Tecnologia europea al servizio della ricerca scientifica, del monitoraggio ambientale e della sicurezza del territorio
Dall’era dello Sputnik e del Progetto San Marco ai più recenti problemi climatici, l’Europa gioca un ruolo da protagonista dimostrando che la conoscenza del Pianeta passa attraverso la tecnologia e la ricerca scientifica.
L’avventura italiana di Broglio
Il 15 dicembre 1964, un razzo americano Scout decollò da Wallops Island, in Virginia, portando in orbita il San Marco 1 un satellite sferico di circa 115 Kg interamente progettato e realizzato in Italia. Con quel lancio, la Nazione diventava il terzo Paese al Mondo ad aver progettato e messo in orbita un proprio satellite, dopo gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Nessun’altra Nazione era riuscita nell’impresa prima di allora.
L’artefice di questo successo fu il generale Luigi Broglio, pioniere dell’astronautica italiana. Avviato nel 1962, il Progetto San Marco nacque dalla collaborazione con la Nasa, ma fu interamente frutto dell’ingegno italiano. Broglio trasformò una piattaforma petrolifera dismessa al largo di Malindi, in Kenya, in una base di lancio equatoriale. Da lì, nel 1967, partì il San Marco 2, primo satellite lanciato dall’Italia con mezzi propri.
Dalle origini militari alla scienza per tutti
Dopo il lancio dello Sputnik nel 1957 e i successi del Progetto San Marco nel 1964, i primi occhi artificiali puntati sul Pianeta avevano scopi principalmente difensivi o meteorologici. La vera svolta avvenne nel 1972, quando gli Stati Uniti lanciarono Landsat1, il primo satellite dedicato ad applicazioni civili. Per la prima volta, l’uomo poteva mappare il territorio e monitorare l’agricoltura dall’alto con regolarità.
Sulla scia dei pionieri americani della Nasa, molte Nazioni hanno sviluppato i propri programmi. Giappone, Canada, India, Cina e Russia sono oggi attori fondamentali. Ma è l’Europa ad aver conquistato una posizione di leadership mondiale. Merito di un doppio motore: l’Agenzia spaziale europea (Esa) e la Commissione europea (Ce), che insieme investono in questo settore cifre paragonabili a quelle della Nasa.
Il connubio tra scienza e tecnologia
Se all’inizio l’obiettivo era dimostrare che certe tecnologie funzionavano anche nello spazio, ben presto furono le domande della comunità scientifica a dettare l’agenda. Oggi, i satelliti scientifici nascono per rispondere a precise esigenze di ricerca, anche se spesso si deve scendere a compromessi tra i desideri della scienza e la fattibilità tecnologica ed economica.
Il sistema Europa è riuscito a promuovere e favorire numerose missioni nazionali. Il programma Spot e Swot in Francia, TerraSar e Grace in Germania, Cosmo-SkyMed e Prisma in Italia, solo per citarne alcune. Un esempio lampante di cooperazione globale è la “Carta internazionale spazio e grandi disastri“, attiva dal 2000, che mette a disposizione oltre 270 satelliti di 17 Paesi per fronteggiare emergenze naturali in ogni angolo del globo. Ma è il contributo dell’Esa a essere particolarmente significativo. Dalle missioni Ers–1 e Ers–2 negli anni ’90, fino al longevo Envisat (operativo per 10 anni anziché i 5 previsti), l’Europa ha costruito le fondamenta per il futuro.
Possiamo vedere un terremoto?
Uno dei risultati più spettacolari resi possibili dai satelliti europei risale alla metà degli anni ’90. Utilizzando la tecnica dell’interferometria radar, sviluppata concettualmente dalla Nasa ma perfezionata grazie alla costellazione Ers, gli scienziati riuscirono per la prima volta a “fotografare” lo spostamento del suolo causato da un terremoto. Affiancando le immagini riprese a distanza di un giorno, si potevano vedere le deformazioni del terreno con precisione centimetrica, un progresso epocale per la sismologia.
È in questo contesto che negli anni ’90 l’Esa lanciò il programma Living Planet, un’iniziativa che ha rivoluzionato il modo di fare scienza spaziale. Le missioni Earth Explorer nascono in stretta collaborazione con la comunità scientifica e sono dedicate a temi specifici. La prima fu Goce nel 2009, seguita da Smos, CryoSat-2, Swarm, Aeolus e, da maggio 2024, EarthCARE, che sta già fornendo dati cruciali sul ruolo delle nuvole e degli aerosol nel bilancio energetico del Pianeta.
Il caso di Aeolus è emblematico. Lanciato nel 2018, è stato il primo satellite a ospitare un lidar Doppler attivo, capace di misurare la velocità del vento a diverse altitudini su scala globale. I suoi dati sono diventati in brevissimo tempo un pilastro per la meteorologia, migliorando sensibilmente l’accuratezza delle previsioni numeriche.
Con Copernicus l’Europa guarda ovunque
Parallelamente agli esploratori scientifici, il programma Living Planet ha gettato le basi per la componente spaziale di Copernicus, il programma di osservazione della Terra guidato dalla Commissione europea e sviluppato dall’Esa. Copernicus non nasce con fini puramente scientifici, ma per supportare le politiche pubbliche dell’Unione in settori come l’agricoltura, la pesca e il clima. Eppure, il suo successo si fonda proprio sulle conoscenze acquisite con le missioni Ers ed Envisat.
Oggi Copernicus è considerato uno dei migliori sistemi al Mondo. È composto da otto satelliti dedicati (i Sentinel) e da oltre trenta missioni. Il Programma Copernicus si basa su una politica di dati gratuita, completa e aperta a tutti. Inoltre, garantisce la continuità operativa ben oltre il 2035, grazie alle nuove generazioni di satelliti.
Il futuro è nella ricerca
A testimonianza del crescente impatto scientifico, il numero di pubblicazioni scientifiche basate sui dati dei satelliti Esa è in costante aumento. Le missioni Earth Explorer continuano a spingere i confini della conoscenza, mentre Copernicus fornisce uno strumento operativo senza precedenti. L’Europa ha conquistato la leadership mondiale nell’osservazione della Terra puntando sulla ricerca e questo ha permesso di sviluppare missioni sempre più sofisticate a beneficio di tutti i cittadini.
Nicola Sparvieri
Foto © Pixalytics, Eurocomunicazione, USGS, MediaINAF, Esa













