La determinazione con cui la comunità internazionale ha affrontato il problema dell’ozonosfera fa ben sperare per le attuali emissioni di CO2
Dagli anni ottanta c’è stata molta preoccupazione per il buco che si era formato nell’ozonosfera. Questo è stato l’argomento della catastrofe ambientale più temuta prima che i cambiamenti climatici le rubassero la scena. Il protocollo di Montreal del 1986 ha impedito la produzione di gas dannosi e ora, a distanza di circa un trentennio, possiamo dire che il problema è sostanzialmente risolto.
L’ozonosfera mantiene la vita sulla Terra
L’ozono è una molecola di ossigeno formata da tre atomi anziché gli usuali due cui siamo abituati. La famosa ozonosfera, si trova a 10-16 Km dalla superficie terrestre e arriva fino a 48 Km. In questa fascia è più concentrato che altrove: in dieci milioni di molecole d’aria ci sono circa tre molecole di ozono. Non sembra molto, eppure questo strato contiene il 90% dell’ozono atmosferico e consente il mantenimento della vita sulla Terra. Infatti quello della stratosfera è fondamentale perché assorbe gran parte delle radiazioni ultraviolette nocive (fino al 99%) provenienti dal Sole. Senza questo filtro, piante e animali verrebbero danneggiati dai raggi ultravioletti (UV) ad alta energia. Una riduzione dello scudo dell’1% aumenta del 2% la quantità di luce UV che raggiunge le zone inferiori dell’atmosfera.
Lo scudo protettivo insostituibile
Le radiazioni ultraviolette, vengono distinte normalmente in tre categorie in base all’energia che trasportano e chiamate, in ordine ascendente, A, B e C. Le UV–C, le più pericolose per la vita, vengono tutte schermate dallo strato di ozono e non raggiungono la superficie terrestre.
Le artificiali hanno proprietà antimicrobiche e vengono anche usate a scopi di sterilizzazione per rendere asettici strumenti e utensili. Anche la maggior parte delle radiazioni UV–B viene assorbita dallo strato di ozono, ma una certa percentuale raggiunge comunque la superficie terrestre. Queste possono essere dannose per la cute umana e sono la causa principale delle ustioni solari. A piccole dosi ne abbiamo tuttavia bisogno, perché aiutano la nostra pelle a produrre la vitamina D, essenziale per la salute delle ossa e del sistema nervoso.
Gli effetti delle radiazioni ultraviolette
In quantità eccessive possono invece causare danni genetici o tumori cutanei. Per difendersi, il corpo aumenta la produzione di un pigmento bruno, la melanina, in grado di assorbire le radiazioni UV e di disperderle sotto forma di calore riducendone la pericolosità. È questo il pigmento responsabile dell’abbronzatura. Le radiazioni ad energia più bassa, le UV–A, attraversano in genere lo strato di ozono e raggiungono la superficie terrestre. Per quanto possano risultare nocive in dosi molto elevate, sono molto meno preoccupanti degli altri due tipi. Tutti e tre le varianti possono danneggiare il collagene della cute, rendendola meno elastica e favorendone l’invecchiamento.
I danni sul materiale genetico
Ma l’effetto più pericoloso dei raggi è rappresentato dai potenziali danni al materiale genetico.
Le radiazioni possono essere assorbite dalle molecole di DNA nel nucleo delle cellule, con conseguente rottura delle catene lunghe. Se i meccanismi di riparazione del corpo non individuano il danno e lo eliminano, può verificarsi la morte delle cellule o persino errori nel processo di duplicazione. In alcuni casi possono insorgere cancri aggressivi. La luce UV è dannosa anche per altri organismi: le lampade che generano raggi ad alta energia vengono usate normalmente per sterilizzare aria e acqua da virus e batteri. Le radiazioni spezzano i legami molecolari del Dna dei microrganismi rendendoli incapaci di riprodursi.
Le cause del buco nell’ozonosfera
Le preoccupazioni per la presenza di un buco nell’ozonosfera sono iniziate negli anni settanta. Le prove raccolte in più decenni indicavano infatti un accumulo di sostanze chimiche artificiali apparentemente in grado di scomporre le molecole di ozono. Questi composti, una combinazione di cloro, fluoro, bromo, carbonio e idrogeno, noti come
idrocarburi alogenati, e altri, una combinazione di cloro, fluoro e carbonio, noti come clorofluorocarburi (CFC), erano stati ampiamente usati per decine d’anni negli estintori, nei frigoriferi, nei condizionatori e negli apparecchi elettronici. Le dimensioni del buco d’ozonosfera sopra l’Antartide sono variate nel corso dei decenni in base all’uso di CFC e di altre sostanze chimiche che lo danneggiano. Pur essendo stati banditi nel 1986, permangono tuttora nell’atmosfera; saranno quindi necessari alcuni decenni prima che il buco si richiuda del tutto.
Il protocollo di Montreal ha avuto successo
Accertata la pericolosità in tal senso dei CFC e idrocarburi alogenati, nel 1986 i Governi internazionali si sono riuniti per firmare il protocollo di Montreal. In base ad esso, i 195 firmatari si impegnavano a interrompere la produzione di gas dannosi per l’ozono e a svilupparne versioni meno impattanti. Furono così sostituiti dagli idroclorofluorocarburi (HCFC), che a loro volta saranno rimpiazzati da composti che non causano alcun impoverimento dell’ozono, come gli idrofluorocarburi (HFC). Finora pare che il sistema abbia funzionato dato che l’eliminazione dei gas che impoveriscono l’ozono ne ha rallentato la perdita nella stratosfera negli ultimi dieci anni. Secondo la US National Oceanographic and Atmospheric Administration (NOAA) il protocollo di Montreal ha consentito allo strato di ozono di ricostituirsi, tanto che ci si attende ritorni a livelli normali nei prossimi cinquanta, cento anni.
Il successo fa ben sperare su un impegno dei governi anche per le emissioni di CO2
L’esito positivo dell’impresa dipende da più fattori, ma sicuramente esso rappresenta un caso in cui la comunità internazionale ha dimostrato determinazione. I Governi dovranno continuare a monitorare lo strato di ozono per individuarne eventuali variazioni inattese e far sì che gli Stati rispettino i regolamenti: l’eliminazione degli HCFC terminerà solo nel 2030.
Gli scienziati devono inoltre controllare le nuove sostanze chimiche industriali, perché potrebbero risultare dannose per l’ozono. Tuttavia possiamo affermare che la riduzione del buco nell’ozonosfera rappresenta un precedente positivo sulla lotta all’inquinamento. In questo caso si è visto chiaramente che, se esiste la volontà politica, i risultati si raggiungono. L’auspicio è, ovviamente, che la stessa determinazione possa essere usata per l’azzeramento delle emissioni di CO2 e la transizione alle fonti rinnovabili come previsto dai recenti trattati.
Nicola Sparvieri
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