Agorà di Restituzione 12 Angry Men

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Dubbio, pregiudizio e giustizia: un simposio di testimonianze per scardinare il preconcetto e riattivare la memoria civile

La Fondazione Willy Brandt insieme a Radio Radicale che ha ripreso l’evento, il 18 maggio ha organizzato una conferenza dalle caratteristiche peculiari, una Agorà di Restituzione. Si tratta di «un’esperienza sociale in uno spazio di confronto civico che invita le comunità a osservare come i giudizi collettivi nascono, si trasformano, si incrinano e spesso si stratificano fino a diventare concezione, struttura mentale e spesso difficili se non impossibili da rivedere anche davanti a un chiaro fallimento».

La parola ai giurati

L’evento ha messo in scena un esempio di giustizia partecipata, ispirata al film di Reginald Rose del 1957 “La parola ai giurati” (12 Angry Men), un dramma giudiziario che rappresenta, attraverso gli alterni orientamenti di una giuria, la caducità delle convinzioni umane in rapporto alle innumerevoli sfaccettature della realtà e al pregiudizio dei singoli originato da vicende personali.

I dodici testimoni qualificati dell’Agorà erano avvocati (Ambra Giovene, Valerio Cutonilli, Pietro Nicotera), magistrati (Otello Lupacchini), giornalisti (Tiziana Maiolo, Flavia Fratello, Piero Corsini), docenti (Pino Pisauro, Maurizio Pistorio, Giacomo Nencioni, Patrizia Patrizi).

I giurati, erano schierati a semicerchio intorno a una sedia vuota posta nel mezzo, simbolo dello stigma, l’essenza di tutto ciò che la legge definisce non rilevante. Hanno occupato a turno quella sedia per condividere esperienze professionali e riflessioni su casi emblematici della giustizia italiana, dalla strage di Bologna al caso Moro, dal processo Priebke alla banda della Magliana.

Le testimonianze sono state inframezzate da periti della comunità, Mariella Nanni, Gianpaolo Catanzariti, Arianna Fioravanti. Questi hanno rappresentato rispettivamente posture di silenzio (enunciando il non detto), posture di giustizia (evidenziando contraddizioni e possibili soluzioni) e posture di contesto (ossia il mondo esterno, collegando il caso a elementi sociali e culturali).

Il ragionevole dubbio baluardo di civiltà

L’obiettivo è stato quello di dimostrare come il ragionevole dubbio, l’ascolto e la verifica rigorosa delle prove possano contrastare il pregiudizio, la narrazione mediatica servente e gli errori giudiziari. «La Parola ai giurati non chiede di sentenziare ma di aspettare e ascoltare. Ascoltare la complessità. Perché sia esercizio di buona volontà e di responsabilità condivisa. Per trovare noi stessi nel momento in cui la verità si incrina, la rabbia si dissolve e lasciamo entrare quel senso di Giustizia che non abdica al senso di umanità».

Il simposio è stato aperto dalla moderatrice, Porzia Addabbo, regista, che ha narrato la storia del film di Reginald Rose che, basato sul “ragionevole dubbio“ ha ridefinito il concetto di giustizia partecipata. Il dramma giudiziario ha dimostrato come un singolo individuo armato di logica e pazienza possa scardinare il preconcetto di una maggioranza. La moderatrice ha sottolineato che al centro della vicenda non vi è la scoperta di una verità assoluta, ma l’affermazione del ragionevole dubbio come baluardo di civiltà contro la barbarie del pregiudizio. Il messaggio del film è che il sistema giudiziario non è una macchina perfetta ma un organismo fallibile perché fatto di uomini. Questo riconoscimento della fallibilità diventa il punto di partenza per costruire una giustizia più umana.

Le restituzioni dei giurati

L’evento si è concluso con un documento finale che ha raccolto le “restituzioni “di ciascun partecipante affermando che non può esistere memoria condivisa senza verità condivisa e che la giustizia deve riconoscere la propria fallibilità umana.

Francesca Mambro, cui si deve passione e fondamento all’idea dell’Agorà della regista Addabbo, ha dato lettura alle “proposte di restituzione” dei giurati – persone da lei definite straordinarie perchè coraggiose nella libertà.

Alcune delle idee emerse: l’errore appartiene all’umano, si può solo operare per ridurne al minimo la frequenza. L’uomo poi, non può essere ridotto a una etichetta perché dietro a ogni persona c’è una storia. Bisogna dunque valorizzare la cultura della complessità e coltivare la solidarietà sociale. Una ulteriore idea è che la restituzione si debba collocare all’interno di un processo di reciprocità vincolante per cui è doveroso invocare e diffondere un significato che ricomponga il maltolto.

Anche il silenzio è una scelta consapevole se denso di pensieri e pre-sentimenti, in attesa di destinazione (anche linguistica), permettendo un ascolto autentico. Non ci può essere giustizia né tantomeno riparazione senza il riconoscimento dell’umanità dell’altro, della sua complessità, del peso della sua colpa.

Per la comunità è giusto partire dal danno e dai bisogni che attraversano tutte le persone coinvolte. Il pregiudizio si scalfisce quando si sposta lo sguardo dalla colpa alle relazioni ferite. La giustizia riparativa è questo cambio di prospettiva che rende possibile la Giustizia.

 

Veronica Tulli

Foto © Eurocomunicazione

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