Una rivalutazione epigrafica nella chiesa di San Domenico a Fano rivaluta la struttura della commedia dantesca
Dante Alighieri poeta sempre più marchigiano e romagnolo. Nel bel saggio di Andrea Angelucci, docente di Lettere presso il Liceo Scientifico e Musicale G. Marconi di Pesaro dal titolo “Dante e la Città della fortuna” edito Metauro, si arricchisce lo studio sul sommo poeta e il rapporto con Fanum Fortunae.
L’epigrafe contenente l’epitaffio di Jacopo Del Cassero, conservata nella chiesa di san Domenico a Fano, è stata finora sottovalutata nella sua portata letteraria e come elemento significativo nell’architettura della commedia. Dante incontra messer Jacopo sulle pendici del monte del purgatorio. L’elemento interessante è che il poeta mette in bocca a Jacopo una frase che ricalca alcuni versi del suo epitaffio e l’esclamazione fa riferimento al ruolo della fortuna nell’episodio che lo portò alla morte.
In realtà nel settimo canto dell’inferno entra in campo la dea della fortuna, intesa latinamente, come dea del doppio mutevole volto, propizio e dannoso. Essa è profondamente mutata tuttavia, nella visione dantesca, non nei modi ma nel senso.
La partita si gioca infatti sempre in due tempi, perché le ingiustizie causate dalla fortuna verranno bilanciate e sanate nell’aldilà. La dea Fortuna quindi, come era concepita dagli antichi, a cui i romani dedicarono decine di templi, compreso quello che dette il nome alla città di Fano, era una divinità indipendente e rischiosa, e che diventa, nella visione di Dante, una ministra di Dio, alle sue dirette dipendenze, ma che agisce ai nostri occhi, secondo un giudizio “Ch’è occulto come in erba l’angue”.
Il volume
Questo libro cerca di far rivivere quelle antiche vicende e quella lontana realtà, cerca di
portare alla luce i motivi di questa operazione dantesca. La tesi che si propone è che Dante conoscendo il nome antico di Fano, Fanum Fortunae, abbia ripreso i versi della lapide per caratterizzare il personaggio di Jacopo, rappresentante della Città e di una categoria sociale, quella degli ufficiali presso cui il culto della fortuna doveva essere sopravvissuto in forme più o meno scoperte. Il tema diventa centrale, perché l’autore ne indaga la trasformazione dal mondo classico antico a quello cristiano. Da Aristotele a san Tommaso d’Aquino, presenti nella Commedia e messa in relazione con la Città di Fano. Era nominata da secoli Fanum Fortunae per una dizione già presente nella Historia di Paolo Diacono, che Dante conosceva.
Nel V canto del Purgatorio lega ad arte e a ragione, alla “corta buffa d’i ben che son commessi a la fortuna”, la sorte drammatica di Jacopo Del Cassero, che poi nell’aldilà sarà riscattata. Dante ha maturato una affezione verso la città di Fano, sia per i personaggi che per le vicende storiche.
I primi capitoli del libro sono storiografici e mettono in evidenza l’importanza della famiglia, di toga e di spada, dei Del Cassero, e l’incontro fra Jacopo e Dante, entrambi guelfi, in occasione della battaglia di Campaldino del 1289, segue l’indagine linguistica prosodica e stilistica dell’epigrafe. Un epitaffio sulla morte violenta di Jacopo, ucciso dai sicari di Azzo VIII. Un libro con indagini filologiche e storiche con svolte, false piste o svelamenti, come quando l’autore traccia un tipo ideale del dotto e raffinato autore dell’iscrizione, forse Berardo vescovo di Fano dal1295 al 1305.
Paolo Montanari
Foto © Weekend premium, Ibs













