Balcani occidentali, una prospettiva europea credibile?

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Balcani occidentali

«Non ci si può fidare di nessuno. Gli interessi in gioco sono tanti e molto lucrosi»

L’area balcanica occidentale è oggi più che mai una regione strategicamente importante nello scacchiere geo-politico internazionale ed è oggetto di molteplici appetiti. Invero, i Balcani occidentali rappresentano uno dei principali teatri di confronto tra la Russia, gli Stati Uniti e i loro alleati europei. Costituiscono, altresì, l’unica sub-regione d’Europa ancora non completamente integrata nel sistema delle alleanze occidentali. Per questo motivo l‘area in esame è, a tutt’oggi, considerata da Mosca la principale direttrice della sua penetrazione nel Continente e verso il Mediterraneo.

Integrazione dei Paesi dei Balcani

Dal 1991 al 2001, dopo la morte di Tito, il nazionalismo imperante nelle diverse Repubbliche dell’ex Jugoslavia – in particolare in Serbia, Croazia e Kosovo, ma in misura minore anche in Slovenia e nelle altre regioni della Federazione – nonché gli interessi e le ambizioni personali dei leaders politici coinvolti e la contrapposizione fra etnie e religioni diverse (cattolici, ortodossi e musulmani), hanno causato una serie di conflitti armati che hanno coinvolto i territori appartenenti alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia determinandone la dissoluzione. L’Unione europea ha sviluppato una politica di enlargement per sostenere la graduale integrazione dei Paesi dei Balcani occidentali nell’Unione.

Il 1 luglio 2013 la Croazia è stata il primo dei sette Paesi ad aderire all’Unione. Mentre il Montenegro, la Serbia, la Repubblica di Macedonia del Nord e l’Albania sono candidati ufficiali. In particolare, sono stati avviati negoziati e capitoli di adesione con il Montenegro e con la Serbia. Mentre la Bosnia-Erzegovina e il Kosovo sono potenziali Paesi candidati.

L’intervento della Commissione europea

Il 5 febbraio 2020 la Commissione redige una comunicazione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle Regioni, “Rafforzare il processo di adesione – Una prospettiva europea credibile per i Balcani occidentali”. In questa si sottolinea come, in un contesto sempre più caratterizzato da sfide e divisioni a livello globale, il processo di accessione dei Balcani occidentali rappresenti «un interesse proprio dell’Unione sotto il profilo politico, economico e della sicurezza. Inoltre si conferma più che mai un investimento geostrategico in un’Europa stabile, forte e unita».

Inoltre, l’allargamento ai sei Paesi dell’area balcanica consentirebbe di promuovere la democrazia, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali. Principi questi ultimi alla base dell’integrazione economico – sociale e della stabilità a livello regionale. Rafforzando, in ultima analisi, la sicurezza e la prosperità dell’intero Continente europeo.

Politicamente strategica

Alcune interessanti analisi di (tecnica) strategia geopolitica identificherebbero l’area balcanica occidentale come una regione di straordinaria importanza strategica nello scacchiere internazionale. In quanto oggetto di numerosi interessi politico – economici nella quale si starebbe consumando una nuova guerra fredda. Da un lato, l’Unione europea starebbe sviluppando la sua policy di enlargement, supportata dalla politica estera statunitense volta a impedire o mitigare le ingerenze filo – russe nella regione. Dall’altro, il Cremlino sembrerebbe non aver desistito dal tentare di riconquistare l’egemonia politico-economica nell’area.

Tentativi russi

Balcani occidentaliAl riguardo, le indagini condotte dall’ufficio del procuratore speciale del Montenegro sul fallito golpe dell’ottobre 2016, considerato un tentativo russo di ostacolare l’ingresso di Podgorica nella Nato e il contestuale tentativo di assassinare il presidente della Repubblica montenegrino Milo Đukanović, si sono concluse con la condanna di nove cittadini serbi, tre montenegrini e due russi, per aver costituito un’associazione criminale finalizzata al terrorismo internazionale. Ma le aspirazioni di Mosca di recuperare la propria leadership nell’area si sarebbero concretizzate nei tentativi, risalenti ad alcuni anni fa, di destabilizzazione politica in Macedonia (ora Macedonia del Nord). E soprattutto nel mantenimento della storica alleanza con la cristiana ortodossa e slava Serbia, all’interno della propria sfera di influenza.

Serbia – Russia

Nel febbraio scorso, a Belgrado, il ministro della difesa russo Sergey Shoygu e quello serbo Aleksandar Vulin hanno deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione militare tra i rispettivi Paesi. Infatti, sulla base di quanto rivelato dal quotidiano Euractive, nel 2019, Serbia e Russia avrebbero completato 94 attività militari congiunte. Peraltro, le dotazioni militari serbe sono di manifattura russa. E la Serbia ha sempre contato sul supporto russo nella sua continua opposizione al riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, autoproclamatosi nel 2008. Secondo quanto rivelato dal servizio ufficiale radiotelevisivo del Governo federale degli Stati Uniti, Voice of America, lo scorso ottobre, il direttore del servizio estero di intelligence della Russia, Sergey Naryshkin, avrebbe dichiarato alla televisione di stato serba che i due Paesi stavano sviluppando “operazioni complesse congiunte” per proteggere i rispettivi interessi nazionali.

Legami per il gas naturale

A legare ulteriormente Mosca e Belgrado concorre anche la dipendenza di quest’ultima in materia di fornitura di gas naturale dalla Russia. In tal senso, Voice of America sostiene che la più grande azienda petrolifera della Serbia, Naftna Industrija Srbije, sarebbe controllata dall’azienda russa Gazprom. Specifici approfondimenti geopolitici avrebbero rilevato anche un’intensa attività diplomatica turca in alcuni Paesi dell’ex Jugoslavia. Volta al rafforzamento dell’attività di proselitismo islamico e al perfezionamento di significativi investimenti in diversi settori economici. Nonché ingenti operazioni immobiliari sulla costa adriatica (soprattutto in Montenegro), condotte da società di diritto emiratino e russo.

Investimenti cinesi in Montenegro

E proprio il Montenegro avrebbe registrato una sovraesposizione debitoria, a seguito della contrazione di significativi prestiti concessi dal Governo cinese. Invero, negli ultimi anni, alcune società di diritto cinese hanno stabilito le loro subsidiaries in Montenegro. Così come in altri Paesi dell’area balcanica, per la realizzazione di importanti opere infrastrutturali nell’ambito del futuristico progetto lanciato dal Governo cinese nel 2013 per realizzare la Via della Seta del nuovo millennio (One Belt one Road Initiative). In Montenegro gli investimenti cinesi sono preminentemente orientati alla costruzione dell’autostrada Bar–Boljare. La quale dovrebbe collegare il porto di Bar alla capitale serba. Quindi rappresenterebbe per la Cina uno sbocco diretto verso i porti del Mare Adriatico e un incentivo alle proprie esportazioni.

Questa importante opera è estremamente impegnativa da un punto di vista ingegneristico (a causa della peculiare conformazione orografica montenegrina). Ma, anche, sotto il profilo finanziario (è la strada più costosa d’Europa per prezzo al km). La China Exim Bank ha offerto al Governo montenegrino 689 milioni di euro (su 809 milioni di euro che rappresenta il costo complessivo per la realizzazione dell’opera).

Debito troppo elevato

Nel maggio 2016, alcune agenzie di rating come Moody’s e S&P hanno declassato il Montenegro, evidenziando il prestito erogato dalla Cina come fattore ad alto rischio. In quanto secondo quanto dichiarato da Moody’s «i costi totali dell’idea progettuale sono stimati a oltre il 23% del Pil del 2014. Nel 2018 il debito salirà quasi all’80% del Pil».

Anche il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha ripetutamente emanato specifici avvertimenti. Sottolineando come il debito potrebbe salire all’82% del Pil entro il 2019. E, anche, come l’ingente spesa prevista per l’edificazione dell’autostrada possa ridurre i fondi destinati invece a investimenti di tipo sociale, come la sanità e l’educazione. L’accordo sul prestito, da ripianare in vent’anni, tra il Governo montenegrino e la China Exim Bank è stato firmato nell’ottobre 2014, nonostante l’opposizione dell’Fmi e di altre agenzie.

Balcani occidentaliNel marzo dello stesso anno, la World Bank, che per il periodo 2011-2015 aveva già stanziato 164,2 milioni di dollari al Montenegro, aveva ritirato l’ulteriore offerta di 50 milioni di dollari. Lasciando così campo libero ai finanziatori di Pechino. Nell’aprile 2015, l’amministrazione finanziaria montenegrina ha stabilito un’esenzione fiscale per la fornitura di prodotti e servizi necessari alla costruzione della nuova autostrada.

Vantaggi cinesi

Le imprese cinesi che vi lavorano non pagano Iva, dazi, tasse sull’assunzione di lavoratori stranieri e imposte commerciali. Inoltre godono di un’agevolazione del 60% sull’accisa sui carburanti e, nel caso di contenzioso, le corti competenti sono quelle cinesi. Il Montenegro ha, di fatto, istituito una sorta di ring fencing. Regime riservato esclusivamente alle società riconducibili al colosso cinese, China Road and Bridge Corporation. La quale suscita non pochi interrogativi sulla stabilità macro-finanziaria del Paese che potrebbe complicare il suo processo di accessione all’Unione europea.

Non solo il Montenegro

Sulla base di uno studio pubblicato nel 2018 dalla Ong statunitense Center for Global Development, oltre al Montenegro, altri 7 Paesi (Gibuti, Kirghizistan, Laos, Maldive, Mongolia, Montenegro, Pakistan e Tagikistan), caratterizzati da economie fragili, hanno contratto prestiti significativi con il Governo cinese nell’ambito dell’iniziativa infrastrutturale One Belt One Road Initiative. Con riferimento al terrorismo internazionale, l’Isis ha in corso nella regione balcanica un’importante attività di recruiting di foreign fighters, soprattutto in Kosovo, Bosnia- Erzegovina e Albania.

Traffico di armi

Numerosi cittadini provenienti da quei Paesi si trovano, a tutt’oggi, arruolati nei campi militari siriani. Centinaia di foreign fighters sono rientrati nei loro Paesi di origine, spesso insieme ai loro familiari, inducendo i rispettivi governi ad attuare urgenti e incisive politiche di riabilitazione e reinserimento nel tessuto socio-economico del Paese dei rimpatriati. Infine, in alcuni Paesi dell’ex Jugoslavia (soprattutto in Bosnia-Erzegovina) si trovano veri e propri arsenali di armi stoccate in depositi illegali, sfuggiti al controllo delle autorità e risalenti ai conflitti jugoslavi.

Alcuni reports di Law Enforcement Agencies internazionali hanno evidenziato che trafficanti di armi da guerra avrebbero contrabbandato kalashnikov, mitra Zagi M91, mitragliette Skorpion, fucili semiautomatici Drugonov, pistole Colt 1911 e Glock 38 provenienti dalla Bosnia-Erzegovina anche in alcuni Paesi dell’Unione. Inoltre, le stesse sarebbero state utilizzate da cellule terroristiche islamiche per l’esecuzione dei recenti attentati terroristici in Francia.

Traffici illeciti nel Mare Adriatico

Secondo un’inchiesta condotta dalla Ong svizzera Small Arms Survey, il numero di armi “non registrate” presenti nei Balcani oscillerebbe tra un minimo di un milione e mezzo e un massimo di quattro milioni. Idea progettuale avente l’obiettivo di fornire una risposta concreta alle sempre crescenti attività illecite perpetrate nel Mare Adriatico dalle organizzazioni criminali. Questa è sottoposta alle valutazioni della Commissione europea. Il principale obiettivo è quello di rafforzare la cooperazione internazionale a livello operativo tra tutte le Law Enforcement Agencies impegnate nella lotta ai traffici illeciti nel Mar Adriatico. Attuabile anche attraverso l’ipotesi di costituire un’unica centrale operativa internazionale strumentale allo scambio, in tempo reale, di dati, immagini, situazione radar, intelligence e al coordinamento di attività preventive e repressive tutte volte alla lotta ai traffici illeciti e all’innalzamento del livello di sicurezza nel Mare Adriatico.

Crocevia critico

Il tema della lotta ai traffici illeciti e il contestuale innalzamento del livello di sicurezza nel Mar Adriatico assume un carattere emergenziale. Soprattutto tenendo conto del fatto che esiste, a tutt’oggi, un’evidente sproporzione tra l’ingente numero di traffici illeciti e quello delle segnalazioni di polizia. In effetti, il Mare Adriatico rimane un crocevia critico per i traffici illeciti perpetrato da gruppi criminali lungo la rotta balcanica (via mare, blue border). Alcuni dei quali collegati alla rete criminale organizzata dei Balcani occidentali nota come Balkan Cartel.

Infatti, l’attuale blue border surveillance system a livello nazionale e il livello di cooperazione internazionale di polizia nel Mare Adriatico non sembrano fornire una risposta adeguata alle sempre crescenti minacce rappresentate dalle varie forme di criminalità transnazionale esistenti nell’area geografica di interesse. Al riguardo, i risultati operativi conseguiti dai Paesi terzi dell’area balcanica occidentale appaiono ancora poco significativi rispetto all’ingente numero di traffici illeciti perpetrati quotidianamente nel Mare Adriatico. Peraltro, gran parte dei risultati anzidetti scaturiscono più da episodiche iniziative di polizia dei singoli Paesi piuttosto che il risultato dell’attività di un network operativo consolidato caratterizzato da procedure di ingaggio standardizzate.

Network operativo

Le criticità sopra evidenziate unite all’assenza di un unico sistema integrato di sorveglianza elettronica che copra l’intero Mare Adriatico determinano spesso il fallimento di attività di polizia in mare volte all’identificazione di imbarcazioni sospette. L’idea progettuale in esame assumerebbe una straordinaria rilevanza in termini di politica internazionale. Se si pensa che il processo di accessione dei sei Paesi dell’area balcanica occidentale non potrà perfezionarsi se non sarà garantito prima un adeguato livello di sicurezza del cosiddetto “blue border“ (così viene definito il Mare Adriatico dall’Unione europea).

L’idea progettuale proposta alla Commissione europea si propone di stabilire un network operativo costituito dalle polizie di frontiera dei Paesi che si affacciano sul Mare Adriatico, da Frontex e da ulteriori organizzazioni internazionali interessate. La quale consenta la condivisione – in tempo reale – di informazioni di polizia, di intelligence e di immagini radar di situazione. Ciò, anche mediante la possibile costituzione di un’unica centrale operativa internazionale. E anche il coordinamento di operazioni di polizia congiunte in mare attraverso standardizzate procedure operative. Il fine è generare nuove indagini aventi impatto regionale e internazionale.

La componente operativa denominata “stolen boats”

In seno all’idea progettuale proposta a Bruxelles, assume una straordinaria importanza la componente operativa dedicata alla problematica delle imbarcazioni rubate (“Stolen boats”) che nasce dalla constatazione dell’esistenza di un mercato illegale che genera, ogni anno, la circolazione nel Mar Mediterraneo di decine di migliaia di imbarcazioni rubate potenzialmente gestite da gruppi criminali allo scopo di commettere attività illecite. Detta componente operativa – avente lo scopo di identificare le imbarcazioni rubate e i relativi equipaggi, al fine di prevenire e reprimere eventuali crimini – assume, a tutt’oggi, una rilevante importanza se si considera non solo che il mercato delle imbarcazioni rubate nella regione adriatica è un fenomeno in forte espansione, ma che dietro una singola barca rubata si cela, quasi sempre, un traffico illecito e/o un’organizzazione criminale.

La creazione di un’unica piattaforma di condivisione dei dati

Uno degli obiettivi dell’idea progettuale in trattazione è quello di creare (o implementare) un database interamente dedicato alle imbarcazioni rubate. Quindi che includa tutte le informazioni relative alla storia della nave. Ma anche immagini, eventuali attività illecite connesse, i membri dell’equipaggio e qualsiasi altra informazione utile.

A tutt’oggi, infatti, sembra che esistano solo due databases afferenti ai dati sulle imbarcazioni rubate. Gestiti, rispettivamente, da Interpol e dalla Polizia tedesca di Costanza. I quali risultano però non aggiornati e non esaustivi. Quello pensato in seno all’idea progettuale in esame, dovrebbe essere direttamente accessibile da tutte le Law Enforcement Agencies. Che sono impegnate nella lotta ai traffici illeciti nel Mare Adriatico. E, più in generale, nel Mar Mediterraneo, e sarebbe alimentato da queste ultime e dovrebbe essere necessariamente interoperabile con le altre banche dati nella disponibilità delle stesse Law Enforcement Agencies.

Architettura dell’idea progettuale

La struttura organizzativa dell’idea progettuale presentata a Bruxelles potrebbe ricalcare la cooperazione marittima del Mar Baltico (The Baltic Sea Region Border Control Cooperation – BSRBCC). Inoltre, potrebbe prevedere la presidenza di uno degli Stati partecipanti a rotazione (ad esempio di un anno) con il compito principale di incoraggiare la cooperazione e lo spirito di iniziativa tra le parti interessate e potrebbe presiede la riunione annuale dei capi delle polizie di frontiera. La quale fungerebbe da organo supremo per l’iniziativa di cooperazione e approva la strategia operativa.

Il Secretariat potrebbe seguire anch’esso un sistema di rotazione ed essere composto da rappresentanti della presidenza precedente, di quella in carica e di quella successiva. E potrebbe rappresentare la progettualità a livello internazionale, fungendo così da strumento per interfacciarsi con gli altri organismi di cooperazione internazionale. Il Secretariat supporterebbe, altresì, la presidenza nella pianificazione e nel coordinamento delle attività operative su richiesta.

L’Adriatic Border Committee sarebbe l’organo supremo di cooperazione a livello operativo. Con il compito di pianificare e attuare la strategia di cooperazione. Coordinando, in tempo reale, lo scambio di informazioni tra i partners e le operazioni congiunte di polizia nel mare Adriatico. Potrebbe essere composto da rappresentanti designati da ciascun Paese adriatico. I quali rappresenterebbero i punti di contatto nazionali. Il gruppo di lavoro dell’idea progettuale (working group) riporterebbe al Secretariat e all’Adriatic Border Committee e sarebbe composto da 2 esperti di ciascun Paese adriatico. Il suo compito principale sarebbe quello di raccogliere tutte le esigenze e le proposte dalle parti interessate. Al fine di modellare l’idea progettuale e redigere un piano operativo definitivo in modo da avviare le fasi successive.

Risultati operativi previsti

I risultati operativi previsti, a seguito dell’implementazione della progettualità di che trattasi, sarebbero rappresentati dall’incremento del numero di attività preventive e repressive. Con conseguente incremento di investigazioni ed emissione di misure cautelari personali e reali nei confronti dei componenti i gruppi criminali operanti nel Mare Adriatico. Dal rafforzamento del sistema generale di sicurezza e protezione nelle acque del Mare Adriatico e della cooperazione internazionale tra le Law Enforcement Agencies operanti nel Mare Adriatico. Dalla riduzione dei costi afferenti all’esecuzione di attività preventive e repressive transfrontaliere, aumentando nel contempo l’efficienza del sistema di sicurezza nel suo complesso.

I principali potenziali partners

I principali potenziali partners dell’idea progettuale sarebbero tutti i Paesi che si affacciano sul Mar Adriatico (Albania, Bosnia Erzegovina, Croazia, Grecia, Italia, Montenegro, Slovenia). E alcune organizzazioni internazionali come Frontex, Europol, US Coast Guard, ICITAP (International Criminal Investigative Training Assistance Program). Ma anche IAMI (International Association of Marine Investigators) e IMOC (Inter-institutional Maritime Operational Centre).

In ultima analisi, l’iniziativa progettuale in esame avrebbe le potenzialità per essere un progetto di ampio respiro dotato di vita autonoma. Qualora supportato da adeguate risorse finanziarie. Una possibile soluzione – atteso il grande interesse dimostrato da alcuni Paesi extra Ue (US State Department – Export Control and Related Border Security (EXBS) Program e UK Border Force and Immigration) per essere coinvolti e finanziare l’iniziativa – potrebbe essere quella di facilitare una conferenza dei donatori. Anche sviluppando l’idea progettuale attraverso un contratto di servizio, forse nella forma “global price“.

 

Marco Letizi

Foto © Wikipedia, Balkaneu, Architectuul, Scenari economici, Antimafia, GdF, Frontex

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