Nel silenzio del Ladakh, una benedizione diventa memoria collettiva e riflessione sulle pressioni esercitate sulla cultura tibetana
A Leh, in Ladakh, ho incontrato il Dalai Lama e… non sono riuscita a dirgli nulla.
Davanti a me una donna con gli occhi chiusi, una “mala”, il rosario per la recitazione dei mantra, stretta tra le mani. Addosso un abito monacale di tessuto grezzo, forse un po’ lino e un po’ di cotone. Tinta neutra, un inno alla sobrietà. Intorno tanti altri occhi chiusi e collane di preghiera al collo o da snocciolare tra le dita. Gente di tutte le età. Silenzio.
La porta della residenza estiva del Dalai Lama si apre ogni tanto per essere poi istantaneamente richiusa. La luce è intensa, come accade regolarmente da queste parti, e le finestre sono coperte da tende che talvolta svolazzano. È il vento dell’Himalaya. Non si intravede nulla all’interno. L’ambiente è semplice, una casa di villeggiatura d’alta quota utile a sfuggire al caldo soffocante dei monsoni indiani. Ci sono aiuole fiorite e vie lastricate in pietra grezza che conducono all’ingresso. Il tempo scorre insieme lento e velocissimo. Mi guardo intorno e percepisco il senso profondo dell’attesa.
Il peso della storia del Tibet
La porta finalmente si apre. Da lontano lo sento arrivare, lentamente e con grazia. Accade prima che la sua figura si manifesti davvero. Insieme a lui, sulle sue spalle, sento incedere tutto il peso della storia del Tibet. Vedo Sua Santità sgattaiolare via dalla sua Terra quella notte gelida del 17 marzo 1959, nell’infausto anno del Cinghiale di terra, travestito da laico con il chuba, l’abito tradizionale della gente dell’altopiano.
Lo immagino undicenne, complice la narrazione di quel folle alpinista ed esploratore fuggito in maniera rocambolesca dal campo di prigionia britannico e in maniera ancora più rocambolesca giunto nella città proibita di Lhasa. Fu l’emozione di leggere “Sette anni in Tibet”. Vedo il Dalai Lama camminare a lungo o a dorso di un mulo per fuggire dal nemico, cercando così di evitare, per quanto possibile, il massacro della sua gente. Sento la disperazione del suo popolo, la forza dei tibetani e la loro resilienza. Lo vedo nel marzo 1989, prima delle manifestazioni di piazza Tienanmen, insignito del Nobel per la Pace e ancora speranzoso di trovare un dialogo coi cinesi.
Comunicazione istintiva
Intanto, Lui, l’Uomo che ha vissuto cento vite insieme, sommessamente compare. Le lacrime scendono, quasi a tutti, in maniera prepotente e indistinta. Un fiume in piena che arresta il tempo e stabilisce una comunicazione istintiva con chiunque sia lì in quel momento e non ha importanza sia un perfetto sconosciuto. C’è Lui che mette insieme le vicissitudini dell’Umanità e innesca un profondo legame tra gli altri esseri umani che stanno lì perché proviamo tutti le stesse gioie e sofferenze. Lui te lo comunica senza dire nulla. Quella di quest’uomo di ormai novantun anni è una Storia talmente densa da suscitare un comune e fortissimo moto dell’animo. Avvicinarsi a lui è un percorso in fila indiana. Ci si alza con lentezza e con lentezza si procede.
Tra le mani una sciarpa di seta, bianca o gialla. Non c’è musica, non c’è rumore. Solo vento, raccoglimento e lacrime. Si cammina e il pianto avanza insieme ai passi, i miei e quelli degli altri. Mi trovo di fronte a lui, un gigante. Chinare il capo in somma venerazione è la sola azione spontanea per me possibile. Non ho la forza, il desiderio di chiedere nulla. Non serve. Ho solo il coraggio di far benedire la mia mala. Lui mi accarezza e di nuovo scorre su di me tutta la storia dell’umanità.
La situazione in Tibet
Intanto la situazione in Tibet non sta affatto migliorando. Se in questi decenni, torture fisiche e psicologiche, devastazioni ambientali e colonizzazione del territorio da parte dell’etnia cinese prevalente, quella Han, si sono verificate in maniera sistematica; la situazione ha subito recentemente un’ulteriore accelerazione. La furia cinese ha preso di mira, infatti, a partire dalla metà di luglio, la celebre accademia buddista di Larung Gar, situata nella contea di Serthar, nella provincia del Sichuan e considerata il centro di studi buddhisti più grande al Mondo. Ma non solo.
Il primo luglio del 2016, è entrata in vigore la Legge sull’unità etnica, Il cui obiettivo è quello di “rinvigorire” la comune identità nazionale per far progredire gli ambiziosi progetti della dirigenza del Partito comunista e promuovere il Pensiero di Xi Jinping. La lingua tibetana non verrà più insegnata nelle scuole, a cominciare dagli asili nido e dalle scuole dell’infanzia per accelerare l’assimilazione culturale. In tutti gli ordini scolastici e nelle Università diventerà sempre più marginale o pressoché assente.
Prosegue così l’avanzata fisica e culturale dell’etnia Han, iniziata negli anni Cinquanta a discapito delle minoranze etniche, come gli Uiguri a nord ovest e tibetani sparsi nella Repubblica Autonoma del Tibet e in quello che fu il Grande Tibet Orientale, ex regioni dell’Amdo e Kham, ora inglobate nelle province del Qinghai, Gansu, Sichuan e Yunnan. Intanto, un giorno dopo l’entrata in vigore della Legge, Lobga Rangzen (noto anche come Lobsang Palden), un tibetano di cinquantadue anni, si è dato fuoco a New York, di fronte al quartier generale delle Nazioni Unite.
Paola Scaccabarozzi













