Impiccata la ex sposa bambina che aveva ucciso il marito seviziatore, mentre in Italia si compie ennesimo femminicidio
Solo un mese fa, il 25 novembre, si era celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. A Roma si erano radunate circa mezzo milione di persone e in tutte le piazze si era gridato «Non una di meno». Diversi palazzi istituzionali proiettavano le parole ” Non sei sola” seguite dal numero del centro antiviolenza domestica. Ma le donne continuano ad essere uccise. In Italia e nel Mondo.
Eseguita la condanna a morte di Samira Sabzian
In Iran all’alba del 20 dicembre è stata giustiziata Samira Sabzian, l’ex sposa bambina da dieci anni in carcere. Nel dicembre 2014, la giovane, terrorizzata ed esasperata, aveva assassinato l’uomo che era stata costretta a sposare a quindici anni e che, per i successivi sei, l’aveva picchiata, umiliata, e seviziata. Per i giudici, però, gli abusi domestici non sono un’attenuante.
Solo i parenti del defunto marito avrebbero potuto salvarla dal patibolo dopo la sua richiesta di perdono. Infatti secondo il codice penale islamico, chi viene accusato del generico “omicidio intenzionale” è condannato a qisas o retribuzione in natura, indipendentemente dalle circostanze. Una volta che un imputato è stato condannato, i querelanti hanno l’autorità di decidere se confermare la punizione o se concedere la grazia ottenendo un compenso pecuniario. I parenti però non hanno voluto farlo. Anzi, hanno ulteriormente chiesto una “punizione esemplare”. I suoi due figli di 10 e 14 anni, affidati ai nonni paterni, le hanno fatto visita in prigione il giorno precedente l’esecuzione, la prima e unica volta per salutarla.
Stretta del Governo iraniano contro le rivolte
Samira è la diciottesima donna uccisa quest’anno su un totale di quasi ottocento esecuzioni. Un numero record che si inserisce nella stretta voluta dal presidente Ebrahim Essebsi e dalla guida suprema, l’ayatollah Khamanei dopo l’ondata di proteste che ha scosso il Paese nell’autunno 2022, a seguito della vicenda di Mahsa Amini. Il caso di Samira aveva avuto particolare impatto a livello internazionale tanto da spingere le autorità a sospendere l’impiccagione il 13 dicembre.
Il suo dramma sintetizzava le discriminazioni nei confronti delle donne la cui ribellione sta proseguendo sotto traccia al grido: “Donna, vita, libertà”, dopo le plateali dimostrazioni dell’anno scorso, stroncate nel sangue. Se la curda Mahsa Amini è morta dopo l’arresto in quanto “malvelata”, Samira è stata impiccata in quanto omicida. E poco importa se all’origine del suo gesto ci fosse terrore, disperazione o legittima difesa. In fondo, entrambe si sono ribellate a una situazione che avrebbero dovuto semplicemente accettare e subire.
Triste fenomeno delle “baby-mogli”
Il portavoce italiano di Amnesty International, Riccardo Noury ha dichiarato che «Samira Sabzian è la tragica testimonianza di un sistema imperniato sull’oppressione delle donne, sin dalla loro infanzia». Il matrimonio, in teoria, è illegale prima della maggiore età, che per le femmine viene raggiunta a otto anni e nove mesi mentre per i maschi a quindici anni.
Le famiglie povere, soprattutto nelle Province più remote, obbligano le figlie a sposare uomini generalmente più anziani per non doverle mantenere o anche per avere in cambio una casa o un po’ di soldi. In base alle stime dell’Unicef, il 17 per cento delle donne è stata obbligata alle nozze prima dei 18 anni. Varie Ong hanno denunciato un incremento del numero di spose bambine a partire dal 2020 a causa della crisi economica. Le “baby-mogli” sono vittime, in genere, di violenze sistematiche da parte del marito.
Triste primato dell’Iran come carnefice delle donne
In Iran oggi si registra il maggior numero di esecuzioni dopo la Cina e le donne sono le principali vittime. Secondo il rapporto di Iran Human Rights almeno 164 sono state giustiziate tra gennaio 2010 e ottobre 2021 e solo nel 2023 ne sono già state uccise almeno 17. Come tutte le esecuzioni, la maggior parte vengono eseguite in segreto. Nel 66% dei casi di omicidio conosciuti, le donne sono state condannate per aver ucciso il marito o il partner. La legislazione matrimoniale non prevede per la donna il diritto al divorzio neanche in caso di violenza domestica e abusi che sono sempre giustificati. E, quando vengono denunciate, le donne vengono spesso ritratte come madri malvagie o streghe.
Proseguono le proteste nel Paese mediorientale
La rivendicazione del popolo iraniano sta sperimentando nuove strade e l’ultima è quella del ballo in luogo pubblico. Questa è notoriamente un’attività proibita dalle leggi degli Ayatollah, specie quando sono coinvolte le donne. Artefice dell’iniziativa è stato un anziano pescivendolo, Booghy, proprietario di una bancarella nella città turistica Rasht che si affaccia sul Mar Caspio. Il video lo ritrae mentre si scatena al mercato con musiche hip–hop sotto gli occhi di una folla divertita. Il New York Times ne ha parlato come di un eroe, descrivendo questo fenomeno virale quasi una nuova forma di protesta contro il Governo che sta sconvolgendo il Paese.
Ennesimo femminicidio in Italia, nel Trevigiano
In Italia, il 19 dicembre, a pochi giorni dalle esequie della ventiduenne Giulia Cecchettin, ennesima vittima di femminicidio, veniva barbaramente uccisa Vanessa Bollan. La giovane donna, di ventisei anni, mamma di un bambino di 4 e in attesa di un secondo figlio, è stata colpita con otto coltellate, dopo essere stata presa a pugni sul volto. Anche questa volta si è trattato di una persona conosciuta. L’ex amante Bujar Fandaj non aveva accettato la fine della relazione, sfociata pochi mesi fa in una denuncia per stalking, sottovalutata.
Codice Rosso, ” corsia preferenziale” per le denunce sulla violenza domestica
A tal proposito una considerazione da fare è che la legge 69 del 19 luglio 2019, il cosiddetto Codice Rosso, deve essere ripresa in mano.
La legge prevede che la polizia giudiziaria una volta acquisita la notizia di reato riguardante casi di violenza, riferisca immediatamente al pubblico ministero. Questo nei casi di delitti di violenza domestica o di genere entro tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato deve assumere informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti.
Con il Governo Meloni è stato approvato il cosiddetto “Ddl Roccella” del 22 novembre 2023 che rafforza ulteriormente il Codice Rosso. Tra le varie misure adottate vi è il potenziamento delle misure di prevenzione, le iniziative formative in materia di contrasto della violenza sulle donne e la violenza domestica, il rafforzamento delle misure cautelari e dell’uso del braccialetto elettronico.
Riconoscere la violenza di genere
Il termine si riferisce a ogni atto legato alla differenza di sesso che provochi o possa provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica comprese le minacce di compiere tali atti o la privazione arbitraria della libertà sia nella vita pubblica che nella vita privata. La violenza sulle donne è una violazione dei diritti umani ed è pertanto un reato contro la persona. Questa è la definizione che ne dà Arci Centro Donna e che spiega in un prospetto molto ben fatto come si manifesta la violenza: quali siano i luoghi comuni, quali gli effetti e le conseguenze, e gli impedimenti alla denuncia.
Recente studio del Cnr-Ifc
Attualmente in Italia le donne vittime di violenza fisica sono circa ottantamila. Poco meno di due milioni hanno riferito di aver avuto nel corso della propria esistenza, esperienza di persone vicine, nella maggior parte dei casi familiari conviventi o ex partner, che le «colpivano con forza o le trattenevano contro la loro volontà». Riporta Sabrina Molinaro, ricercatrice di Cnr-Ifc e responsabile dello studio che «Un altro elemento interessante è proprio nella bassa percentuale di donne che riferisce di avere denunciato l’episodio, nonostante il forte impatto che tali violenze assumono nella gestione della quotidianità, quando non la dimensione di vero e proprio pericolo».
Non denunciano perché «l’atto non era perseguibile per legge», secondo il 50,3% delle donne coinvolte nella ricerca, «hanno perdonato o giustificato l’aggressore». Il 16% delle vittime, «non voleva più pensare all’accaduto» l’11,3%. Quasi il 10 per cento non denuncia «per vergogna». Il 7% non denuncia «per paura» dell’aggressore. Infine circa il 6 per cento non ha fiducia nelle istituzioni o teme di non essere creduta. Tutto questo testimonia l’importanza di diffondere la conoscenza e la sensibilizzazione del fenomeno per contrastare la tendenza culturale a normalizzare le esperienze legate alla violenza.
Veronica Tulli
Foto © FinestrAperta.it, l’Unità, Oggi Treviso,













