Dall’illusione delle primavere arabe ai disordini europei

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Disordini

Quando le rivendicazioni sociali vengono travolte da scontri, devastazioni e derive estremiste, la democrazia rischia di perdere la sua voce

«Il diritto di riunirsi e di manifestare è il termometro della libertà di una Nazione; quando la piazza tace per paura, la democrazia svanisce, ma quando la piazza brucia, la democrazia vacilla», Alexis de Tocqueville.

L’Europa attraversa uno dei momenti di maggiore tensione sociale ed economica degli ultimi decenni. Dalle vie di Roma e Milano fino ai boulevard di Parigi, passando per le principali Capitali del Vecchio Continente, l’esasperazione popolare è tornata a riempire le piazze. A scatenare le proteste è una convergenza di fattori oramai insostenibili: il carovita, l’inflazione galoppante, il drastico calo del potere d’acquisto e un’incertezza cronica che attanaglia famiglie, lavoratori e studenti. Tuttavia, ciò che era nato come un legittimo grido d’aiuto contro le difficoltà economiche si sta trasformando, con frequenza inaccettabile, in una vetrina per l’estremismo e la devastazione urbana, mettendo a dura prova la tenuta dell’ordine pubblico e i capisaldi della convivenza civile.

Il fronte italiano: l’infiltrazione violenta e il ricatto allo Stato

In Italia, il continuo aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, il costo dell’energia e la crisi abitativa hanno spinto in strada centinaia di migliaia di cittadini incolpevoli. Tuttavia, l’agenda pubblica è stata inevitabilmente sequestrata dai temi della sicurezza nazionale.

Durante i cortei più recenti, infatti, si sono registrati intollerabili episodi di guerriglia, vandalismo e aggressione deliberata. Le analisi degli apparati di sicurezza confermano una realtà inquietante: la presenza strutturata di frange eversive, collettivi antagonistici e gruppi giovanili radicalizzati talvolta composti da seconde generazioni prive di radicamento civile o gruppi marginalizzati che usano la massa dei manifestanti pacifici come un mero “scudo umano“. L’obiettivo di questi agitatori non è la contrattazione sociale, né la difesa di diritti economicamente sostenibili, ma lo scontro ideologico e frontale con le istituzioni. Attraverso la distruzione sistematica degli spazi urbani e l’aggressione alle forze dell’ordine, questi gruppi provocano una frattura insanabile all’interno dei cortei, sabotando le stesse istanze di chi soffre davvero il carovita.

La deriva continentale: la lezione dimenticata delle “Primavere Arabe”

L’Italia non è un caso isolato. In Francia, la situazione ha raggiunto livelli di gravità inaudita: le devastazioni di Parigi, Lione e Marsiglia, tra saccheggi sistematici a esercizi commerciali, incendi ed espugnazioni di sedi istituzionali, dimostrano come la protesta sociale sia completamente dirottata da una deriva eversiva. Scenari analoghi si ripetono in Germania, Belgio e Regno Unito.

Questa dinamica distruttiva richiama un preciso e drammatico parallelismo storico con le “Primavere Arabe“, la cui genesi e la cui fallimentare parabola dovrebbero servire da definitivo monito all’Occidente. La scintilla delle moderne proteste di massa nell’area mediorientale fu anticipata a Teheran nel 2009. Migliaia di cittadini scesero in piazza contro i brogli elettorali del regime di Mohammoud Ahmadinejad. Quella rivolta pacifica, repressa nel sangue dai Pasdaran, i guardiani del regime, ha dimostrato una dura verità: quando chi protesta non trova alcuna protezione o ascolto dentro le istituzioni, la piazza rischia di diventare facile preda del caos. E quando il caos prende il sopravvento, i Governi autoritari trovano il pretesto perfetto per usare ancora più forza, schiacciare ogni libertà e blindare il proprio potere.

Origini e fallimento delle rivolte arabe

Le “Primavere Arabe” esplosero all’inizio del 2011, nate in Tunisia (dopo il sacrificio del venditore ambulante Mohamed Bouazizi) e propagatesi rapidamente in Egitto, Libia, Siria e Yemen. Le ragioni originarie erano autentiche: disoccupazione di massa, carovita, corruzione dilagante e assenza di libertà civili.

Tuttavia, l’assenza di una leadership democratica matura e l’infiltrazione immediata di gruppi fanatici, estremisti e formazioni jihadiste trasformarono le legittime aspirazioni di riscatto in un bagno di sangue: in Siria e Yemen, la deriva violenta e la militarizzazione della piazza hanno scatenato guerre civili devastanti e catastrofi umanitarie, in Libia, la caduta del regime senza un’alternativa democratica ha fatto precipitare il Paese nel caos e nel dominio delle milizie locali mentre in Egitto, la parentesi della protesta ha prima portato all’ascesa del fondamentalismo dei Fratelli Musulmani e, infine, al ripristino di un pugno di ferro militare.

DisordiniOggi come allora, la storia insegna una verità inflessibile: chi usa la violenza distrugge la causa che pretende di difendere. Quando la devastazione prende il posto del confronto civile, la causa originaria perde ogni legittimità morale e le giuste istanze di lavoratori e famiglie sono irrimediabilmente schiacciate dal rumore degli scontri.

Le scuse ideologiche: l’infondatezza della “profilazione razziale”

Nel vano tentativo di giustificare gli scontri o di scaricare la responsabilità sulle forze dell’ordine, da alcune parti politiche si è sollevata la pretestuosa accusa di “profilazione razziale” durante i controlli di sicurezza. Si tratta di una lettura palesemente fuorviante e ideologizzata. L’operato della Polizia di Stato e dei Carabinieri non risponde a discriminazioni etniche o religiose, ma a precisi requisiti di prevenzione dei reati e tutela dell’incolumità pubblica. Intervenire di fronte a gruppi travisati, armati di oggetti contundenti o pronti all’assalto non è “profilazione”, ma un atto dovuto per proteggere i cittadini e le città dalla violenza cieca. L’azione di Governo ha ribadito che la tolleranza verso il teppismo politico è finita.

A questo proposito, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato con fermezza: «Il diritto di manifestare è sacro e va difeso in ogni democrazia, ma non confondiamo mai la libertà di espressione con la licenza di devastare le nostre città e aggredire chi garantisce la sicurezza di tutti. La violenza non è mai politica, è solo reato».

Le nuove norme: la linea dura a tutela dei cittadini e della legalità

Per interrompere la spirale d’impunità e restituire la piazza ai cittadini pacifici, il quadro normativo in materia di ordine pubblico è stato severamente aggiornato. Le nuove disposizioni del Governo mettono fine all’ambiguità: sanzioni penali immediate per chi blocca le infrastrutture critiche del Paese danneggiando lavoratori e pendolari, tolleranza zero e pene decisamente più severe per chi aggredisce le forze dell’ordine o devasta beni pubblici e privati durante i cortei, facoltà di allontanare preventivamente dai centri storici e dai percorsi delle manifestazioni i soggetti già denunciati o condannati per atti di vandalismo e scontri di piazza e il rafforzamento dei controlli ed espulsione immediata dal corteo per chiunque utilizzi caschi, passamontagna o strumenti atti a rendere irriconoscibile il proprio volto.

La libertà di scendere in piazza è un pilastro inalienabile della nostra civiltà, ma non esiste diritto senza il dovere inderogabile del rispetto delle leggi. Proteggere la protesta sociale oggi significa liberarla con la forza della legge dalla morsa degli eversori e dei delinquenti. Solo stroncando sul nascere ogni forma di guerriglia urbana sarà possibile garantire che la voce dei cittadini onesti continui a essere ascoltata.

Ludovico Bruna

Foto © IA

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