Scarsità di risorse per una popolazione in crescita

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Popolazione

300 milioni di esseri umani soffrono la fame e 750 milioni vivono in condizioni di povertà estrema, mentre si prevede che la popolazione del Pianeta nel 2050 supererà i 9 miliardi

 

Il secolo scorso si è aperto con un miliardo e mezzo di abitanti e si è concluso con quasi sei. Dal 2013 abbiamo superato i 7 miliardi che costituiscono il doppio del numero di esseri umani che vivevano sulla Terra appena 50 anni fa. È un dato impressionante. È difficile prevedere nel lungo periodo quanto ancora potrà crescere la popolazione mondiale. Dopo lo sviluppo demografico esponenziale del secolo scorso, il tasso di natalità si sta in media lentamente abbassando, ma esistono ancora enormi differenze tra i Paesi cosiddetti sviluppati, dove spesso il tasso di crescita è pari a zero se non addirittura negativo e quelli in via di sviluppo.

Secondo una proiezione pubblicata dall’Onu e confermata da studi recenti dello “United States Census Bureau” si prevede comunque un ulteriore incremento della popolazione mondiale che potrebbe superare nell’anno 2050 i 9 miliardi, aprendo scenari veramente difficili. Gli studiosi ritengono che la scarsità di risorse causata dall’incremento della richiesta dovuta a una popolazione crescente, unita all’effetto di altre criticità dell’ecosistema, porterà a un collasso del Pianeta. Vien da sé infatti che più aumenta la popolazione umana, più diviene urgente e indifferibile trovare soluzioni agli incombenti problemi legati allo sfruttamento delle risorse e ai crescenti impatti sui sistemi naturali, a una più equa ripartizione della ricchezza e quindi a una maggiore giustizia sociale.

Un traguardo possibile

Di fronte a queste prospettive poco rassicuranti dobbiamo e possiamo dare una speranza alle nuove generazioni. L’esplosione demografica, se la scienza è messa veramente e con continuità a disposizione dell’umanità, potrebbe non essere un problema insuperabile. Molto dipenderà dall’emancipazione della donna, dall’educazione familiare, scolastica e sanitaria anche nei Paesi in via di sviluppo. L’obiettivo è quello di arrivare a un riequilibrio demografico sostenibile tra le diverse aree del Mondo perché come affermava con straordinaria lungimiranza il Mahatma Gandhi La terra ha risorse sufficienti per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di tutti”.

Le crisi alimentari

Secondo l’ultimo Rapporto Globale sulle Crisi Alimentari (GRFC), quasi 300 milioni di persone in 59 Paesi e territori hanno sperimentato livelli elevati di fame acuta nel 2023, con un aumento mondiale di 24 milioni rispetto all’anno precedente e oltre 36 milioni di bambini sotto i 5 anni di età sono gravemente malnutriti. Il Rapporto (www.fsinplatform.org/grfc2024) è stato presentato dal Global Network Against Food Crises con il contributo tra gli altri dell’Unione europea, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e del Programma alimentare mondiale (WFP), che avvertono che queste crisi sono principalmente guidate da conflitti e disastri climatici.

Quasi i due terzi di coloro che soffrono di fame acuta provengono da soli otto Paesi: Afghanistan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Nigeria, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen ai quali nel 2024 si è aggiunta anche la popolazione della Striscia di Gaza a causa della guerra tra Israele e Hamas.

Ridurre gli sprechi

Uno dei problemi più importanti da affrontare è certamente quello di garantire in modo equo il cibo a tutti. Oggi se ne produce come mai prima e per aumentare la Popolazionefornitura su larga scala, si è sviluppata un’agricoltura intensiva, meccanizzata e fortemente inquinante, che compromette la fertilità dei suoli, la disponibilità delle risorse idriche e nel complesso è responsabile di oltre un terzo delle emissioni globali di gas serra. Molti ecosistemi sono esposti al rischio di un progressivo deterioramento per cui è necessario rendere sostenibili i sistemi produttivi rinnovando o aggiornando le tecniche di produzione agricola alla luce delle indicazioni scientifiche e delle migliori esperienze applicative.

Da qui si apre una nuova sfida per tentare di ridurre la perdita e lo spreco di cibo a livello globale. I dati diffusi dall’Onu sono veramente allarmanti: le perdite e gli sprechi di cibo ammontano a circa 1,5 miliardi di tonnellate l’anno, pari a circa un terzo della produzione alimentare mondiale (stime FAO). Nel caso di frutta e verdura, quasi la metà (45%) viene sprecata. Quando il cibo viene perso o sprecato, tutte le risorse che sono state utilizzate per produrlo – inclusi acqua, terra, energia, lavoro, capitale, trasporti – vanno sprecate. Inoltre, lo smaltimento delle perdite e dei rifiuti alimentari nelle discariche, porta a emissioni di gas serra, contribuendo al cambiamento climatico.

Combattere la povertà

Ma le evidenti contraddizioni dell’attuale sistema produttivo non finiscono qui. Le politiche attuate dai Paesi più industrializzati hanno accresciuto ulteriormente le disuguaglianze e messo in gravi difficoltà i mercati locali dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia. E così la forbice tra ricchi e poveri sta sempre più ampliandosi. La crescente povertà estrema nella quale vivono 750 milioni di persone e la progressiva diminuzione del potere d’acquisto delle classi medie richiede una reazione ferma affinché si attui, con giustizia, una più equa distribuzione delle ricchezza.

Ancora oggi circa il 10% della popolazione mondiale vive con meno di 2 dollari al giorno. Milioni di persone sono costrette a tentare rischiose migrazioni per sopravvivere. La Banca mondiale calcola siano più di 250 milioni. Spesso dobbiamo constatare che nei Paesi in via di sviluppo lo sforzo per costruire un sistema politico democratico si trova ad affrontare problemi angosciosi in popolazioni paralizzate da un’economia in cui domina la povertà, che incontra forti difficoltà a crescere in presenza di permanenti gravi violazioni dei diritti fondamentali. Infatti le Nazioni più povere al Mondo sono gestite da Governi autoritari.

Garantire la dignità

«Il problema della crescita economica» – sostiene il Premio Nobel Amartya Sen – «non può prescindere dallo sviluppo e dalla promozione del benessere sociale. E in questo contesto la democrazia, i diritti politici e civili e la libera diffusione delle informazioni hanno la capacità di attrarre anche libertà di altro tipo, come la sicurezza delle persone, dando voce in molti casi ai soggetti più poveri e vulnerabili».

Sono necessarie nuove istituzioni sovranazionali democratiche a partire dal rinnovamento dell’Onu per poter garantire dignità ad ogni essere umano e il rispetto della democrazia, della libertà, e della giustizia, anche attraverso la creazione di unCentro studi per un’equa ripartizione della ricchezzae la realizzazione di unaCarta Universale dei diritti fondamentali del lavoro”. Perché in un mondo caratterizzato da un livello di sviluppo economico, mezzi tecnologici e capacità finanziarie senza precedenti, che milioni di persone soffrano la fame e vivano ancora oggi in estrema povertà è un oltraggio morale insostenibile.

 

Orazio Parisotto

Foto: United Nations, FAO, Onu Italia, Time for Africa

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Orazio Parisotto
Studioso di scienze umane e dei diritti fondamentali, è fondatore e presidente di Unipax, Ngo associata all’UN/Dgc Department of Global Communications delle Nazioni Unite e all’ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile - Agenda 2030 dell’Onu. Già consigliere-administrateur al Parlamento europeo è autore di numerosi saggi e pubblicazioni sull’Ue, i diritti dell’uomo e la pace. Su questi temi ha realizzato progetti educativi multimediali su piattaforme digitali (web giornali radio, web tv e strumenti didattici in e-learning), in collaborazione con l’Unione europea e ha promosso il “Progetto pilota di Educazione Civica per un Nuovo Umanesimo” per le scuole superiori. Scrive come editorialista su varie testate specializzate in relazioni internazionali e ha un Blog su geopolitica e diritti umani. È coordinatore del Comitato Promotore del Progetto United Peacers - The World Community for a New Humanism ed è membro del Comitato Scientifico dell'Università Internazionale per la Pace

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