Violenza e repressione: le ultime libertà dello Stato Nazione

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Violenza

Se lo Stato ha ceduto l’economia, che cosa gli resta da governare? Le proteste di ottobre e il paradosso della sovranità

A seguito delle ondate di protesta del 17 ottobre la risposta del Governo non si è fatta attendere. Difatti, è stato varato un nuovo decreto legge che introduce nuovi reati, estende il fermo preventivo ai minorenni e incrementa di 500 effettivi il numero dei militari a Milano fino al 31 dicembre. È un meccanismo ormai rodato, l’ennesimo provvedimento di ordine pubblico di questa legislatura. Il dibattito, però, non si è mai spostato sulle cause: le ragioni che hanno portato giovani e meno giovani in piazza non hanno ottenuto la risonanza auspicata.

Nella mattinata di sabato 24 ottobre, arriva la notizia del fermo di Youssef Siher, ritenuto dagli investigatori il presunto promotore del Movimento 17 ottobre; il fermo aveva fatto pensare a una frenata delle manifestazioni. Così non è stato, nel pomeriggio, le piazze di Roma, Milano, Torino e Bologna si sono fatte sentire portando per strada decine di migliaia di persone. Gli effetti non sono stati analoghi a quelli della settimana precedente. La vera protagonista del weekend è stata la repressione, fatta di cariche, idranti, lacrimogeni e diversi episodi di violenza da parte delle forze dell’ordine. Il bilancio del Dipartimento della Pubblica sicurezza parla di 4292 persone identificate, 371 accompagnate negli uffici di polizia, tra cui 110 minorenni, 87 denunce e 9 arresti. 

Come riportato nell’articolo “Italia in piazza: il filo rosso di un weekend di rabbia“, la crisi è strutturale, le ragioni che hanno animato le piazze italiane hanno la stessa radice di quelle che hanno attraversato tutta l’Europa. Additare il solo Governo nazionale come responsabile sarebbe semplicistico. Conviene allora chiedersi cosa sia oggi lo Stato Nazione, come sia cambiato e che senso abbia ancora parlare di decisione e responsabilità. Magari finendo col comprendere come la repressione, paradossalmente, appaia perfettamente coerente con la sua nuova definizione.

Che cos’è lo Stato Nazione? E oggi?

Lo Stato Nazione è la forma politica in cui un’autorità sovrana esercita il monopolio della forza legittima su un territorio e su una popolazione che si riconosce come comunità nazionale. La data simbolica di nascita è la pace di Vestafalia (1648), il modello si consolida successivamente con le rivoluzioni di fine Settecento e con l’Ottocento delle unificazioni. 

Quando nasce invece l’esigenza di forze dell’ordine strutturate? Michel Foucault, in “Sorvegliare e punire” (1975), mostra che la polizia moderna si sviluppa tra il XVIII e XIX secolo insieme al capitalismo industriale. Il suo compito non era soltanto combattere il crimine, ma disciplinare la forza lavoro. Questo è un fattore fondamentale: l’ordine nasce per salvaguardare proprietà e privilegio. Non stupisce, allora, che il dibattito, sotto un Governo conservatore, si accenda più per le vetrine rotte che per le motivazioni di migliaia di persone, in larga parte pacifiche. 

Cosa è cambiato nella configurazione dello Stato Nazione dalla sua origine ad oggi? Affrontare il discorso in toto appare complesso, ma Pierre Bourdieu in “La miseria del mondo” (1993), mette a sistema la questione. Il sociologo francese descrive lo Stato come un corpo a due mani. La mano sinistra è il welfare: sanità, scuola, edilizia popolare, servizi sociali, tutela del lavoro. La mano destra è quella tecnico-finanziaria e coercitiva: ministeri dell’economia, banche centrali, apparati di controllo e polizia. 

Con la svolta neoliberale degli anni ‘80, lo Stato smantella la sinistra e potenzia la destra. Il vuoto lasciato dal welfare viene occupato da fondi immobiliari, grandi gruppi privati della sanità, corporation transnazionali. Lo Stato abdica alla protezione sociale, ma conserva la capacità di contenere i conflitti nati da quell’abbandono. 

Le responsabilità

Concentriamoci adesso sullo scarto tra lo Stato Nazione originario e quello odierno nella visione di Bourdieu. A venir meno è la mano sinistra, e lo spazio libero delle politiche sociali viene occupato da fondi, gruppi privati e multinazionali. 

Che uno Stato cedesse parte delle proprie competenze economiche, in un sistema interconnesso in cui, dai primi anni Ottanta, dominano finanziarizzazione, delocalizzazione e deregolamentazione, era probabilmente inevitabile. Ma gli effetti di queste politiche sono ben descritti da David Harvey in “Il nuovo imperialismo”. Il politologo britannico descrive come il capitale contemporaneo non riesca più a generare profitti sufficienti attraverso la produzione tradizionale. La soluzione all’impasse è rappresentata dall’«accumulazione per esproprio». La casa diventa un asset finanziario, sanità e istruzione si privatizzano, l’energia si specula sui mercati a termine. Beni e diritti essenziali smettono di essere pubblici e diventano merci, oggi di lusso. Il carovita è l’effetto diretto di questa estrazione di rendita sui costi di produzione sociale dei lavoratori. 

Ma questo solleva il Governo nazionale da ogni responsabilità? Il discorso è ampio, eppure un punto resta fermo. Lo Stato Nazione, seppur con margini ridotti, conserva la possibilità di intervenire attraverso la postura che il suo Governo decide di adottare. Può deregolamentare o regolamentare il mercato, può tagliare o investire in welfare. Da queste scelte deriva una responsabilità. Per questo la critica al Governo di uno Stato Nazione è legittima, anche in un’epoca in cui il potere economico sembra altrove.

Il caso

Il quadro attuale è ovviamente figlio anche delle scelte dei Governi precedenti. Guardando alla postura dell’esecutivo in carica, però, emergono tre direttrici. 

  • Di fronte a inflazione e carovita che erodono i salari, fermi (in termini reali) da 30 anni, il Governo non ha introdotto né un salario minimo, né forme di calmiere su beni di prima necessità.
  • La mercificazione di casa ed energia. Lasciare intatto il mercato deregolamentato dagli affitti brevi, con le cedolari agevolate, e non intervenire in modo strutturale sulla bolletta energetica significa accettare implicitamente che il reddito dei lavoratori venga «espropriato» da inflazione, rendita immobiliare e finanziaria.
  • Precarietà e condoni. Le misure fiscali e i decreti sul lavoro non sono riusciti a invertire la rotta. Hanno privilegiato sgravi contributivi slegati da aumenti reali dei salari netti, oppure sanatorie e misure di favore per i redditi più alti e per i profitti finanziari e bancari. Intanto la spesa sociale resta cronicamente sottofinanziata.

Questi dati ci parlano di uno Stato Nazione che, seppur con più limiti rispetto al passato, possiede ancora uno spazio d’azione. Da questo scaturiscono responsabilità e legittimità per il suo Governo. Ma proprio sulla legittimità bisogna fare chiarezza, perché è qui che il discorso si ingarbuglia ulteriormente. 

La legittimità

Quando il Governo di uno Stato Nazione si definisce legittimo? La risposta la troviamo all’articolo 1 della nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo e il riconoscimento passa per via elettorale. Sul piano formale l’assetto democratico regge, il Governo in carica ha una legittimità che nasce dal voto. 

Bisogna però fare un distinguo: legittimità non vuol dire sopravvivenza. Nel momento in cui  la mano sinistra dello Stato si eclissa in funzione di un’ingerenza esterna, parte di ciò che tiene in piedi lo Stato e il suo Governo non dipende più dalle urne. Dipende proprio dal riconoscimento e dalla fiducia riposta dai soggetti esterni: mercati, investitori, istituzioni finanziarie, che oggi garantiscono liquidità e credito. Non sostituiscono il voto, ma pesano in modo crescente sul margine di manovra di chi governa. 

Una volta chiarita la natura economica che lega lo Stato Nazione ad attori esterni possiamo tornare agli avvenimenti delle ultime settimane. La vetrina rotta, i disordini, gli autotrasportatori che bloccano le strade, le cui ragioni sono riconducibili a quell’”accumulazione per esproprio” favorita dalla postura di Governo, vengono presentati come minacce alla sicurezza e alla stabilità. Sono anche, però un segnale di disordine che mette a repentaglio proprio il riconoscimento esterno, e per questo non tollerati. Da questo nasce l’esigenza di ripristinare l’ordine con i pochi strumenti rimasti, senza interrogarsi troppo sulle cause. Non perché il consenso interno sia venuto meno, ma perché la propria affidabilità agli occhi dell’esterno è la conditio sine qua non della sua stessa tenuta.

Dunque repressione

Nel quadro costruito fin qui, la repressione violenta ha una duplice natura.Violenza Da un lato è lo strumento con cui, di fronte ad ogni tentativo di turbare l’ordine economico, lo Stato ribadisce la propria forza e la propria affidabilità. Dall’altro è ciò che resta quando il binomio tra mano destra e sinistra si spezza: l’ultimo spazio di sovranità realmente esercitabile. Da questa unione gli eventi di sabato 24 diventano grottescamente coerenti con lo scenario in cui siamo immersi. 

C’è un dettaglio che lo conferma: il Quirinale ha fatto cadere dal decreto i soli poteri di polizia giudiziaria per i militari, mentre il fermo preventivo per i minori resta. Eppure la violenza non ha avuto bisogno di quei poteri extra. L’apparato ordinario basta e avanza. 

E non è la prima volta. Già nel febbraio del 2024 a Pisa e Firenze la polizia caricò in modo estremamente violento due cortei pro Palestina, composti in larga parte da studenti minorenni. Lo stesso vale per la sequenza dei decreti sicurezza, da quello sui rave in poi. La repressione, sotto questo Governo, è una traiettoria prima ancora che un’emergenza. 

Qui risalterebbe l’aspetto più sadico. Se la sottrazione della mano sinistra implica comunque una scelta di postura, e quella scelta comporta contezza e responsabilità, si potrebbe dedurre che le condizioni del malessere siano in parte consapevoli, e che lo Stato decida poi di riaffermarsi con la forza. Sarebbe uno scenario molto preoccupante. 

Luci e rumori

Alla luce di quanto detto, non sorprende che la repressione di sabato 24 sia stata più dura. E, con le dovute riserve, è pronosticabile un crescendo nelle prossime settimane. Non stupisce nemmeno che in questo momento storico siano i partiti conservatori ad avere la meglio in Europa, sull’onda degli slogan sulla sicurezza, in un contesto in cui le responsabilità dell’instabilità ricadono anche su di loro. 

Va inoltre chiarito, infine, che il livello sistemico e quello politico non si escludono. Il sistema restringe i margini di manovra, il governo sceglie come muoversi dentro questi margini. Stupisce, in particolar modo nel caso italiano, la totale assenza di una reazione organica da parte di un’opposizione incapace di offrire una vera risposta politica. 

Abbiamo imboccato un tunnel profondo e non è dato sapere che cosa ci aspetti alla fine. Sappiamo solo che di luce se ne vede poca, ma di rumore ce n’è ancora molto.

 

Alfio Faro

Foto ©️ Studenti.it, Vivere Roma, 24Emilia, Wikiquote, MoMA, Radio Marte

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