Il vuoto geopolitico potrebbe generare un’area di crisi di livello intercontinentale e cambiare gli equilibri mondiali
In un’intervista rilasciata all’Agenzia Agi un paio di anni fa, Claudio Martelli, importante esponente del PSI di Bettino Craxi e ministro della Giustizia nel Governo Andreotti VII, raccontò come la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel dicembre 1991 venne vista dagli esponenti suo partito, e non solo, con soddisfazione ma pure con preoccupazione. «Quando il processo di indipendenza interessò Paesi come Kazakhstan, Georgia, Ucraina e Bielorussia, furono disarticolati tutti i confini storici non solo dell’Unione Sovietica, ma della Russia stessa, e questo fu guardato con notevole timore. In generale ci si chiedeva: adesso cosa succederà? Non si sta disgregando troppo?».
Divisione dei territori
Con il senno di poi, quei timori di cui parlava Martelli erano fondati: la dissoluzione dell’URSS fu un evento che nessuno si aspettava, tanto più che pochi mesi prima, a marzo, Michail Gorbaciov aveva promosso un referendum per la conservazione dell’URSS, che avrebbe dovuto diventare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovrane, ottenendo un ampio consenso elettorale dal popolo sovietico. Ma il fallito golpe dell’agosto 1991 scatenò una azione centrifuga, che portò quattro mesi dopo allo smembramento dell’URSS sulla base dei confini interni allora in vigore tra le varie repubbliche, confini che però spesso includevano popoli divisi da storia, lingua, cultura ed etnia.
Le conseguenze sono state ben visibili nel trentennio seguente, fino ai giorni nostri: molti dei conflitti che hanno insanguinato l’ex URSS dal 1992 (la guerra azero-armena per il Nagorno Karabakh, quella russo-georgiana per Ossezia del Sud e Abkhazia e quella in corso tra Russia e Ucraina, per citarne alcuni) derivano da quella grossolana spartizione a tavolino concordata in poche ore, incurante delle possibili rivendicazioni territoriali che ne sarebbero scaturite.
Dei membri della classe politica della Prima Repubblica si può dire di tutto, meno che non ne capissero di relazioni internazionali e di geopolitica. Del resto Gianni De Michelis, all’epoca alla Farnesina, già a inizio anni Novanta mise in guardia i partner europei che un frettoloso riconoscimento (sostenuto dalla Germania) delle istanze separatiste di Croazia e Slovenia dalla Jugoslavia avrebbe scatenato una guerra, se non si fosse tenuto conto della distribuzione etnica sul territorio. E purtroppo così fu.
La storia si ripete
Alla luce di questi trascorsi all’insegna della prudenza, fa un certo effetto leggere invece di esponenti politici, più o meno di rilevo, che rivendicano come obiettivo primario dell’Occidente e dell’Ue non solo la sconfitta di Mosca in Ucraina e la caduta di Putin, ma anche lo smembramento della Federazione Russa affinché il Cremlino sia messo in condizione di non nuocere più. È il caso ad esempio della nuova rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea ed ex premier estone Kaja Kallas, che la scorsa primavera ha dichiarato che la guerra in Ucraina dovrebbe finire con la sconfitta della Russia e con una sua disgregazione in piccoli Stati. O quello del Forum delle Libere Nazioni della Post–Russia, la cui IX Sessione di lavori lo scorso dicembre è stata addirittura ospitata dal Senato della Repubblica Italiana.
Al netto dei nobili propositi per un Mondo migliore, democratico e pacifico – che, a detta dei suddetti esponenti politici, potrebbe realizzato solo senza la Russia – l’idea (che non trova consensi in antiputiniani doc come Khodorkhovskij, Kasparov, Javlinskij, e nemmeno piaceva a Navalny) è un azzardo di quelli grossi, e le conseguenze possono essere negative per gli equilibri mondiali. Diversamente dal 1991 in cui non c’era un precedente storico a cui fare riferimento, gli eventi scaturiti dalla dissoluzione dell’URSS dovrebbero essere tenuti in debita considerazione, visto che si vuole percorrere una strada simile e che le criticità che emergerebbero sarebbero almeno due.
Rischio enorme
La prima vedrebbe un problema di convivenza, dal momento che, vista la storia secolare della Russia, sarà molto difficile una omogeneità etnica, culturale e linguistica di un dato territorio: i nuovi Stati si troverebbero all’interno dello stesso confine una componente maggioritaria, e delle minoranze (russofone, ma non solo) con tutte le loro rivendicazioni. E siccome non è casuale l’utilizzo, da parte del Forum delle Libere Nazioni della Post-Russia, del termine narod (che si può tradurre come “popolo” ma anche “Nazione”, un termine che lascia intendere che le future Nazioni post-Russia avranno una netta connotazione etnica) la domanda nasce spontanea: la convivenza pacifica sarà possibile?
Da quel che abbiamo visto nell’ultimo trentennio nello spazio ex sovietico, le speranze sono poche. Ne deriverebbe piuttosto una “balcanizzazione” dell’enorme territorio russo, con il rischio per l’Occidente, e per l’Europa soprattutto, di trovarsi alle prese con un’area di instabilità che va dal Baltico e dal Mar Nero fino all’Oceano Pacifico. In confronto, la guerra in Jugoslavia era una bega di condominio.
La seconda questione avrebbe invece carattere internazionale: il vuoto geopolitico creato dalla mancanza della Russia (anche in termini di sfera di influenza) porterebbe altri soggetti a muoversi per riempirlo. E le frizioni non mancherebbero: i territori caucasici ex russi (specie quelli sul Mar Caspio ricco di gas) ma anche Nazioni dell’Asia centrale come il Turkmenistan, il Tagikistan e l’Uzbekistan finirebbero nel mirino di Turchia, Qatar e Arabia Saudita attraverso movimenti fondamentalisti islamici a loro legati. E visti i rapporti non particolarmente cordiali tra di loro, l’area potrebbe ben presto surriscaldarsi.
Sottovalutazione generale
Oltre i Monti Urali, sarebbe la Cina a dare l’assalto ad aree strategiche e ricchissime di materie prime: sui territori dell’Altaj, della Siberia e della Jakuzia Pechino potrebbe creare una enorme area di influenza economica e anche militare, e in teoria arrivare a giocare un ruolo di player primario anche sulla Rotta Artica, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero sul commercio globale. Inoltre, con il controllo del porto di Vladivostok (già oggi nel mirino cinese), Pechino andrebbe ad aumentare la pressione militare sul Mar del Giappone e aprirebbe una porta sul Pacifico, finendo inesorabilmente in rotta di collisione con le forze USA, già in coalizione anticinese con Regno Unito e Australia.
È chiaro che si tratta solo di ipotesi, ma per provare a disegnare uno scenario senza la Federazione Russa, si dovrebbe prima tenere conto di quanto accaduto in questo trentennio. Cosa che invece a mio giudizio non si sta facendo, anzi. Chi in Occidente sta sistemando le pedine su un rischioso tavolo di Risiko sembra mosso dalla logica del “divide et impera”, che potrebbe però portare a conseguire solo l’obiettivo del “dividere”. Ad “imperare” potrebbe essere qualcun altro.
Alessandro Ronga
Foto © Medium, Dennik N













