Egitto: equilibrista tra la Mecca e il Mar Rosso

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Il Patto della Mecca esclude l’Egitto, già nella coalizione del Mar Rosso: le due letture di Cairo e Riad, interessi reali e scenari futuri.

A due settimane dalla sua firma, il Patto della Mecca e il Cairo restano un capitolo ancora aperto. L’accordo di difesa comune siglato da Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, inizialmente avrebbe dovuto includere anche l’Egitto, che tuttavia non ha firmato. Il testo richiama il vincolo dell’Articolo 5 della Nato: un attacco armato contro uno dei firmatari equivale a un attacco contro tutti. Ciò nonostante, analisti e diplomatici continuano a citarne il nome nella prospettiva di un possibile allargamento dell’alleanza.

Nel frattempo, l’Egitto compare tra i firmatari della dichiarazione che ha lanciato la coalizione a guida saudita per la sicurezza del Mar Rosso contro gli Houthi. Due scelte calibrate, che lette insieme raccontano la strategia di un Governo che pesa ogni sua alleanza nell’interesse della sicurezza nazionale e sui futuri sviluppi geopolitici dell’area.

Il tripartito del Patto della Mecca

Il vertice del 7 agosto alla Mecca ha riunito il principe ereditario Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif. Il Makkah Joint Defence Agreement, definisce l’obiettivo di rafforzamento della deterrenza collettiva contro ogni atto di aggressione, e prevede riunioni regolari tra ministri degli Esteri, ministri della Difesa e capi militari, oltre a un segretariato con sede in Arabia SauditaReuters riferisce che l’intenzione dei tre Paesi è quella di creare meccanismi politici e militari comuni, con esercitazioni congiunte e cooperazione su difesa area e sistemi semiautomatici.

Sebbene il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan abbia definito la clausola di mutua difesa «tecnicamente la stessa» dell’Articolo 5, ha però escluso un bersaglio ben preciso «ogni Paese che non ci attacca non è un bersaglio per noi», enfatizzando che i firmatari si impegneranno nel consultarsi caso per caso sulla forma e intensità del sostegno. Le dichiarazioni di Fidan hanno voluto fare da garante all’Egitto, indicando il Cairo come primo candidato a un allargamento dell’alleanza, davanti a Qatar e Kuwait. La spinta turca si inserisce in una relazione bilaterale già avviata a livello militare, dove a inizio 2026 Ankara e il Cairo hanno siglato un’intesa sulla difesa aerea dal valore di 350 milioni di dollari.

Il Cairo: il protagonista tanto atteso

Già nel 2015 il presidente Abdel Fattah al-Sisi aveva rilanciato l’idea di una forza militare araba con le stesse funzioni di difesa collettiva, spesso descritta come una “Nato araba”, nel quadro del Trattato arabo di difesa comune del 1950. Tuttavia, l’iniziativa naufragò a causa delle rivalità regionali e le divergenze emerse fra l’Egitto e le monarchie del Golfo

Sui motivi relativi alla mancata firma dell’Egitto nell’adesione al Patto della Mecca, emergono due ricostruzioni distinte. Il 12 agosto, Middle East Eye, attribuisce la scelta a Riad. Tre fonti saudite anonime indicano che il Regno Saudita non volesse includere l’Egitto «almeno per ora». Fra le ragioni dietro il rifiuto emergono: insoddisfazioni verso il Governo di Abdel Fattah al-Sisi, specie nel mancato intervento nei confronti degli Houthi, e la percezione che Turchia e Pakistan offrano capacità militare più utili nel confronto con Iran e milizie associate.

Una versione opposta viene consegnata da Mada Masr, testata indipendente egiziana. Il 9 agosto scrive che l’Egitto «non mancava per assenza di invito»: una fonte pachistana vicina ai negoziati riferisce che il Cairo avrebbe ricevuto l’invito ma di essersi poi rifiutato di aderire nell’immediato, rimandando la scelta a un momento e a un luogo più opportuno. Türkiye Today ha ripreso la ricostruzione, parlando di un «blocco politico di matrice saudita» che l’Egitto avrebbe voluto evitare. Entrambe le versioni non si escludono a vicenda; bensì raccontano una cautela piuttosto reciproca, in cui né Riad né il Cairo vogliono affrettarsi nel vincolarsi. Questa visione è stata confermata da dichiarazioni ufficiali, dove il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha parlato dopo i colloqui di El Alamein con Fidan, durante i quali ha dichiarato che l’Egitto studia l’ingresso senza fretta, riassumendone il contesto regionale: «affrontiamo molte sfide nella Regione».

La presenza dell’Egitto nel Mar Rosso

Il 30 luglio, Riad ha annunciato una coalizione marittima multinazionale, il cui obiettivo è quello di proteggere la navigazione nello stretto di Bab elMandeb, dopo che gli Houthi hanno minacciato un blocco navale contro le petroliere saudite. Alla riunione prendono parte 43 Paesi e una delegazione dell’Unione europea. Quattordici dei Paesi hanno firmato una dichiarazione fondativa, tra cui Turchia, Pakistan, Giordania, e Gibuti. Secondo Saudi Gazette e Euronews, tra i firmatari risulta anche l’Egitto.

Tuttavia, la partecipazione egiziana richiede una qualificaAhram Online chiarisce che l’adesione alla dichiarazione politica non equivale a un approvazione finale della partecipazione operativa, per la quale sono ancora necessarie procedure costituzionali e parlamentari. Infatti, The New Arab descrive una linea consolidata da parte del Cairo, che escluderebbe operazioni militari oltre confine se queste non riguardano direttamente la sicurezza nazionale del Paese. L’assenza che si rende più significativa in questo contesto è quella degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman, accrescendo la rivalità fra Riad e Abu Dhabi che si estende dallo Yemen al Sudan.

Il doppio binario di Suez e Damietta

Per il Cairo la posta in gioco nel Mar Rosso è diretta e cruciale. Al-Sisi ha parlato di dieci miliardi di perdite legate agli attacchi Houthi che hanno portato al calo del traffico verso Suez, una delle fonti di guadagno principali del Paese. L’ex capo dell’Autorità del Canale, Osama Rabie, aveva già indicato un crollo dei ricavi del 66% nel 2024, da 10,2 a 3,9 miliardi di dollari. Il 29 luglio, un drone ha colpito due navi per il trasporto di gas statunitensi nel porto di Damietta, sul suolo egiziano. Non vi è stata alcuna rivendicazione dell’attacco.

Egypt, China in big trouble as Israel want to build another Suez Canal for…, it will run from… – Ahead of the Herd

Sono emerse però diverse speculazioni sull’accaduto, spostando la minaccia sul transito marittimo delle infrastrutture energetiche nazionali, proprio mentre l’Egitto punta su Damietta come hub energetico del Mediterraneo, anche grazie all’intesa EniTotal Energies sul giacimento cipriota di Cronos.

Questo spiega perché il Cairo decide di aderire alla coalizione in misura limitata e con vincoli costituzionali; concentrandosi sulla sicurezza della navigazione e le entrate di Suez per risollevare un’economia già in forte difficoltà. Resta però cauto dinanzi a un impegno militare interventista nell’area. Tale impegno potrebbe complicare i rapporti già delicati con Israele – con cui mantiene un trattato di pace  – con gli Stati Uniti, principale garante militare, e con l’India, partner commerciale in forte crescita, le cui relazioni con il vicino Pakistan sono sempre più tese.

Un precedente lungimirante

A questo, si aggiunge la crisi del 2024 legata all’Operazione Prosperity Guardian, in cui il Washington Institute descriveva già lo scetticismo egiziano verso un ruolo militare attivo contro gli Houthi. Il Cairo temeva che un ruolo diretto apparisse come un sostegno indiretto a Israele durante l’invasione di Gaza, portando a ripercussioni e rappresaglie interne, oltre a un potenziale aumento degli attacchi terroristici all’interno del Paese.

Ulteriori fonti provenienti da Mada Masr sostengono che un accordo vincolante con la Turchia appare altamente improbabile, alla luce dei delicati rapporti anatolici con Grecia e Cipro. La stessa prudenza vale verso il Pakistan, in un momento di scambi crescenti con l’India.

Pertanto, il Cairo preferisce mantenere un ruolo da mediatore – sia su Gaza, sia sugli altri conflitti nella Regione – e di equilibrista diplomatico.

Scenari futuri

Circa il 12% del commercio marittimo mondiale transita da Bab el-Mandeb e il Canale di Suez, rotta che collega i porti italiani e europei al Golfo e all’Asia. Le deviazioni attuali, sommate alla chiusura dello Stretto di Hormuz, hanno portato a forti aumenti dei costi logistici. Un’interrogazione al Parlamento europeo stima che con la chiusura di Bab el-Mandeb, questi costi possano innalzarsi ulteriormente del 3050%, con ritardi nelle consegne fino a due settimane.

Il Cairo potrebbe affiancare una partecipazione limitata fatta di condivisione di intelligence, pianificazione e pattugliamento difensivo, senza operazioni offensive oltre confine. Un ulteriore attacco sul suolo egiziano potrebbe spingere il Paese verso un coinvolgimento più ampio, che è quello che il presidente Al-Sisi intende evitare.

Anche la delegazione Ue ha partecipato alla riunione di Riad, senza sottoscrivere la dichiarazione definitiva. La missione Eunavfor Aspides, resta lo strumento europeo di riferimento nel Mar Rosso, definita dal ministro degli Esteri Antonio Tajani «una missione di difesa». Il dossier sull’energia e l’intesa Eni puntano a collegare la produzione alle infrastrutture egiziane per la riesportazione verso l’Europa. Al di là degli equilibri – e squilibri – dovuti al Patto della Mecca, la stabilità di Suez resta fondamentale anche per Roma e Bruxelles.

 

Ammir El Mehrat
Foto © Al-Jazeera, Reuters, Wikipedia, Ajel News

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