Quando l’insulino-resistenza stravolge la chimica del corpo: l’anticamera per il diabete di tipo 2, infarto e ictus cerebrale
Definita da molti come l’epidemia silenziosa del XXI secolo, in quanto non presenta sintomi iniziali evidenti, la sindrome metabolica, termine coniato appena negli anni ’50, è un insieme di fattori di rischio che comporta, rispetto a chi non ne è affetto, una probabilità due volte maggiore di sviluppare malattie cardiache e cinque volte maggiore di sviluppare il diabete. Non una patologia singola, dunque, ma una combinazione di alterazioni cliniche che viaggiano sottotraccia, strettamente legate all’insulino-resistenza e all’accumulo di grasso addominale, che a sua volta stimola la produzione di trigliceridi.

La condizione di insulino-resistenza infatti, alterando il metabolismo dei grassi nel sangue, porta a un abbassamento e alla degradazione delle particelle di colesterolo HDL (dall’inglese High-Density Lipoproteins) a causa dell’innalzamento dei trigliceridi. Si innesca così un meccanismo biochimico che coinvolge le cellule del fegato, del tessuto adiposo e gli enzimi ematici in una cascata di segnali chimici e ormonali in grado di alterare profondamente la chimica del nostro corpo e di porre le basi biologiche per lo sviluppo di gravi patologie croniche.
La sindrome metabolica rappresenta allora una vera e propria anticamera per il diabete di tipo due, l’infarto del miocardio e l’aterosclerosi ma ciò non deve essere visto come una “condanna definitiva” quanto piuttosto come un avvertimento, ultimo e importantissimo, che il nostro organismo ci invia per modificare quanto occorre. Il medico o lo specialista diagnosticano questa condizione quando in un soggetto coesistono almeno tre parametri dei cinque specifici stabiliti e standardizzati a livello mondiale dalle principali autorità sanitarie tra cui l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la Federazione internazionale del diabete (Idf) e l’American heart association (Aha).
I 5 fattori di rischio da identificare
Il primo fattore clinico ufficiale è l’obesità viscerale, ovvero il grasso che avvolge gli
organi interni, misurata attraverso la variazione del rapporto peso/altezza, il cosiddetto Bmi (Bodi mass index) che non deve essere maggiore di 30 e la circonferenza vita (a livello dell’ombelico) superiore ai 94 centimetri negli uomini e agli 80 centimetri nelle donne. A questo si aggiungono le alterazioni dei grassi nel sangue, da un lato gli ormai ben noti trigliceridi alti, con valori uguali o superiori a 150 milligrammi per decilitro (mg/dL), e dall’altro, un valore troppo basso di colesterolo Hdl, detto “buono” perché ha il compito di ripulire le arterie dai grassi in eccesso, il quale è considerato alterato quando scende al di sotto dei 40 mg/dL nei maschi e dei 50 mg/dL nelle femmine.
Gli ultimi due parametri riguardano poi la pressione arteriosa, che risulta elevata quando supera i 130 su 85 millimetri di mercurio (mmHg), e la glicemia a digiuno, che si attesta su livelli di prediabete se uguale o superiore a 100 milligrammi per decilitro (mg/dL).
Ciascuno di questi elementi, preso singolarmente, rappresenta già un pericolo per vasi sanguigni e arterie, ma la loro combinazione amplifica ovviamente i rischi in modo esponenziale preparando il terreno a eventi acuti come infarto, ictus e complicanze metaboliche croniche. Tutto ciò rende indispensabile un intervento tempestivo sullo stile di vita e sull’alimentazione dato che la macchina del corpo umano è potenzialmente in grado di “ripararsi” qualora opportunamente tutelata e stimolata.
Dalla consapevolezza alla pratica
I cinque fattori della sindrome metabolica possono regredire completamente già entro tre o sei mesi se si cambia alimentazione (con modifiche mirate) e si fa attività fisica (per riattivare il metabolismo) poiché il corpo umano ha in sé la capacità di ripristinare, o almeno migliorare sorprendentemente, la corretta e normale chimica interna. Sebbene in un organismo giovane e sano il ripristino dei valori ottimali possa essere più rapido e totale, anche in un corpo più anziano o con patologie pregresse il processo resta fondamentale per mettere in sicurezza gli organi vitali, pur richiedendo più tempo e un’attenzione mirata.
Due semplici analisi del sangue possono già verificare la glicemia e l’assetto lipidico e con un metro da sarto e un controllo della pressione arteriosa si hanno già elementi sufficienti per avere un’idea globale della propria salute. Prevenire il sovrappeso seguendo una dieta bilanciata ricca di frutta e verdura sembra quindi il primo fondamentale comportamento individuale da adottare ma occorre ricordare che gli squilibri metabolici sono pure alimentati da alterazioni del colesterolo e dell’acido urico così come all’impatto dello stress e alla mancanza di opportune ore di sonno. Disinnescare la minaccia silenziosa della sindrome metabolica è quindi possibile prendendo cura dei cinque parametri suddetti e questo vale anche, secondo le più recenti evidenze di epigenetica, per chi abbia ereditato geneticamente una forte tendenza all’insulino resistenza o all’accumulo di adipe addominale.
Imparare ad ascoltare e rispettare il proprio corpo
C’era una vecchia pubblicità che recitava: prevenire è meglio che curare. Anche in questo caso le verità più semplici sono sempre le più indovinate. Prevenire la sindrome metabolica
non è solo un’azione medica ma anche una filosofia di vita dove il rispetto per il nostro corpo e l’avvedutezza nei comportamenti sono le due armi migliori che tutti abbiamo a disposizione perché non dipendono da limiti fisici o da terapie più o meno invasive, ma semplicemente dalla nostra forma mentis e dalla nostra volontà. La prevenzione sembra quasi una panacea contro tutti i mali e considerando le conseguenze a cui può portare una sindrome metabolica non si può certo parlare di tutti i mali ma sicuramente di una parte consistente, compresi quelli che spesso definiamo acciacchi dell’età e che si svelano invece essere semplici brutte abitudini.
Ma è davvero silenziosa quindi questa sindrome? Sembrerebbe di no, probabilmente siamo noi che non abbiamo orecchie per intendere e si sa che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Quante volte davanti a un goloso e ipercalorico dolce con crema e cioccolato e davanti al crostino col lardo abbiamo sentito dire “questo non dovrei mangiarlo ma si vive una volta sola”. In realtà quello che la gente non sembra capire è che si muore una volta sola mentre invece si vive tutti i giorni.
Adamo De Palma
Foto © Metabolic Syndrome Canada, biosalts.it, macrolibrarsi.it













