May: l’uscita dalla Ue sarà “pesante”

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Confermata la linea dura con l’Ue. Soprattutto sull’immigrazione. Fine della libera circolazione. Unità d’intenti con Trump

Hard Brexit con l’Unione europea, accordo commerciale più stretto fra Stati Uniti e Gran Bretagna. Queste le scelte del governo conservatore del Regno Unito, accellerate dalle prese di posizione del nuovo presidente americano Donald Trump. Scoppia sempre più l’amore (d’intenti) fra la premier UK Theresa May e il tycoon USA, che porterà – secondo gli analisti – a un legame strettissimo, come e più dei vecchi tempi. L’atteso discorso di ieri in cui il primo ministro ha (finalmente) spiegato ai britannici e all’Europa il suo piano per i negoziati con Bruxelles, che inizierà dopo l’attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, previsto entro la fine di marzo di quest’anno (dopo più di 9 mesi dal risultato del referendum) è frutto delle novità di questi ultimi giorni.

Ma è proprio la visione sul futuro dell’Europa che divide i due: May ha ribadito di volere una Unione europea (senza Londra) «forte e prospera» rispetto a Trump che prevede, invece, un lento sgretolamento del progetto comunitario e l’uscita di nuovi Stati dall’Ue. In realtà ai due sembra importare molto poco del futuro del Vecchio Continente. La visione è globale, come ha ribadito la stessa premier con la frase «Abbandoniamo l’Ue e costruiamo una Gb mondiale». Ma come Eurocomunicazione ha già scritto per Trump l’interesse sembra essere l’opposto, quello cioè di chiudere il proprio Paese al resto del mondo. Oddio, quello di costruiremuri” nei confronti di Paesi più “molli” dal punto di vista dell’immigrazione incontrollata è comune. Anzi, forse è il primo motivo della Brexit, oltre che della vittoria alle elezioni presidenziali di Trump.

Per la premier britannica dare la priorità al controllo sull’immigrazione porterà alla rinuncia del principio di libera circolazione tanto cara ai padri fondatori dell’Europa comunitaria, anche se questo comporterà la perdita dell’accesso al mercato unico. Fra le ipotesi, l’introduzione di controlli alla frontiera per i cittadini Ue, uno rivolto a chi è in possesso di permesso di lavoro e l’altro per chi viaggia per turismo nel Paese, simile all’Esta vigente negli Usa. Previsioni che non piacciono al mondo economico, con la sterlina sempre più debole dal risultato del referendum – arrivare, come fatto in questi giorni, al di sotto degli 1,20 dollari (per poi risalire) non alloggiava neppure nei più foschi pensieri degli analisti – e con le stime di crescita che sebbene siano state riviste al rialzo per il 2017, sono state corrette al ribasso dal Fondo monetario internazionale (Fmi) per il 2018.

Sebbene la Corte suprema britannica annuncerà la sua sentenza sulla necessità o meno che il Parlamento UK si esprima sull’uscita del Regno Unito dall’Ue il 24 gennaio Theresa May si è definitivamente esposta, dunque, per una Brexit senza compromessi. Probabilmente l’intervento alla Lancaster House di Londra di ieri rimarrà nella storia, con la premier conservatrice che ha svelato una volta per tutte la sua posizione netta e determinata affinché si esca fuori da tutto, anche dal mercato unico e dalla Corte di giustizia europei. La priorità, come succitato, è il controllo sugli ingressi degli immigrati comunitari, per rispettare così la volontà popolare espressa nel referendum del 23 giugno 2016. «La Gran Bretagna esce dall’Ue ma non dall’Europa». Non ci sono vie di mezzo, per la leader Tory un’adesione «parziale» non è possibile.

May si ritroverà perciò “stretta” dall’abbraccio di Trump, anche perché mantenersi equidistanti fra il Vecchio e il Nuovo Continente sarà impossibile. Per i medesimi motivi appena citati. Forse da qui i “distinguo” della portavoce della premier nei giorni scorsi sulla visita della prossima primavera a Washington, dove ci saranno al massimo «discussioni preliminari» sull’accordo (commerciale) tra i due Paesi, o il ricordare che il Regno Unito, fino a quando non sarà completata la Brexit, intende rispettare le regole dell’Ue, che vietano a un membro del “club dei 28” di condurre negoziati commerciali con Stati terzi. Prima di guardare a Washington il governo Tory deve regolare i conti con Bruxelles.

 

Angie Hughes

Foto © The Telegraph, RTE

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