Le recenti dinamiche internazionali hanno portato a dei cambiamenti nelle proiezioni indicate dal Consiglio direttivo lo scorso dicembre
In occasione della seconda riunione dell’anno, la Banca centrale europea (Bce) ha fornito le nuove proiezioni economiche per il triennio 2026-2028. Le scelte annunciate non si sono rilevate essere una sorpresa, rispettando pienamente quanto era già stato prospettato dagli analisti: difatti l’istituto europeo ha deciso di mantenere momentaneamente invariati i tassi di interesse. In seguito all’incontro, la presidente della Bce, Christine Lagarde, ha sottolineato che si sia trattata di una decisione presa all’unanimità.
Mantenimento del livello dei tassi
La scelta del Consiglio direttivo della Banca europea è stata dunque di mantenere il livello dei tassi immutato: preservando il tasso sui depositi al 2%, quello sulle operazioni principali di rifinanziamento al 2,15% e quello sui prestiti marginali al 2,40%; allineandosi così alla medesima scelta della Fed del 17 marzo di non modificare i propri saggi di interesse. All’interno del proprio comunicato la Bce ha fatto sapere che «la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita economica». Commentando inoltre che «il conflitto avrà un impatto rilevante sull’inflazione a breve termine tramite i rincari dei beni energetici. Le implicazioni a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata della guerra nonché dal modo in cui le quotazioni dell’energia influenzeranno i prezzi al consumo e l’economia».
Nonostante l’imprevedibilità determinata dalla complessa situazione internazionale, i componenti del Consiglio direttivo hanno affermato di trovarsi «in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza», specificando che le informazioni che verranno acquisite nel prossimo periodo saranno cruciali per poter valutare l’impatto del conflitto medio-orientale sulle prospettive di inflazione e sui rischi a esse associati; mantenendo sempre un approccio fondato «sui dati, in base ai quali, le decisioni vengono adottate di volta in volta a ogni riunione».
Taglio delle stime di crescita
Oltre ad avere discusso di tassi, la Bce si è concetrata anche sulle stime di crescita per l’area euro in seguito all’escalation in Iran, avvertendo che un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas comporterebbe un’inflazione più alta e una crescita più bassa rispetto allo scenario di base delle proiezioni che, indicato a dicembre, era stato fissato al 1,2% mentre ora risulta essere fermo allo 0,9%. Calano inoltre anche le stime di crescita previste per i prossimi due anni: la valutazione del 2027 passa dall’1,4% al 1,3%, mentre quella per il 2028 resta temporaneamente all’1,4%.
Sempre all’interno del comunicato della Banca si legge infatti che tale revisione al ribasso derivi dagli effetti che la guerra produrrà a livello globale sui mercati delle materie prime, sui redditi reali, nonché sul clima di fiducia. Nell’ipotesi di uno scenario ancora più grave, la crisi inchioderebbe la crescita nel 2026 allo 0,4%, risalendo un poco, allo 0,9%, nel 2027, per tornare solo nel 2028 all’1,9%. Nel frattempo anche l’inflazione non resterebbe invariata, raggiungendo nell’arco di quest’anno il 4,4% e il 4,8% nel 2027, per poi riscendere al 2,8% nell’ultimo anno del triennio. Al momento le dinamiche presuppongono uno shock energetico “più persistente” rispetto allo scenario “avverso”, con i prezzi petroliferi che potrebbero perfino raggiungere il costo di 145 dollari al barile e di 106 euro/megawattora.
Rialzo nella stima d’inflazione
«Nello scenario di base l’inflazione complessiva si collocherebbe in media al 2,6% nel 2026, al 2,0% nel 2027 e al 2,1% nel 2028», ha fatto sapere la Bce nel diffondere le sue nuove previsioni macroeconomiche, confermando un rialzo deciso della stima d’inflazione prevista per l’anno corrente rispetto al precedente 1,9% dichiarato lo scorso dicembre. In aumento anche le previsioni per il 2027, rispetto all’1,8% annunciato quattro mesi fa, e per il 2028, rispetto all’antecedente 2%. Stando alle valutazioni del Consiglio direttivo, l’inflazione di fondo, al netto della componente energetica e alimentare, «si porterebbe in media al 2,3% nel 2026, al 2,2% nel 2027 e al 2,1% nel 2028».
Lagarde ha dichiarato, durante la conferenza stampa, che la Bce lavorerà affinché l’inflazione si stabilizzi al 2% nel medio termine, aggiungendo che il Consiglio direttivo stia seguendo con grande attenzione gli sviluppi del conflitto in Iran, da cui dipende l’andamento dei prezzi energetici che si ripercuotono sull’inflazione generalizzata.
In merito alle scelte della Banca centrale si è espresso in maniera decisa l’economista Sylvain Broyer, scrivendo che «la Bce deve dimostrare che la sua strategia aggiornata, che promette maggiore flessibilità e una risposta più rapida agli shock dal lato dell’offerta, non è solo retorica. In questo contesto, ci aspettiamo un aumento dei tassi a giugno. L’obiettivo non sarebbe quello di comprimere la domanda, che non appare surriscaldata e ha un’influenza limitata sui prezzi del petrolio, ma di inviare un segnale chiaro per ancorare le aspettative di inflazione, che hanno già reagito in modo significativo all’aumento dei prezzi energetici».
Area euro e scelte internazionali
Data la situazione, per la presidente diviene evidente «l’urgente necessità di rafforzare l’economia dell’area euro, mantenendo al contempo finanze pubbliche solide», attraverso una risposta fiscale allo shock dei prezzi dell’energia che sia «temporanea, mirata e calibrata». Si tratta di un’indicazione che riguarda molto l’Italia, Paese con il secondo debito pubblico più alto dell’Ue dopo la Grecia, in cui il Governo Meloni ha da poco introdotto la riduzione delle accise per poter calmierare il rincaro dei carburanti. Legarde ha
inoltre dichiarato che «l’attuale crisi energetica rafforza l’imperativo di ridurre ulteriormente la dipendenza dai combustibili fossili», aggiungendo che in tal senso «il completamento dell’unione risparmi-investimenti è fondamentale per finanziare l’innovazione e sostenere le transizioni verde e digitale».
Le recenti dinamiche internazionali hanno spinto numerosi Paesi e le loro Banche centrali a mantenere il livello dei tassi d’interesse invariato. La Federal Reserve statunitense, oltre ad aver optato per tale misura, ha affermato di prevedere un’unica riduzione del costo di denaro per l’anno in corso. Nonostante il rialzo dei prezzi energetici faccia aumentare l’inflazione, secondo il presidente della Fed, Jerome Powell, al momento non è possibile conoscere la portata e la durata del potenziale effetto economico. Anche la Bank of England, malgrado l’inflazione crescente, ha preferito un mantenimento degli interessi al 3,75%. Fatta eccezione della Reserve Bank of Australia, che ha alzato i tassi di 25 punti base, al momento gli Stati stanno cercando di andare oltre lo shock immediato, nell’aspettativa che il rincaro dei prezzi energetici non si trasformi un’inflazione generalizzata, nella speranza che il conflitto in Medio Oriente abbia ben presto fine.
Ottavia Scorpati
Foto © MorningStar Canada, Idealista.news, Stoke adobe, QuiFinanza













