Bruxelles rivede la strategia verso Pechino tra deficit record, misure di difesa commerciale, nuovo Chips Act e timori per ritorsioni cinesi su settori chiave europei
L’Unione europea si prepara a un confronto sempre più serrato con la Cina sul piano commerciale. Il rischio, tuttavia, è che la reazione dell’industria cinese alle pressioni europee apra una nuova fase di scontro diretto con Pechino.
La riunione dei commissari europei, convocata a Bruxelles per una discussione strategica, non ha prodotto decisioni immediate. Ha però segnato un passaggio politico rilevante: la Commissione intende allineare la propria strategia di fronte all’aumento delle importazioni cinesi e alla prospettiva di un nuovo “China shock“, con effetti simili a quelli vissuti dagli Usa dopo l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio.
«L’approccio generale della Commissione resta il de–risking, non il decoupling», si legge nella comunicazione diffusa al termine dell’incontro. Bruxelles ribadisce che la Cina rimane «un partner critico» e che il dialogo continuerà, ma sottolinea anche che «l’attuale stato delle relazioni commerciali e di investimento non è sostenibile».
Sicurezza economica e nuovi equilibri
Per la Commissione europea, la questione non è più un semplice squilibrio commerciale,
bensì un tema di sicurezza economica. L’intreccio tra interessi economici e strategici richiederà «una risposta più robusta e coerente». Le preoccupazioni coinvolgono numerosi settori: dalle auto elettriche ai macchinari, dai dispositivi medici ai prodotti agricoli, fino alle tecnologie digitali. Ai commissari è stato chiesto di fornire esempi concreti dell’impatto delle attività cinesi nei rispettivi ambiti, dal commercio alla difesa, dalla sanità all’agricoltura.
L’obiettivo è definire una linea comune in vista del Consiglio europeo del 18 giugno, in cui il rapporto con la Cina sarà tra i temi centrali.
Il peso dei numeri e il rischio dipendenza
I dati evidenziano una pressione crescente. Nel 2025 l’Unione europea ha esportato verso la Cina beni per circa 199,6 miliardi di euro, mentre le importazioni hanno raggiunto i 559,4 miliardi, generando un disavanzo commerciale di 359,8 miliardi.
Le esportazioni europee sono diminuite del 6,5% rispetto al 2024, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4%. Pechino resta il principale fornitore di beni dell’Ue e il secondo partner per il commercio di merci, dopo gli Usa. In alcuni comparti, i prodotti cinesi arrivano sul mercato europeo a prezzi fino al 40% inferiori rispetto a quelli locali. Per l’industria europea, questo significa una concorrenza difficilmente sostenibile, soprattutto quando i prezzi sono influenzati da sovvenzioni pubbliche, sovracapacità produttiva e accesso asimmetrico ai mercati. Il rischio per Bruxelles è che la dipendenza diventi strutturale. L’Ue continua a definire la Cina come “partner, concorrente e rivale sistemico”, ma l’equilibrio tra queste dimensioni si è progressivamente spostato.
La linea europea resta quella del de-risking: ridurre le vulnerabilità senza interrompere i rapporti economici. Tuttavia, questo equilibrio appare sempre più fragile. Tra gli strumenti allo studio figurano quote e misure di salvaguardia più rapide rispetto ai dazi tradizionali. Ma un approccio più sistematico potrebbe innescare reazioni da parte di Pechino.
La Cina considera infatti l’accesso al mercato europeo essenziale per il proprio modello economico, basato sull’export e sulla manifattura, mentre la domanda interna resta debole e il settore immobiliare non è più trainante.
Le possibili contromisure di Pechino
Il ministero degli Esteri ha accusato l’Ue di utilizzare in modo selettivo i dati commerciali per giustificare nuove restrizioni. «La riduzione del rischio, la riduzione della dipendenza o il cosiddetto equilibrio commerciale, in realtà, sono tutti elementi di protezionismo», ha dichiarato la portavoce Mao Ning. Pechino ha avvertito che adotterà contromisure in caso di provvedimenti considerati discriminatori. Tra le ipotesi, indagini antidiscriminazione e sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento, con possibili effetti su settori come cosmetici, carne, vino e beni di lusso europei.
Materie prime e vulnerabilità strategiche
Oltre al deficit commerciale, Bruxelles guarda con crescente preoccupazione ad altri fattori: i controlli cinesi sulle esportazioni di materie prime critiche, l’opacità normativa, le restrizioni sui dati e la tutela insufficiente della proprietà intellettuale. Le limitazioni su terre rare e magneti hanno evidenziato la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento europee, soprattutto nei settori digitale, verde e della difesa.
Queste criticità si intrecciano con la nuova agenda industriale europea. L’Industrial Accelerator Act, noto anche come legge “made in EU“, punta a rafforzare la produzione interna e a subordinare alcuni aiuti pubblici a criteri di contenuto locale. Per Pechino si tratta di un segnale ostile. L’associazione cinese dell’industria automobilistica ha espresso «seria preoccupazione, forte insoddisfazione e ferma opposizione», denunciando misure discriminatorie.
Il nodo dei semiconduttori
Un altro fronte strategico riguarda i semiconduttori. Una bozza di regolamento, secondo il Financial Times, prevede un rafforzamento dei controlli sulla catena di approvvigionamento dei chip nell’Ue. La Commissione potrebbe ottenere il potere di imporre ai produttori di dare priorità agli ordini critici in caso di crisi, anche rispetto a contratti già esistenti. Tra le ipotesi, anche obblighi informativi sulla capacità produttiva e acquisti congiunti sul modello dei vaccini durante la pandemia.
Il documento riconosce che l’Ue è “quasi interamente dipendente dagli Usa e dall’Asia” per le forniture di semiconduttori. Un segnale delle difficoltà europee è arrivato anche dalla recente decisione di esentare temporaneamente un produttore cinese di componenti dalle sanzioni anti-russe, dopo l’allarme dell’industria automobilistica sul rischio di interruzioni nelle forniture.
Industria europea tra timori e dipendenze
La tensione attraversa anche il mondo imprenditoriale europeo. Molte aziende temono la concorrenza cinese, ma allo stesso tempo dipendono da componenti e materie prime provenienti dalla Cina. Il rischio è una “cannibalizzazione” interna: benefici di breve periodo grazie a input a basso costo, ma indebolimento strutturale della base industriale nel lungo termine.
La linea più dura è sostenuta da Paesi come Francia, Italia, Spagna, Lituania e Paesi Bassi, favorevoli a una risposta più incisiva contro la sovracapacità cinese. La Germania resta più prudente, ma anche a Berlino cresce la preoccupazione per settori chiave come auto, chimica e macchinari.
L’Ue deve evitare due rischi opposti: non fare abbastanza, lasciando che interi settori vengano erosi, oppure intervenire troppo rapidamente, provocando ritorsioni dannose per le proprie industrie. Bruxelles si muove quindi su un equilibrio sottile: proteggere il mercato senza chiuderlo, difendere la base industriale senza alimentare una spirale di tensioni. La responsabile della politica estera, Kaja Kallas, ha definito questo processo una sorta di «chemioterapia», sottolineando quanto sarà doloroso.
Verso una “dottrina europea” sulla Cina
Il tema è stato discusso anche dai ministri dell’Industria durante il Consiglio Competitività. Il vicepresidente esecutivo della Commissione, Stéphane Séjourné, ha evidenziato la necessità di una vera e propria «dottrina» europea nei confronti della Cina. «Dobbiamo riequilibrare e rendere stabile un rapporto sempre più asimmetrico», ha affermato, ribadendo che l’obiettivo non è il disaccoppiamento, ma la riduzione del rischio.
Séjourné ha sottolineato l’urgenza di ridurre il deficit commerciale, che supera ormai
«un miliardo di euro al giorno», e di limitare le dipendenze strategiche, in particolare sulle materie prime critiche. «Troppe dipendenze rendono il rapporto squilibrato e incidono anche sulla sicurezza collettiva», ha dichiarato. Tra le misure annunciate, una riforma dell’Unione doganale per “accelerare e uniformare i controlli” e un rafforzamento degli strumenti di difesa commerciale, con un’applicazione più sistematica e settoriale. «L’Europa, con 450 milioni di consumatori, può avere una propria dottrina», ha concluso.
Le prossime mosse di Bruxelles
Alcune iniziative potrebbero arrivare già nei prossimi giorni. Il 3 giugno la Commissione presenterà un nuovo Chips Act, con l’obiettivo di incentivare investimenti pubblici e privati nella produzione interna di semiconduttori. La proposta mira a evitare nuove crisi nelle catene di approvvigionamento, come quella che aveva colpito l’industria automobilistica europea dopo le restrizioni cinesi sulle riesportazioni di chip.
Nel frattempo, cresce la pressione per un maggiore utilizzo di dazi e strumenti di difesa commerciale contro la sovracapacità cinese, una posizione sostenuta da diversi Stati membri. Il messaggio che emerge da Bruxelles è che: «l’attuale stato delle relazioni commerciali e di investimento non è sostenibile». Allo stesso tempo, l’Ue ribadisce che «la Cina è un partner fondamentale» e che il dialogo continuerà. Ma con interessi economici e di sicurezza sempre più intrecciati, il margine per mantenere questo equilibrio si riduce. Le prossime settimane, tra il G7 di metà giugno e il Consiglio europeo, saranno decisive per capire se l’Europa riuscirà a definire una strategia coerente senza scivolare in una vera guerra commerciale.
Elodie Dubois
Foto © AI, European Commission













