Il presidente del Consiglio Draghi, ospite per la prima volta alla stampa estera, ha reso noto particolari della telefonata tenuta con Putin
«Le posizioni si sono un po’ avvicinate tra Russia e Ucraina»: ha tenuto banco il resoconto del colloquio telefonico del giorno prima nella conferenza stampa del premier Mario Draghi parlando per la prima volta all’Associazione della stampa estera a Roma. Parole di speranza, anche se, secondo il Cremlino, i tempi non sono ancora maturi per un incontro Putin-Zelensky né ci sono le condizioni per un cessate il fuoco.
«Le sanzioni funzionano» – ha rilevato e spiegato Draghi – «ma alla pace si arriva se l’Ucraina si difende, altrimenti non ci si arriva». Giustificando subito quello che è un punto su cui il proprio Governo sta incontrando diversi problemi. Non solo per la decisione (compatta, a livello Ue) di spedire armi in Ucraina, ma sulla percentuale fino al 2% del Pil come obiettivo delle spese militari. Eppure l’accordo sull’aumento sembra raggiunto.
La tensione tra il Governo e il MoVimento 5 Stelle
Lo spettro di una crisi dell’esecutivo sembra allentarsi nelle parole del presidente del Consiglio. Che annuncia come nel Def «non è previsto che ci sia nessuna indicazione specifica di spese militari».
Il premier lo dichiara durante la conferenza, di fatto confermando il raggiungimento di un punto di caduta nella querelle con il leader M5S, Giuseppe Conte: spalmare fino al 2028 l’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil. Anche se, va bene, sono le ricostruzioni delle due parti a non coincidere.
«Ci siamo visti con il presidente Conte» – spiega Draghi – «il quale chiedeva un allargamento, un allungamento dell’obiettivo al 2030. Io ho detto no, si fa quel che il ministro della Difesa Guerini ha proposto e deciso per il 2028. Successivamente è uscito un comunicato che diceva che quella era proprio la richiesta di coloro che volevano ridurre le spese militari, quindi non c’è disaccordo».
Entrambi si intestano la “vittoria”
La lettura del MoVimento 5 Stelle è diversa: “Riteniamo un bene che ci sia ora convergenza sulle nostre posizioni, ma narrazioni di comodo non possono distorcere la realtà”, si legge in una nota. In cui si sottolinea “il dietrofront del Governo, del ministro Guerini e del premier Draghi, a fronte della nostra determinazione”.
Dopo una diretta su Instagram, Conte rilancia: «Prima ci danno degli irresponsabili, poi ci danno ragione». Perché «finora solo il M5S aveva detto pubblicamente di andare oltre il termine del 2024, anche rimandando tutto al 2028 o al 2030.
Ora, finalmente, le parole del ministro Guerini e quelle del presidente Draghi rappresentano un’apertura di buon senso alle nostre posizioni». L’ex premier riserva stoccate anche all’alleato Pd: «Pretendo rispetto. Non posso accettare accuse di irresponsabilità perché non funziona così: non siamo la succursale di un’altra forza politica».
I cambiamenti repentini del leader del Cremlino
Tornando alla conferenza stampa del premier Putin a Draghi – e successivamente anche al cancelliere tedesco Scholz – aveva garantito le forniture di gas e i pagamenti in euro. Salvo poi il giorno dopo firmare un decreto che fa scattare da subito i pagamenti in rubli, pena lo stop alle forniture. La firma del decreto e le nuove affermazioni del leader del Cremlino fanno schizzare il prezzo del gas e agitano le cancellerie europee.
A sera la Commissione europea lavora a una interpretazione degli effetti concreti delle decisioni di Putin – che prevedono comunque “permessi” per non pagare in rubli – e Draghi ne parla al telefono con il cancelliere Olaf Scholz. Italia e Germania sono i primi acquirenti europei del gas russo e Berlino, insieme a Parigi, ha già fatto sapere che si sta “preparando” anche all’eventualità che Putin chiuda i rubinetti del gas.
Incognita continua per le forniture di gas
Palazzo Chigi precisa che Roma si atterrà alla linea stabilita dalla Commissione Ue. Si va verso la bella stagione e il riempimento degli stoccaggi va avanti già a ritmo sostenuto, osservano dal Governo.
Eventuali interruzioni, come assicura anche il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, non sarebbero insomma un problema nell’immediato. Ma, certo, se uno stop dovesse protrarsi a lungo, in autunno ci sarebbero delle difficoltà.
L’Italia comunque procede spedita con il piano per conquistare l’autonomia dal gas russo, rivendica Draghi, ricordando che per tamponare gli effetti su famiglie e imprese dei rincari dei prezzi esasperati dalla guerra il Governo ha già stanziato 20 miliardi ed è pronto a fare ulteriori interventi.
Dopo il varo del Def la prossima settimana, probabilmente mercoledì e dopo un confronto con i sindacati, che il premier incontrerà giovedì mattina per esaminare la situazione economica, anche alla luce delle novità sul fronte del gas. Per ora si mantiene un discreto ottimismo, anche perché gli atti del presidente russo non appaiono del tutto in contraddizione con le parole dette al telefono.
Cina e Turchia protagoniste per il processo di pace
Putin, riferisce Draghi ai cronisti stranieri, ha promesso che le aziende europee avranno delle “concessioni” e potranno continuare a pagare in euro. Nel colloquio si è avvertito un certo “cambiamento” di tono di Putin, ammette il presidente del Consiglio. Ma non si sentivano «da prima della guerra» ed è difficile da interpretare. La situazione, ripete più volte il premier, è «in evoluzione». Bisogna stare il più possibile «ai fatti» che finora non hanno mostrato da parte di Mosca un vero «desiderio di pace».
La Cina «potrebbe diventare protagonista» di questo processo, e il vertice con la Ue (oggi, ndr) servirà anche a sondarne le intenzioni, oltre a «riparare» le relazioni commerciali che «in questi ultimi anni sono state frammentate».
In attesa di vedere se Pechino risponderà alle «aspettative» occidentali, un ruolo «importantissimo» è quello che sta esercitando la Turchia, sottolinea il premier poco prima dell’annuncio da parte del presidente Recep Tayyp Erdoğan di un tentativo di organizzare un faccia a faccia tra il presidente russo e Volodymyr Zelensky.
L’incontro a tre Italia, Francia e Turchia ci sarà «nelle prossime settimane», assicura il premier. Mentre per Putin «i tempi non sono ancora maturi» per incontrare il presidente ucraino, dice ancora Draghi. Confermando che c’è l’intenzione di «rimanere in contatto» con il leader russo.
Italia garante per entrambe le fazioni
Il succo della presenza del premier alla conferenza stampa è porre in evidenza non solo della telefonata di ieri di 40 minuti, ma di come l’Italia sia stata richiesta come garante da Russia e Ucraina sull’attuazione di eventuali clausole negoziate fra i due Paesi. Il contenuto delle garanzie è presto per dirlo, dipenderà dal risultato del negoziato.
Davanti alla stampa estera, il premier Mario Draghi spiega che l’Italia c’è e i contatti con il Cremlino continuano. Così come l’interazione con la presidenza ucraina. Pur mostrando cautela, Draghi aggiunge che le posizioni si sono un po’ avvicinate e che le sanzioni funzionano. L’incipit della chiamata al presidente russo era stata chiara: «Chiamo per la pace». Speriamo che sia così.
Giovanni De Negri
Foto © Eurocomunicazione, Palazzo Chigi, Osservatorio Milex, Al Arabiya, IntelliNews
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