Dispersione scolastica in Italia ai minimi storici

0
1274
Dispersione scolastica Italia

Il Belpaese anticipa i traguardi Ue su abbandono scolastico e Neet, grazie a nuovi interventi su aree fragili, studenti stranieri e divari educativi territoriali

Per un Paese come l’Italia, segnato da denatalità crescente e da una tradizione di abbandoni scolastici superiori alla media europea, ogni miglioramento sui tassi di dispersione è una notizia di rilievo. Lo è ancora di più quando i numeri certificano non solo il recupero, ma il sorpasso dei benchmark internazionali, a partire da Germania e Paesi nordici, storicamente considerati modelli in tema di istruzione. A ciò si aggiunge un effetto indiretto ma fondamentale: il calo dei giovani Neet (Not in Education, Employment or Training), cioè coloro che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione.

I dati più recenti mostrano l’immagine di un’Italia che, almeno sul fronte dell’abbandono scolastico, non rincorre più l’Europa ma la precede, bruciando le tappe rispetto agli obiettivi fissati a Bruxelles. Una svolta che, secondo il Governo, non è casuale ma collegata a una serie di interventi mirati, dal potenziamento delle didattiche innovative alle misure più restrittive sull’obbligo di frequenza.

I numeri Istat: mai così pochi abbandoni

Dispersione scolastica ItaliaL’indicatore Elet (Early Leavers from Education and Training), utilizzato a livello europeo per misurare la dispersione scolastica, certifica che nel 2025 il tasso di abbandono precoce in Italia è sceso all’8,2%. Se si considerano soltanto gli studenti con cittadinanza italiana, la percentuale cala al 6,7%, valore che colloca il Paese tra le performance migliori nel panorama continentale.

Si tratta di un risultato mai raggiunto prima, che consente al Belpaese di centrare in un colpo solo due soglie cruciali. Da un lato, il target fissato dal Pnrr, che prevedeva la riduzione degli abbandoni dal 13,5% al 10,2%; dall’altro, l’obiettivo del 9% stabilito dall’Agenda 2030 dell’Unione europea, raggiunto con ben cinque anni di anticipo. Un cambio di passo evidente se si pensa che nel 2020 aveva mancato il precedente traguardo comunitario del 10%, fermandosi a un preoccupante 14,2%.

Guardando alla dinamica degli ultimi anni, il trend è nettamente discendente. Dal 11,5% del 2022 si è scesi al 10,5% nel 2023, per poi arrivare al 9,8% nel 2024 fino all’attuale 8,2%, in quella che molti osservatori definiscono una vera e propria “picchiata” degli abbandoni. Per il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, si tratta di un «grande risultato per l’Italia intera e per i nostri giovani», frutto di una politica scolastica che «ha consentito, in pochi anni, di ribaltare una tendenza che sembrava consolidata».

Il sorpasso

Il quadro appare ancor più significativo se letto in chiave comparativa rispetto agli altri Paesi Ue. Mentre l’Italia riduce in modo costante la dispersione scolastica, alcuni partner storicamente all’avanguardia in materia di educazione mostrano un andamento in controtendenza. Nel 2024, ad esempio, la Germania registrava un tasso di abbandono pari al 12,9%, mentre Estonia si attestava all’11%, la Danimarca al 10,4% e la Finlandia al 9,6%, con un trend negli ultimi anni in aumento.

In questo scenario, l’8,2% italiano rappresenta non solo un allineamento agli standard europei, ma un vero e proprio sorpasso rispetto a sistemi considerati tradizionalmente virtuosi. «Per una volta non solo recuperiamo terreno, ma superiamo l’Europa in volata», sottolineano fonti del Ministero, evidenziando come il risultato «confermi la validità delle scelte compiute sul fronte delle politiche scolastiche».

Cosa ha funzionato

Al di là delle percentuali, il Governo rivendica il ruolo delle misure messe in campo negli ultimi anni, in particolare con le Agende Sud e Nord, finanziate complessivamente con oltre 1 miliardo di euro, e con il cosiddetto Decreto Caivano. Da un lato, sono stati promossi percorsi di didattica innovativa e interventi mirati nelle aree più fragili del Paese; dall’altro, sono state irrigidite le norme su frequenza e obblighi formativi, intervenendo sulle situazioni di dispersione conclamata.

Il Mezzogiorno rappresenta il laboratorio più evidente di questa strategia. In Campania, nell’anno scolastico 2024/2025, sono stati recuperati circa 8.000 studenti che avevano abbandonato la scuola, riportandoli in classe e riducendo il tasso di dispersione regionale al 9,7%: un dato che, per la prima volta, scende sotto la soglia psicologica del 10% e migliora persino quello di Regioni tradizionalmente più forti come la Toscana.

Bene anche la Calabria, che passa dal 16,9% del 2020 a un attuale 6,5%, con un recupero definito “straordinario” dallo stesso Ministero. Nel complesso, la dispersione scolastica nel Mezzogiorno si attesta al 10,1%: nel Sud senza Isole all’8,4%, mentre le Isole restano più indietro, con una media del 13,7%.

La geografia della dispersione

La fotografia territoriale del fenomeno conferma un’Italia a più velocità. Al Nord la dispersione scolastica si attesta intorno al 6,9%, mentre al Centro si ferma al 7,7%, con valori mediamente migliori rispetto al Mezzogiorno ma con significative differenze interne. La Regione con il tasso più basso è l’Umbria, che scende al 4,9%, consolidandosi come una delle realtà più virtuose sul fronte dell’abbandono scolastico.

In coda alla classifica restano invece Sicilia e Sardegna, con tassi rispettivamente del 13,7% e del 13,6%, entrambi ben al di sopra della media nazionale. Sopra l’8,2% italiano si collocano anche la Valle d’Aosta (10,4%), la Toscana (9,8%), la Campania (9,7%), la Liguria (9,3%), la provincia autonoma di Bolzano (9%) e la Puglia (8,6%), a testimonianza di come la dispersione resti un problema diffuso e non limitato alle sole Regioni meridionali.

Un ulteriore elemento di attenzione è rappresentato dalla dispersione implicita, cioè quella quota di studenti che, pur arrivando all’ultimo anno delle superiori, non raggiungono le competenze minime in italiano, matematica e inglese. Secondo le rilevazioni Invalsi, quasi uno studente su dieci in quinta superiore si trova in questa condizione, segnalando la necessità di lavorare non solo sulla quantità di diplomati, ma anche sulla qualità degli apprendimenti.

Il rovescio della medaglia

Accanto alle buone notizie, i dati Istat riportano in primo piano il tema delle disuguaglianze legate al background migratorio. Nel 2025, le uscite precoci degli studenti con cittadinanza straniera si attestano al 26,2%, in calo rispetto al 30,1% del 2022 ma ancora quasi quattro volte superiori al tasso registrato tra gli italiani. «L’alta percentuale di dispersione fra i giovani stranieri dimostra la necessità delle misure che abbiamo avviato per potenziare l’insegnamento della lingua italiana», ha osservato Valditara.

Per colmare questo divario, il Ministero ha avviato un piano dedicato, con un investimento di oltre 13 milioni di euro e la specializzazione di 1.000 docenti destinati esclusivamente all’insegnamento della lingua agli studenti appena arrivati nel Paese. Un tassello essenziale per trasformare il rientro a scuola in un percorso di reale integrazione, e non in un semplice dato statistico.

Sul fronte dei Neet, i numeri mostrano una dinamica convergente con quella della dispersione scolastica. Nel 2025, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi scende al 13,3%, in netto calo rispetto al 15,2% del 2024 e lontanissima dal 23,7% registrato nel 2020. Un miglioramento che molti analisti collegano proprio all’aumento dei diplomati e alla maggiore tenuta del sistema scolastico, che tra il 2022 e il 2025 avrebbe portato al titolo di studio circa 490mila studenti in più rispetto allo scenario senza queste politiche.

La sfida continua

Il presidente dell’Invalsi, Roberto Ricci, definisce l’8,2% di dispersione registrato nel 2025 «un’ottima notizia», perché indica che «tra il 2022 e il 2025 sono giunti al diploma centinaia di migliaia di ragazzi che altrimenti avrebbero abbandonato senza un titolo». Un giudizio che conferma come il sistema scolastico italiano, dopo anni di difficoltà, abbia imboccato una traiettoria virtuosa, almeno sul fronte dell’abbandono formale.

Ma proprio l’entità del recupero impone di non fermarsi. Restano infatti aperte diverse criticità: le disparità territoriali tra Nord e Sud; il divario tra studenti italiani e stranieri; le differenze di genere che vedono i maschi mediamente meno propensi alla formazione continua delle ragazze; la persistenza di sacche di dispersione implicita che si traducono in competenze deboli anche in presenza di un diploma.

In termini complessivi, sommando chi abbandona i percorsi formativi a chi arriva al termine delle superiori senza aver acquisito le competenze fondamentali, la quota complessiva di dispersione – esplicita e implicita – resta comunque inferiore al 24% dei primi anni Duemila, ma è ancora lontana da uno scenario davvero inclusivo. La sfida dei prossimi anni sarà dunque quella di consolidare il risultato raggiunto, trasformando il calo dei banchi vuoti in un reale rafforzamento del capitale umano, condizione indispensabile per affrontare l’invecchiamento demografico, la transizione digitale e le nuove richieste del mercato del lavoro.

 

Ginevra Larosa

Foto © AI

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui