Una mostra che rende omaggio a uno dei più importanti artisti del Novecento, che ha saputo interpretare il tormento e l’inquietudine dell’essere umano
Una mostra da non perdere quella in corso a Palazzo Reale di Milano. Un ritorno dell’opera di Munch dopo 40 anni. Un progetto espositivo ricco e dettagliato, realizzato in stretta collaborazione con il Museo Munch di Oslo, da cui provengono le opere esposte. Non si tratta di un focus su “L’Urlo”, la sua opera più conosciuta, presente in una versione litografica, bensì un invito per riscoprire ed esplorare l’intera produzione dell’artista. Una produzione che supera i confini della disperazione e della malinconia, per spaziare nella sfera emotiva e psicologica. Temi di grande attualità come la contemporaneità, l’inquietudine, la morte e l’erotismo.
Munch utilizza colori forti dell’espressività e autoritratti che scandiscono la sua esistenza. Il paesaggio nell’artista norvegese assomiglia all’immagine del proprio stato d’animo, che ripete spesso, tra i suoi quadri del 1890. Vi è poi il ricordo dell’infanzia con rievocazioni e immagini riprese nella tavolozza. Da qui il valore simbolico assunto da ciascun elemento delle composizioni. “L’Urlo” è l’esempio che evidenzia il contrasto tra linee nuove e spigolose. Da una parte il protagonista disperato e la natura del mare e del ciclo infuocato e la partecipazione del dolore. Il tutto in un contesto di indifferenza umana. Un altro caso è la “Morte nella stanza del malato”. L’attenzione del visitatore cade sulla sedia vuota che fa da ricettario di sentimenti che ciascuno vuole proiettare. Munch anticipa la pittura americana della seconda meta del Novecento.
Psicologia e grido interiore
Parlando di emozioni, l’artista si avvicina agli studi psicologici e psicoanalitici del primo
900. “Ho dipinto ciò che ricordo e non ho aggiunto nulla”. Munch nasce bohemien e incontra non la psicoanalisi accademica freudiana, ma s’immerge nella pittura europea. Alcune opere in mostra evidenziano questi aspetti che rappresentano il “contenuto manifesto” dei ricordi dell’artista paragonabili ai sogni che costituiscono gli aspetti latenti mescolati nella mente umana.
La mostra milanese curata da Patricia Bolman, vuole trasmettere il valore di ciascuna opera di Munch come mezzo per dar voce all’interiorità. Percezioni personali che diventano universali. Le disgrazie familiari dell’infanzia hanno segnato il suo carattere e nel percorso espositivo vi è una serie di ritratti legati al contesto familiare, disseminato di lutti e disgrazie. Nell’effigie di “Laura”, quarta dei cinque fratelli, che rivelò un talento artistico si evidenziano anche i disturbi psicologici. Un tema dominante in Munch “la donna malinconica che ho visto in manicomio”.
Il circolo bohemien e la malattia
Nel periodo giovanile Munch realizza molti disegni e dipinti e il motore trainante di questa attività è l’alcol. Spesso sono immagini macchiate di colore, ebrezze di cenacoli artistici. Negli anni ’80 Munch frequenta l’anarchico Hans Jaeger che lo porta verso il tema
della malattia (“La bambina malata), un’icona struggente, con il volto di profilo dagli occhi chiusi. Un’opera che anticipa “L’urlo”, dove dominano angoscia e disperazione. Un chiaro e scuro del volto del personaggio che Munch riprende dalla lezione caravaggesca. Nella successiva opera “Angoscia” realizza un’originale xilografia in cui oltre a un personaggio centrale gira intorno una folla di borghesi. L’effetto è opprimente e genera inquietudine con la massa di gente che sembra procedere inesorabile. Anche qui un legame con l’espressionismo tedesco, “Metropolis” di Lang. Volti sbarrati e cadaverici verso l’osservatore. In Lang un messaggio politico e sociale per distruggere il Golem, in Munch un fine disperatorio.
Amore, erotismo e legami interrotti
Nelle ultime sezioni della mostra vi e l’aspetto affettivo che sfocia in un sottile esotismo. In un capolavoro meno conosciuto “Madonna”, un mezzo busto di una donna estatica e sensuale con una eccentrica cornica popolata da spermatozoi. Infine “Tulla“, donna che Munch voleva sposare ma con la quale poi interruppe ogni rapporto. La mostra milanese si conclude con una tela serena “Le ragazze sul ponte”, con un raggio di sole che illumina i loro volti, simbolo di speranza anche per il pittore.
Paolo Montanari
Foto © Palazzo Reale













