Due culture e una sola verità

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Informazione senza conoscenza, competenza senza visione: il conto da pagare per una società specializzata

Nel 1926, Alfred North Whitehead, matematico e filosofo britannico coautore dei Principia Mathematica con Bertrand Russell, lanciava un monito destinato a rimanere inascoltato. La specializzazione del sapere, pur aumentando la somma delle conoscenze nei singoli campi, finisce per produrre “menti unidirezionali” non più in grado di cogliere la complessità del Mondo che ci circonda.

Nella nostra società attuale, nella maggior parte dei casi, il chimico ignora la metrica della poesia stilnovista, l’ingegnere non conosce la storia antica, il matematico non sa nulla di teatro. Nello stesso modo il critico d’arte non sa come funziona un televisore o un brillante avvocato non saprebbe spiegare come funziona la datazione al Carbonio 14. In altre parole, ogni specialista domina il suo piccolo orticello ma ignora quello degli altri.

Ma la cosa più grave di tutte è che nessuno è più in grado di coordinare il sapere e cioè di tenere unite le due culture che alla fine è una sola, quella vera che dovrebbe appartenere a ciascuno.

La barbarie dello specialismo

Nel 1930, José Ortega y Gasset riprendeva e radicalizzava il tema ne “La ribellione delle masse”. Il filosofo spagnolo ripercorreva l’evoluzione scientifica dal Seicento in poi con la trasformazione della società che ha successivamente dato vita all’era industriale, con le conseguenti tendenze alle specializzazioni delle competenze.

Ortega precisava un punto decisivo: si erano specializzati “gli uomini di scienza e non la scienza“, la quale non sarebbe “più veritiera se si separasse dalla matematica, dalla logica, dalla filosofia”. La sua analisi produceva una figura inedita: lo specialista non è un sapiente, perché ignora formalmente tutto ciò che non rientra nella sua disciplina; non è nemmeno un ignorante, perché conosce perfettamente la sua porzione di universo. È un sapienteignorante.

E qui sta il punto cruciale: costui si comporterà, in tutte le questioni che ignora, “non già come un ignorante, bensì con tutta la petulanza di chi nella sua specificità è un sapiente“. Giuliano Da Empoli, nel suo recente “Contro gli specialisti: la rivincita dell’umanesimo”, ha ripreso questo concetto tratteggiando il “ritratto di un ignorante istruito“: arrogante ma insicuro, bisognoso di “circoscrivere il perimetro dei propri interessi per assicurarsi una forma di controllo sul Mondo”, protetto “dal peso dell’istituzione, dai titoli dell’accademia, dalla gerarchia dell’organizzazione, dall’appoggio di altri specialisti simili a lui”.

Tecnocrazia

Chi ha fatto studi universitari Stem pensa di poter padroneggiare di più questa nostra società così tecnocratica. La metafora della macchina, impersonata dal computer, si è appropriata persino dell’intelligenza umana. Eppure, nella concezione originaria coniata da John von Neumann nel 1940, il termine “macchina” si riferiva a una persona che esegue calcoli meccanici.

Oggi medici, architetti, ingegneri, avvocati, economisti e burocrati accolgono con entusiasmo questa tecnologia del computer e derivati, come l’IA, nell’illusione che le decisioni non dipendano più da loro. Stiamo assistendo sempre di più alla fuga dalle responsabilità dei ruoli.

La scuola e la perdita delle nostre radici

Anche nei programmi scolastici dilaga l’epiteto della tecnica. Il Liceo Scientifico ha acquisito un nuovo piano di studi denominato Liceo Scientifico tecnologico, che esclude l’insegnamento del latino a favore dell’informatica e dei sistemi automatici. Lo stesso vale per il Liceo delle Scienze Umane, che con il corso economico-sociale non prevede più il latino, per lasciare spazio a diritto, economia e una seconda lingua straniera.

Eppure, le discipline classiche e umanistiche non sono affatto inutili. Il greco e il latino sono lingue basilari per la cultura, l’educazione e la stessa tecnologia. L’informatica impiega termini di derivazione latina, la medicina ha un vocabolario intriso di greco antico, le scienze naturali e la biologia usano classificazioni internazionali in lingua latina.

Ma c’è molto più di questo: non bisogna dimenticare che lo studio del greco e del latino arricchisce la comprensione della nostra origine e della nostra identità storica. Questo perfeziona la consapevolezza dei valori comuni e delle matrici culturali che accomunano i Paesi europei.

Sapienza-conoscenza-informazione

Thomas Stearns Eliot si chiedeva: “Dov’è la sapienza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso con l’informazione?” Alimentata dai potenti sistemi informatici, l’informazione è allo sbaraglio, senza direzione definita, non finalizzata a un fine superiore. Edgar Morin, sociologo e filosofo, sostiene che l’appropriazione della conoscenza su un numero crescente di problemi vitali da parte di esperti e specialisti ha creato un “deficit di democrazia, l’indebolimento della percezione globale e del senso di responsabilità”.

E aggiunge: “più la politica diventa tecnica, più la competenza democratica regredisce”. Così, “mentre l’esperto perde la capacità di concepire il globale e il fondamentale, il cittadino perde il diritto alla conoscenza”. Nella società post-moderna i cittadini sono condannati “all’accettazione ignorante delle decisioni di coloro che si ritiene sappiano, ma la cui intelligenza è miope, perché parcellizzata e astratta”.

L’evoluzione verso una piena democrazia è possibile solo all’interno di una riorganizzazione della conoscenza, che presuppone “una forma di pensiero volta non solo a separare per conoscere, ma anche a interconnettere ciò che è separato dal frazionamento delle discipline: l’essere umano, la natura, il cosmo, la realtà”.

Il problema delle due culture non è dunque una questione accademica. È la posta in gioco della nostra democrazia, della nostra capacità di comprendere il Mondo e di abitarlo con saggezza. Come scriveva Whitehead, “la forza ordinatrice della ragione è indebolita. Le menti difettano di equilibrio”. Riconquistare quell’equilibrio è forse la sfida più urgente del nostro tempo.

 

Nicola Sparvieri

Foto © Bee Magazine, Skuola.net, MeisterDrucke, FondazioneUmbertoVeronesi

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