Elezioni Usa: la sfida per ridisegnare il Congresso è aperta

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Tutti i sondaggi segnalano una strutturale disapprovazione dell’operato di Trump e i dem ampiamente in testa. Intanto, l’ombra di una seconda Capitol Hill si insinua nell’infuocato clima elettorale americano

Negli States è in corso una serratissima battaglia legale fra giudici federali, legislatori locali e la Corte Suprema a trazione repubblicana. Complici le interferenze dell’inquilino della Casa Bianca, il contenzioso coinvolge un numeroso gruppo di Stati e interessa il ridisegnamento di confini e circoscrizioni dei distretti. 

I sondaggi danno in vantaggio il Democratic Party

EbayQuella del gerrymandering è una storica tendenza, parte del costume giuridico statunitense, messa in atto da legislatori o governatori pur di trarre vantaggio in prossimità di una elezione. In queste settimane, un uso discriminatorio e in aperta violazione delle procedure ordinarie sta mettendo in luce seri quesiti di legittimità – oltre che sulla tenuta democratica dell’America di Donald Trump. 

Il tema ritorna centrale a pochi mesi dalle Midterm, elezioni determinati per la riscrittura del Congresso. E occasione per i democratici di porre un freno ai poteri del presidente – se raggiunta la maggioranza in almeno una delle due camere. 

Una simile eventualità non è più considerata improbabile. Tutti i sondaggi a disposizione, anche quelli più indulgenti verso il GOP (Great Old Party), raccontano di una Caporetto repubblicana come inevitabile. Secondo Fox o l’Emerson College, a inizio maggio i dem avrebbero registrato un vantaggio di dieci punti alla Camera. Una percentuale sorprendente, soprattutto perché in linea con un trend positivo. In febbraio, il margine si aggirava attorno al 5%, mentre ad aprile tra il sette e l’otto.

L’importanza del Voting Rights Act

ACLUIl contrattacco repubblicano si gioca sul campo della geografia elettorale. Nell’ultimo mese, ben sei Stati hanno provato a manipolare i parametri delle proprie mappe, ignorando l’iter formale.

Secondo una prassi consuetudinaria ben consolidata, le cartine congressuali sono sottoposte a revisione solo a seguito di un censimento federale decennale – l’ultimo svoltosi nel 2020 – con l’obiettivo di adattare la geografia dei distretti a quella umana. In altre parole, implementando parametri ed evoluzioni demografiche per non sfavorire alcuna minoranza. 

Tale sistema ha da sempre comportato una garanzia essenziale per le componenti afro american e latin american residenti negli Stati Uniti. Appoggiandosi su un impianto costituzionale altrettanto equo. In particolar modo, il Voting Rights Act (VRA) del 1965, voluto da Johnson dopo i sanguinosi eventi dell’Alabama, attua e perfeziona il 15° emendamento. Fondamento della gran carta americana mai realmente in vigore prima dell’iniziativa del presidente.

Il VRA eliminava le normative Jim Crow, insidiosi meccanismi di esclusione, come test di alfabetizzazione, che per decenni avevano permesso di aggirare la Costituzione; affermando la tutela del voto afroamericano e il bando di qualsiasi forma di discriminazione razziale. Nello specifico, la Sezione 2 del provvedimento, di nuovo al centro del dibattito, introduceva l’impossibilità di realizzare delle mappe elettorali che violino consapevolmente la disparità su base etnica. 

Il precedente in Louisiana

FacebookOggi diritti e regole in questione sembrano essere stati accantonati. Non solo dalle direttive imposte da Donald Trump ai propri governatori, ma dalla Corte Suprema stessa. Il 28 aprile una storica sentenza del Tribunale (Louisiana vs Callais) ha ampiamente svuotato di significato la legge del 1965.

Nel caso di fattispecie, una folta coalizione di attivisti conservatori ha contestato la cartina proposta dallo Stato del Louisiana. La bozza includeva due distretti a maggioranza minoritaria (MMDs) – collegi introdotti col VRA in cui il numero prevalente degli aventi diritto a voto appartiene a una minoranza etnica. Ma si è arenata dopo che il verdetto della Corte ha validato la tesi dei ricorrenti. Nel testo si afferma che la presenza di due MMDs avrebbe leso la pari dignità di voto dei bianchi – pur tenuto conto dell’aumento di racial disparity evidente dai dati demografici del 2020.

Gli Stati repubblicani corrono all’offensiva

Si tratta senz’altro di un precedente epocale nella storia statutaria americana, a cui ha fatto seguito un deleterio effetto domino. In Tennessee, è stata approvata dagli organi statali a maggioranza rep una soluzione che cancella l’unico distretto minoritario esistente. In Virginia, Alabama, Florida e South Carolina, il processo è stato simile a quello del Louisiana.

Per molti di questi episodi l’esito rimane comunque incerto. Le corti federali dell’Alabama e del South Carolina si sono opposte alle soluzioni dei legislatori locali. Facendo leva sulla crescente disparità etnica, hanno dato via a un iter di rielaborazione delle mappe nonostante il rinvio del Tribunale alla Louisiana vs Callais. 

Per tal ragione, gli sforzi della Casa Bianca, volti a rimediare alla cronica disapprovazione del proprio operato (67%), sembrano destinati a rimanere vani. Oggi i repubblicani detengono una esigua maggioranza di 217 a 213 alla Camera e una più sostanziale di 53 a 45 al Senato. Se quest’ultimo pare blindato, i seggi dati per competitivi alla Camera sono circa 43. Perciò, molti analisti sostengono che il gerrymandering non eviterà la sconfitta alla Camera, semmai potrebbe ridurne la portata.

Il rischio di una nuova Capitol Hill

EuronewsC’è poi un’ultima variabile. Il bilancio del Republican Party è circa il doppio rispetto a quello dei dem, su cui grava anche un debito di circa 18 milioni di dollari. Sfarzose e convincenti campagne elettorali potrebbero risultare decisive per portare dalla propria senatori e deputati centristi indecisi. 

L’esito non è scritto. Ma perchè sia tale, il capo della Casa Bianca in persona sembra stia preparando il terreno per una seconda Capitol Hill. Qualsiasi risultato ufficiale decreteranno le urne, è destinato a scontrarsi con una precisa tattica retorica rilanciata quotidianamente: le elezioni del 2020 sono state truccate e lo stesso potrebbe riaccadere a novembre. 

Predisporre e aizzare al disordine il proprio elettorato è allora l’ultimo estremo asso nella manica del Tycoon. Un gioco a somma zero in cui, piegata la struttura ancor prima che il voto si chiuda, avremo già noto il vincitore. E, forse, un’America devastata dalla guerra civile.

 

Fabio Sinisi

Foto© LabParlamento, Ebay, ACLU, Facebook, Euronews

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