L’Economia digitale: rischi e opportunità

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Economia digitale

Approvata dal Parlamento europeo la Direttiva per regolamentare l’utilizzo delle piattaforme digitali che coinvolge oltre 40 milioni di lavoratori

L’economia digitale sta trasformando il mondo del lavoro. Nell’ultimo decennio, l’espansione della connettività a banda larga e del cloud computing ha portato alla proliferazione di piattaforme digitali, che sono penetrate in diversi settori dell’economia e della società. Dall’inizio del 2020, le conseguenze della pandemia di Covid-19 hanno favorito gli accordi di lavoro a distanza, smart working, e consentito la continuazione di molte attività commerciali, rafforzando ulteriormente la crescita e l’impatto dell’economia digitale.

 

L’appello delle Nazioni Unite contro lo sfruttamento dei lavoratori digitali

L’Onu, ha però messo in evidenza i rischi della vorticosa e spesso incontrollata espansione di queste nuove forme di occupazione, lanciando un appello a tutti i governanti contro lo sfruttamento dei cosiddetti lavoratori digitali. Per gli esperti delle Nazioni Unite in questi ultimi anni è ulteriormente aumentato il crescente divario digitale all’interno dei singoli Paesi e tra quelli sviluppati e in via di sviluppo, in particolare in termini di disponibilità, accessibilità e utilizzo delle informazioni su internet, aggravando le disuguaglianze esistenti. Sebbene le piattaforme digitali forniscano ai lavoratori opportunità di reddito e benefici derivanti da accordi flessibili, anche per le donne, le persone con disabilità, i giovani e i migranti, presentano comunque molte criticità che riguardano la regolarità del lavoro e delle retribuzioni, i loro diritti a condizioni eque, la protezione sociale e standard di vita adeguati e la possibilità di formare o aderire a sindacati.

Anche le pratiche di monitoraggio attraverso gli algoritmi sono una modalità preoccupante sempre più diffusa. Per le aziende tradizionali poi, con specifico riferimento alle piccole e medie imprese, le nuove sfide che devono affrontare includono la concorrenza sleale delle piattaforme, alcune delle quali non sono soggette a tassazione e ad altri obblighi, senza dimenticare l’ammontare dei finanziamenti necessari per adattarsi continuamente alle trasformazioni tecnologiche e la disponibilità inadeguata di infrastrutture digitali affidabili particolarmente nel Sud del Mondo.

Incontro tra domanda e offerta

Un altro problema sul quale è necessario riflettere e intervenire con decisione riguarda la parcellizzazione del mercato del lavoro; si sta infatti rapidamente consolidando un mercato alternativo all’incontro tra domanda e offerta, dove si instaurano rapporti a carattere orizzontale (i cosiddetti “peer to peer”), del tutto privi di schemi formali, di regolazione e quindi senza alcuna protezione per i nuovi lavoratori della rete (crowd workers) coinvolti nella cosiddetta organizzazione produttiva intelligente”.

Con le infrastrutture digitali non si può creare rapporto umano, non si può negoziare il rapporto di lavoro, infatti vengono stabilite unilateralmente condizioni utili soprattutto per abbattere rischi e costi imprenditoriali e le obbligazioni nei confronti dei lavoratori: si approfitta della necessità che tanti giovani hanno di lavorare accettando qualsiasi condizione anche se non vengono rispettati né i diritti fondamentali né la loro dignità di cittadini e si approfitta anche del fatto che normalmente non esistono delle norme nazionali a difesa di questi lavoratori e se esistono vengono facilmente scavalcate data la caratteristica internazionale globale delle piattaforme digitali.

Diffusione della Gig Economy in Italia e in Europa

Queste condizioni di sfruttamento del lavoro digitale e della mancanza di normative chiare e uniformi sono confermate dall’ultimo Rapporto pubblicato dall’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche che ha denunciato come in Italia oltre il Economia digitale31% non ha un contratto scritto e solo l’11% ne ha uno di lavoro dipendente. Si tratta, dunque, di un lavoro povero, fragile. In altri termini, di una nuova precarietà digitale che vede anche affermarsi fenomeni di vero e proprio caporalato”. E in Europa l’economia digitale è in continua crescita senza adeguati controlli: secondo i dati della Commissione europea esistono più di 500 piattaforme di lavoro digitali attive che riguardano oltre 40 milioni di persone.

La direttiva del Pe

Fortunatamente qualcosa si sta muovendo nel nostro Continente dove il Parlamento europeo ha approvato una direttiva che stabilisce che i lavoratori della Gig Economy debbano essere considerati a tutti gli effetti subordinati e spetta alle aziende dimostrare il contrario. Le nuove norme garantiscono inoltre che una persona che esegue un lavoro su piattaforma non possa essere allontanata o licenziata sulla base di una decisione presa da un algoritmo o da un sistema decisionale automatizzato. L’adozione della direttiva può rappresentare un importante punto di riferimento sovranazionale per regolamentare e tutelare il lavoro delle piattaforme.

In tale nuovo contesto si stima che fino a cinque milioni e mezzo di lavoratori digitali in Europa potrebbero essere riclassificati come lavoratori subordinati, usufruendo così di alcuni diritti fondamentali finora negati, tra cui salario minimo, orario, sicurezza e salute sul lavoro, forme di assicurazione e protezione sociale. Queste garanzie consentirebbero non solo di bilanciare in maniera più equa l’interesse dei fruitori di tali servizi con il diritto a condizioni di lavoro dignitose, ma anche di assicurare condizioni concorrenziali più sane nei diversi mercati e una maggiore trasparenza fiscale. La tipologia dei lavori in piattaforma è molto variegata: è necessario intervenire soprattutto e prioritariamente là dove le condizioni sono più esposte al rischio di sfruttamento.

Purtroppo i tempi per una concreta applicazione delle nuove disposizioni sono ancora lunghi: infatti il testo dovrà ora essere adottato formalmente anche dal Consiglio europeo e dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Ue, gli Stati membri avranno due anni per integrare le disposizioni della direttiva nella loro legislazione nazionale.

Standard universali

La strada imboccata dall’Unione europea è comunque quella giusta e dimostra che la promozione del dialogo e del coordinamento delle politiche nazionali, regionali e internazionali è fondamentale per garantire la certezza normativa e l’applicabilità di standard universali. Il lavoro, come ben sappiamo, è un valore che sta alla base del sistema di giustizia e di solidarietà sociale ed è compito della cultura e delle forze sociali, di fronte a questi cambiamenti epocali, trovare nuove ed efficaci forme di tutela che devono essere uniformemente e globalmente applicate. In un mondo globalizzato, ancora una volta, si dimostrano quindi necessarie delle Istituzioni sovranazionali democratiche in grado di varare e far rispettare ovunque specifiche norme in modo da impedire gravi distorsioni e abusi e per distribuire i benefici più equamente in tutti gli Stati, per tutti gli imprenditori e per tutti i lavoratori.

 

Orazio Parisotto

Foto © Pe/Stockoneinchpunch, Eunews, Unione europea, Office Advice

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Orazio Parisotto
Studioso di scienze umane e dei diritti fondamentali, è fondatore e presidente di Unipax, Ngo associata all’UN/Dgc Department of Global Communications delle Nazioni Unite e all’ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile - Agenda 2030 dell’Onu. Già consigliere-administrateur al Parlamento europeo è autore di numerosi saggi e pubblicazioni sull’Ue, i diritti dell’uomo e la pace. Su questi temi ha realizzato progetti educativi multimediali su piattaforme digitali (web giornali radio, web tv e strumenti didattici in e-learning), in collaborazione con l’Unione europea e ha promosso il “Progetto pilota di Educazione Civica per un Nuovo Umanesimo” per le scuole superiori. Scrive come editorialista su varie testate specializzate in relazioni internazionali e ha un Blog su geopolitica e diritti umani. È coordinatore del Comitato Promotore del Progetto United Peacers - The World Community for a New Humanism ed è membro del Comitato Scientifico dell'Università Internazionale per la Pace

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