Dopo la cerimonia di assunzione del Comando della Guardia di Finanza da parte del generale Andrea De Gennaro, alcune riflessioni a bocce ferme sulla complessa procedura di nomina. Che valgono anche per quelle dei vertici delle altre forze di polizia
Lunedì 29 maggio, presso la Caserma Piave del Comando generale della Guardia di Finanza, con la cerimonia di assunzione della carica di comandante generale della Guardia di Finanza da parte del generale di corpo d’armata Andrea De Gennaro, in presenza, tra le numerose autorità, del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, e del vicepremier Antonio Tajani, che ha seguito quella dell’assunzione della carica di comandante in seconda da parte del generale di corpo d’armata Sebastiano Galdino, si é definitivamente chiusa, dopo la decisione del Consiglio dei ministri del 23 maggio, la lunga e complicata successione al vertice delle Fiamme Gialle. Dopo il congedo dal Corpo, il 9 maggio, al termine del doppio mandato biennale, del generale Giuseppe Zafarana, già da tempo nominato come presidente dell’Eni.
Una procedura di nomina lunga e complicata
Si è trattato di una procedura di nomina lunga e complicata, non solo perché il Governo ha dovuto decidere chi guiderà per i prossimi anni – che, in tempi di guerra, anche economica, si prevedono particolarmente difficili – uno dei corpi dello Stato tra i più delicati e complessi. Cui è demandato il compito di vigilare sulla sicurezza economico-fiscale dell’Italia. Oltre che quello della lotta alla criminalità organizzata, nazionale e transnazionale, e la difesa politico-economica delle nostre frontiere. Che sono in gran parte lunghe frontiere, soprattutto marittime, dell’Unione europea.
Fiamme Gialle vittime del loro successo, e di una classe dirigente di alta qualità
Ma anche perché le Fiamme Gialle sono state vittime del loro successo. O meglio, dell’ottima formazione dei propri dirigenti, oltre che di tutto il personale, e della loro severa selezione negli ultimi lustri. Formazione e selezione che hanno consentito al Corpo di offrire, all’autorità politica e di governo, una larga rosa di generali di corpo d’armata dai quali attingere il proprio comandante generale. Tutti di grandissimo valore, professionale, etico e umano. Con punte di grande eccellenza. E chi scrive, conoscendoli tutti piuttosto bene, può assicurarlo con cognizione di causa, e senza timore di facile smentita.
La scelta, come previsto dalla legge, è stata di carattere squisitamente politico. Del Governo, ma non senza, ovviamente, il placet preventivo del Quirinale. Perché non va dimenticato che il capo supremo delle Forze armate, di cui anche la Guardia di Finanza fa parte integrante, è il presidente della Repubblica. Il quale nomina il comandante generale con proprio decreto, “previa deliberazione del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Economia e delle Finanze, di concerto con quello della Difesa”.
Troppe speculazioni politiche mediatiche e anche una “fake news”
Come accade purtroppo spesso, e da troppo tempo, in Italia, molte sono state le speculazioni politiche e mediatiche che, più o meno interessate, da più parti hanno accompagnato questa procedura. A discapito dei cittadini, oltre che della serenità degli oltre sessantamila finanzieri. I quali hanno assistito alla guerra di successione del loro comandante generale che, seppure felpata dallo stile da “ufficiali gentiluomini” dimostrato dai più, non ha mancato di creare più di qualche perplessità anche all’interno delle Fiamme Gialle.
Tra le inesattezze che, ad esempio, ho potuto riscontrare dalla lettura di alcuni commenti riportati dalla stampa, forse ispirati da che era interessato a screditare l’attuale Governo, la “fake news” secondo la quale, per la prima volta, la Guardia di Finanza, il 9 maggio, si sarebbe trovata ad avere un comandante generale facente funzioni.
Lo stesso Andrea De Gennaro che, quale comandante in seconda, è automaticamente subentrato al momento del congedo di Giuseppe Zafarana. Prima di essere ufficialmente nominato dal Presidente della Repubblica, a seguito della deliberazione del Consiglio dei Ministri, il 23 maggio, come il suo successore.
Chi ha sostenuto questa tesi, se non era in malafede, era disinformato. Perché, negli ultimi quarant’anni, alla Guardia di Finanza è accaduto più volte di avere un comandante generale ad interim. Per diversi giorni, e a volte persino per qualche mese.
Diversi, prima di Andrea De Gennaro, i comandanti generali ad interim della Guardia di Finanza
Dal 14 maggio al 4 settembre del 1986, l’allora comandante in seconda del Corpo, il generale di divisione Giuliano Oliva, rivestì infatti l’incarico di comandante generale facente funzioni, sino alla nomina governativa del generale degli alpini Gaetano Pellegrino.
La stessa funzione fu svolta, dal 31 dicembre 1988 all’11 gennaio 1989, dal generale Antonio Cappello, in attesa della nomina del generale dei bersaglieri Luigi Ramponi.
Mentre dal 31 dicembre 1996 all’11 gennaio 1997, toccò al comandante in seconda pro-tempore, Gaetano Nanula, fare funzione di comandante generale in attesa della nomina del generale Rolando Mosca Moschini.
Senza dimenticare infine – e quella fu una vera situazione davvero singolare, e senza precedenti – neppure i giorni, nel dicembre 2007, durante i quali, sotto il Governo di Romano Prodi, la Guardia di Finanza si trovò ad avere persino due comandanti generali: il generale Roberto Speciale e il generale Cosimo D’Arrigo.
Nominato comandante generale il 17 ottobre 2003, Speciale restò in carica fino al giugno 2007, quando venne sostituito da D’Arrigo. Ma il 15 dicembre 2007, a seguito di un suo ricorso, il T.A.R. del Lazio lo reintegrò nella funzione di comandante generale della Guardia di Finanza. Prima che, due giorni dopo, rassegnasse le sue dimissioni nelle mani del capo dello Stato, permettendo così al Consiglio dei ministri di nominare nuovamente, il 18 dicembre, il generale Cosimo D’Arrigo.
Ad onore del vero, va tuttavia precisato che, a quei tempi, il comandante generale della Guardia di Finanza proveniva sempre dall’Esercito. Mentre il grado vertice dei finanzieri, che non avevano generali di corpo d’armata, ma solo di divisione, era quello di comandante in seconda.
Dal 2010, Guardia di Finanza e Carabinieri hanno avuto comandanti provenienti solo dalle loro fila
Con legge nr. 79 del 3 giugno 2010, è invece stato stabilito che il comandante della Guardia di Finanza sia scelto fra i generali di corpo d’armata in servizio permanente effettivo del medesimo corpo o dell’Esercito, per un mandato pari a due anni, rinnovabile per un periodo di due anni, e comunque non oltre il raggiungimento del limite di età. Che è di 65 anni. Il comandante generale, qualora nel corso del primo biennio debba cessare dal servizio permanente effettivo per raggiungimento dei limiti di età, è richiamato d’autorità fino al termine del medesimo biennio e il mandato non è rinnovabile.
Dall’entrata in vigore della legge del 2010, sinora è sempre stato nominato un finanziere. Come ha ricordato l’ex comandante generale Giorgio Toschi, predecessore di Giuseppe Zafarana, a proposito della nomina del nuovo comandante.
Le parole del predecessore
«Andrea De Gennaro è il quinto comandante generale proveniente dal Corpo. A dimostrazione che i diversi Governi, tecnici o politici, di centro-sinistra e di centro-destra, che si sono succeduti negli anni, nonostante la persistente previsione normativa di poter nominare anche un generale di corpo d’armata dell’Esercito italiano, preferiscono – considerata la piena e totale affidabilità e lealtà repubblicana dell’Istituzione – nominare un “grado vertice” delle Fiamme Gialle».
«In questa occasione, considerato che numerosi erano gli aspiranti e i potenziali candidati a divenire l’autorità di vertice del Corpo, la riflessione è stata più ampia e approfondita prima di decretarne la nomina, svolgendo accurati esami e valutazioni di tutti i parigrado. Che si sono concluse determinandosi nella scelta di nominare il comandante in seconda, come già avvenne per la nomina del primo e del terzo comandante generale, il generale Di Paolo e io», ha proseguito l’ex comandante generale delle Fiamme Gialle. Che oggi riveste, a Palazzo Chigi, la carica di “Consigliere per i rapporti istituzionali e le tematiche afferenti la sicurezza, con particolare riferimento ai profili economico-finanziari” del vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani.
Gli auguri del generale Giorgio Toschi al generale Andrea De Gennaro
Prima di concludere con i suoi “auguri di buon lavoro al generale De Gennaro, al caro Andrea, che conosco dai tempi dell’Accademia, nel 1978, e di cui mi sono più di volte avvalso, nel corso della mia lunga carriera, quale validissimo collaboratore. Il generale Andrea De Gennaro, peraltro, ha più volte ricoperto delicati incarichi da me precedentemente assolti, quale quelli di comandante regionale Toscana, di capo del V Reparto del comando generale, di comandante dei Reparti speciale, e di comandante in seconda del Corpo”.
Il carrierismo spregiudicato può diventare un rischio per le libertà democratiche
Fatta questa premessa, completata dalle rassicurazioni di Giorgio Toschi, ritengo necessario ricordare alcune mie riflessioni – da cittadino e giornalista, osservatore e conoscitore attento della materia – a proposito della nomina dei vertici delle forze di Polizia italiane.
Sono riflessioni analoghe a quelle fatte, in un mio articolo su Il Riformista, il 31 luglio 2020. Analizzando il terreno su cui sembravano aver fatto presa le male piante della vicenda dei carabinieri infedeli di Piacenza. Che sembrava essere anche fatto di eccessivo e spregiudicato carrierismo. Non solo dei carabinieri infedeli, ma anche di altri dirigenti investigativi.
Sotto l’onda mediatica e scandalistica di quei giorni, osservavo che questa situazione, sempre attuale, seppure con sfumature e gradazioni diverse, è un rischio che corrono anche tutti gli altri organi di polizia giudiziaria.
Perché il carrierismo più spregiudicato (nelle forze di polizia, nella magistratura e tra i giornalisti), a volte può basarsi anche sulla pura ricerca del consenso e la spettacolarizzazione mediatica delle indagini preliminari. Senza nessun collegamento, come dovrebbe avvenire anche per le Procure della Repubblica, con le sentenze passate in giudicate. Troppo spesso di assoluzione, dopo aver rovinato la reputazione, se non la vita, di migliaia di “presunti colpevoli”.
Provenienza interna del vertice, un indubbio vantaggio per la competenza tecnica
A questa considerazione, sentivo, e sento tuttora, il dovere di collegare il carrierismo, che a volte può diventare anche spregiudicato, al fatto che il comandante generale dei Carabinieri provenga da poco più di un decennio, analogamente alla Guardia di Finanza, dalle fila dell’Arma. Offrendo l’indubbio vantaggio di non rischiare di avere al vertice un generale dell’Esercito, che non sempre aveva – nonostante alcuni ottimi comandanti generale passati alla storia – la necessaria competenza tecnica per la guida di una forza di polizia, con compiti e peculiarità ben diversi da quelli della sua forza armata di provenienza. Neppure quando i Carabinieri, prima di divenire la Quarta Forza Armata, erano la prima Arma dell’Esercito.
Pro e contro di una provenienza solo dall’interno dei vertici delle forze di polizia
La bagarre per la recente nomina del vertice delle Fiamme Gialle, ha tuttavia confermato che la costante, nei fatti, provenienza dal loro interno, delle autorità di vertice di Carabinieri e Guardia di Finanza, non è neppure esente da criticità. Pur avendo offrendo gli indubbi vantaggi di competenza tecnica segnalati.
Il Corpo della Guardia di Finanza, come ricordato, da oltre un decennio ha saputo offrire al Governo rose di generali di corpo d’armata di grandissima qualità. Dalle quali sono stati scelti comandanti generali di grande valore. Che sinora hanno tutti saputo guidare il Corpo con saggezza ed equilibrio, accrescendone il prestigio, sia a livello nazionale che internazionale.
Ma la mancanza di apertura delle nomine all’esterno, a parte l’Esercito, per i limiti di competenza tecnica sopra segnalati, potrebbe alla lunga diventare anche pericolosa.
Cordate interne
Potrebbe, ad esempio, verificarsi un giorno una ridotta possibilità della scelta qualitativa da parte del Governo, che possa garantire ai cittadini che strutture tra le più delicate per la libertà e la vita democratica del Paese siano messe in mani realmente affidabili. Senza dimenticare neppure, a prescindere dalle competenze e dall’indiscusso valore dei singoli, l’influenza delle cordate interne ai diversi corpi, umanamente sempre possibili. Che possono risalire persino ai tempi dell’Accademia. Cordate che potrebbero anche largamente pre–condizionare dall’interno, e nel corso del tempo, quelle nomine.
Ed é un rischio che, secondo alcuni, si è intravisto nell’ultima procedura di nomina del comandante generale della Guardia di Finanza. Che ha provocato qualche sia pur velato imbarazzo in alcuni generali di corpo d’armata delle Fiamme Gialle.
Perché sono scelte, in un sistema democratico, che dovrebbero invece sempre prescindere da cordate interne, e appartenere alle sole autorità politiche e di governo, che non possono mai prescindere dal placet delle opposizioni, oltre che, ovviamente, del presidente della Repubblica. Nell’interesse supremo della democrazia e di tutti i cittadini. E non soltanto degli interessi di carriera, seppure pienamente legittimi, degli alti dirigenti delle forze di polizia.
Carriere dei vertici intermedi ora meno indipendenti dalla politica
Corollario di tale considerazione è la constatazione del fatto che, quando il comandante generale di Carabinieri e Guardia di Finanza proveniva dall’Esercito, egli era l’unico generale di nomina politica all’interno dell’Arma e del Corpo. Che si appoggiava su uno stato maggiore composto da ufficiali le cui carriere erano invece totalmente indipendenti, almeno sul piano formale, dalla politica.
Da quando i comandanti generali di Carabinieri e Guardia di Finanza provengono, invece, dal loro interno, gli ufficiali che ambiscono alla carica di vertice non possono esimersi, nel corso della loro carriera, dal coltivare rapporti più stretti con la politica. Che possono anche diventare pericolosi. Per la neutralità delle istituzioni che rappresentano, oltre che per loro stessi. Come dimostrato anche, ma non solo, dal rinvio a giudizio persino di un ex comandante generale dei Carabinieri.
Le procedure di nomina dei vertici delle forze di polizia, devono essere sempre improntate alla tenuta democratica delle Istituzioni repubblicane
A bocce ormai ferme, come già ricordato, e fuori da ogni sterile polemica di parte, rinnovo quindi a me stesso lo stesso interrogativo che mi ponevo in occasione dello scandalo dei “Carabinieri di Piacenza”. Questa volta però traendo spunto dalla complicata procedura di nomina del comandante della Guardia di Finanza. E cioè se non si possa immaginare che, anche per avere la possibilità, quando necessario, di portare aria fresca e discontinuità all’interno di un determinato corpo di polizia, che alla carica di comandante generale di Carabinieri e Guardia di Finanza (ma potrebbe dirsi lo stesso anche per la Polizia di Stato) possano aspirare, oltre ai propri generali di Corpo d’Armata e, sinora teoricamente, quelli dell’Esercito, anche i più alti dirigenti delle altre forze di polizia, e magari anche delle altre forze armate.
È un’idea che, seppure sono ben consapevole non potrà essere facilmente digerita dagli stati maggiore delle tre forze di polizia, non è comunque completamente fantasiosa.
Da un lato, perché, potenzialmente, aprirebbe ai loro rispettivi più alti gradi la possibilità di essere nominati non solo a capo del proprio corpo o arma, ma, in uno spirito interforze, già ampiamente sperimentato con successo presso la Dia, il Servizio Centrale Antidroga, e di servizi di sicurezza e di intelligence (Dis, Aise e Aisi), anche a quello di un altro.
Gli esempi delle Gendarmeria francese e della Guardia Civil spagnola
Dall’altro, perché è ciò che accade da tempo in altri Paesi europei.
Come in Francia, ad esempio, dove il direttore generale della Gendarmerie Nationale, corrispondente ai nostri Carabinieri, è spesso un civile (prefetto o alto magistrato).
Oppure in Spagna, dove la Guardia Civil (che, nonostante il nome, è un corpo di polizia a ordinamento militare, esattamente come Carabinieri e Guardia di Finanza in Italia), da quando il tenente colonnello della Guardia Civil Antonio Tejero, il 23 febbraio 1981, al comando di 200 suoi militari, assaltò con pistola in pugno il Parlamento spagnolo, e sequestrò tutti i deputati, ha come direttore generale un esterno alla GC. Spesso un civile. In un caso addirittura un generale di brigata (quindi di grado inferiore ai vertici della GC) dell’Aeronautica militare.
La tenuta democratica delle Istituzioni non può fondarsi solo sulle qualità personali dei singoli
Sono riflessione quelle esposte che, in considerazione della delicatezza e fragilità delle istituzioni democratiche – a fronte dei grandissimi poteri di cui dispongono le nostre forze di polizia – non dovrebbero essere fatte sotto emergenza.
Ma in un momento come quello attuale. Sapendo approfittare dell’indiscussa affidabilità e lealtà democratica, degli alti dirigenti delle nostre forze armate e di polizia. A cominciare dai loro vertici. Seppure nella consapevolezza che la tenuta delle istituzioni democratiche, soprattutto sotto venti di guerra ed emergenze varie, deve essere sempre protetta. E non può mai essere affidata soltanto alla buona volontà, o alla qualità individuali delle donne e degli uomini che, in un determinato momento, fanno parte della loro dirigenza.
Alessandro Butticé
Foto © Guardia di Finanza, Gendarmerie National, Guardia Civil, Libero.it
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