uccisione né si costituirono parte civile al processo nel 1947 contro gli assassini quando il fascismo non esisteva più, in quanto – sempre secondo Canali – il regime, presa coscienza della scelleratezza fatta, aveva comprato il silenzio della famiglia con circa due milioni delle vecchie lire trovandosi questa in gravi difficoltà economiche. In cambio si sarebbe impegnata all’acquiescenza nei confronti del regime. L’ultima prova del ravvedimento voluta dai fascisti fu che uno dei figli, Matteo, che fino ad allora era andato in scuole private, frequentasse una scuola pubblica, cosa che avvenne puntualmente diplomandosi al Liceo Mamiani di Roma».

Il primo processo-farsa per la morte di Matteotti si svolse a Chieti il 24 marzo 1926. Dumini, Volpi e Poveromo furono condannati alla pena di anni 5 e mesi 11, mentre Malacria e Viola furono assolti. Uscirono dal carcere due anni dopo per una amnistia. Nel 1947, con la nascita della Repubblica, fu reistruito il processo. Dumini Viola e Poveromo furono dapprima condannati all’ergastolo ma dopo sei anni vennero amnistiati. In nessuno dei processi venne mai accertata la responsabilità diretta di Mussolini. Quest’ultimo una volta, a proposito di questo delitto, disse alla sorella Edvige: «una bufera che mi hanno scatenato contro proprio quelli che avrebbero dovuto evitarla». In una intervista rilasciata qualche anno fa dal Prof. Canali che “ha letto le carte” dichiarò «i familiari di Matteotti hanno sempre sospettato che mandante dell’omicidio fosse re Vittorio Emanuele, secondo loro proprietario di quote della Sinclair Oil, io sono giunto alla conclusione che fu proprio Mussolini, che aveva intascato tangenti da questa operazione ad ordinare l’eliminazione del suo avversario politico…».

C’è da ricordare che quando Matteotti fu sequestrato, aveva con sé una borsa. Se ne impossessò Amerigo Dumini. Quando questi fu arrestato, la borsa fu consegnata al capo della polizia Emilio De Bono che la conservò per venti anni. Secondo lo storico Prof. Renzo De Felice (di cui il Prof. Canali è stato allievo), questa borsa avrebbe contenuto segreti e preziosi documenti sui rapporti tra re Vittorio Emanuele III e la compagnia petrolifera americana. Nel gennaio del 1944 De Bono fu processato a Verona con l’accusa di alto tradimento. Per cercare di evitare la condanna a morte – poi eseguita l’11 di gennaio – De Bono consegnò a Mussolini le carte di Matteotti. Questi documenti sarebbero stati custoditi dal Duce ma sequestrati dai partigiani a Dongo, al momento della cattura di quest’ultimo il 27 aprile 1945. Nonostante ogni sforzo degli storici per ritrovarli presso gli archivi o il ministero dell’Interno, questi risultano scomparsi. Forse giacciono dentro uno scatolone, senza alcuna scritta, in un sotterraneo di qualche palazzo del potere coperti di polvere.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Romah24, Archivi Corriere e Domenica del Corriere, L’interferenza

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