Il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, ribadisce l’importanza della cultura come strumento di dialogo e civiltà
Torna alla ribalta in questi giorni la questione sugli artisti degli Stati in guerra, se debbano essere censurati o meno, in occasione della polemica sul rientro in Italia del celebre direttore d’orchestra Valery Gergiev. Inserito nella lista nera in Occidente dal 2022, anno dell’inizio della guerra in Ucraina, il celebre direttore d’orchestra russo, noto per la sua vicinanza al presidente Vladimir Putin, dovrebbe esibirsi il 27 luglio in Italia.
Tanto è bastato per suscitare reazioni e manifestazioni di profonda disapprovazione. In particolare, il festival nel quale si esibisce è finanziato principalmente dalla Regione Campania attraverso un fondo di coesione dell’Unione europea destinato all’Italia. Una situazione che sembra irritare la Commissione europea, la quale condanna la sua partecipazione proprio mentre i 27 Stati membri si apprestano ad adottare il diciottesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca.
La cultura strumento di dialogo e civiltà
Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania, ha, invece, difeso la scelta, sottolineando l’importanza della cultura come strumento di dialogo e civiltà dichiarando in conferenza stampa: «In Campania, abbiamo sempre invitato insieme artisti russi e ucraini, artisti palestinesi ed ebrei. Perché tutti ricordino che la cultura è uno dei vettori della civiltà umana e del dialogo tra i popoli».
E difatti l’arte è riconosciuta come un patrimonio universale perché ha la capacità di esprimere e comunicare esperienze, emozioni, idee e culture che possono essere comprese
e apprezzate da persone di tutto il Mondo, indipendentemente dalle loro origini o background. Questa universalità deriva dalla capacità dell’arte di superare le barriere linguistiche e culturali, connettendo le persone attraverso una forma di espressione condivisa. In particolare, gli artisti provenienti da contesti di conflitto o guerra la utilizzano come mezzo per esplorare, criticare e documentare gli eventi e le esperienze legate al conflitto, offrendo un’analisi critica delle cause e degli effetti del conflitto e promuovendo la comprensione e la solidarietà tra individui e comunità.
Il precedente
Valery Gergiev, direttore del celebre Bol’šoj di Mosca e del Mariinskij di San Pietroburgo, i due teatri più prestigiosi della Russia, era già stato allontanato dalla Scala di Milano il 23 febbraio 2022 per non aver preso le distanze da Vladimir Putin, diventando così “persona non grata” in Europa. Dopo tre anni e mezzo, torna in Italia per dirigere un concerto il 27 luglio alla Reggia di Caserta, nell’ambito della rassegna “Un’estate da re” finanziata dalla Regione Campania. La notizia ha provocato critiche da parte dell’europarlamentare Pina Picierno, che ha attaccato De Luca, per aver utilizzato fondi europei per finanziare l’esibizione di un sostenitore del Cremlino. Anton Gerashchenko, ex parlamentare ucraino, ha condiviso le critiche, definendo Gergiev un propagandista del regime russo.
La censura degli artisti
La censura degli artisti provenienti da Stati in guerra non penalizza gli Stati stessi, ma piuttosto i singoli artisti, limitando e controllando la loro attività. Questi artisti vengono isolati, compromettendo le loro opportunità di esposizione internazionale e di condivisione del proprio lavoro con un pubblico più ampio. Questo problema si estende anche alla ricerca scientifica accademica, come evidenziato nell’articolo “I rischi del boicottaggio della scienza e della cultura russe” pubblicato il 28 marzo 2022 su Il Post. Il boicottaggio degli artisti per le azioni del loro Governo è considerato ingiusto e inefficace per promuovere la pace. È cruciale che gli artisti trovino modi creativi per esprimere le proprie opinioni e esperienze, anche in contesti di restrizioni politiche.
Ad esempio, gli artisti russi affrontano una situazione particolarmente difficile: le gallerie russe sono chiuse e le occidentali e asiatiche non espongono più artisti russi. Questo isolamento non contribuisce alla pace e impedisce di esprimersi liberamente. Inoltre, gli artisti che si oppongono pubblicamente alla guerra rischiano pesanti conseguenze, mentre il silenzio può portare al boicottaggio internazionale. Tale situazione crea un “dilemma kafkiano” per gli artisti russi, che si trovano tra il rischio di persecuzioni nel proprio Paese e quello di ostracismo all’estero.
Censura interna e libertà d’espressione
La censura degli artisti provenienti da Stati in guerra è una questione complessa che solleva considerazioni etiche, politiche e pratiche. Si devono anche distinguere la censura interna degli Stati in guerra dalla censura degli artisti provenienti da tali Paesi.
La censura interna è spesso giustificata dalla necessità di garantire la sicurezza nazionale, proteggere i valori culturali e nazionali e controllare le informazioni sensibili. Ad esempio, a Hong Kong, l’applicazione della legge sulla sicurezza nazionale ha avuto un impatto significativo sulla censura cinematografica, con film soggetti a revisione per garantire che non fossero contrari agli interessi della sicurezza nazionale. La censura può limitare la capacità degli artisti di documentare e denunciare le atrocità di guerra, impedendo la divulgazione di informazioni critiche che potrebbero influenzare l’opinione pubblica e la politica.
D’altra parte, il valore fondamentale della libertà di espressione è difeso come un diritto umano universale. La libera espressione artistica è essenziale per la creatività, la diversità culturale e il dibattito pubblico. L’arte gioca un ruolo importante nel documentare le esperienze e le conseguenze dei conflitti, promuovendo la trasparenza e la responsabilità per le azioni dei Governi e delle parti in lotta. Gli artisti possono promuovere la comprensione interculturale e la riconciliazione attraverso le loro opere, incoraggiando la tolleranza e la pace.
Il principio di sovranità e autonomia
La censura degli artisti provenienti da Stati in guerra da parte di altri Paesi è giustificata dal principio di sovranità e autonomia, che garantisce il diritto di regolare l’accesso e la distribuzione di opere d’arte sul loro territorio. Tuttavia, è essenziale che questo principio non venga utilizzato per limitare ingiustamente la libertà artistica o per reprimere l’espressione creativa. Gli Stati hanno il dovere di garantire che qualsiasi regolamentazione dell’attività artistica sia in linea con i principi di libertà di espressione e di accesso alla cultura.
La censura degli artisti stranieri è un atto di ingerenza
Infine, la censura di artisti stranieri può essere vista come un atto di ingerenza negli affari interni di altri Stati, violando la libertà di espressione e la libertà artistica.
La Dichiarazione sulle relazioni amichevoli dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e l’Atto finale di Helsinki sottolineano che nessuno Stato ha il diritto di intervenire, direttamente o indirettamente, nelle questioni interne o esterne di un altro Stato. Qualsiasi forma di ingerenza, inclusa la censura degli artisti, è contraria al diritto internazionale.
Quando uno Stato censura gli artisti interferisce con il modo in cui quel Paese gestisce le sue questioni interne, incluso il controllo sulla produzione artistica. Questo atto può avere ripercussioni diplomatiche e danneggiare le relazioni tra i due Paesi, poiché l’atto può essere considerato un’interferenza non solo nei suoi affari interni, ma anche una violazione della libertà di espressione e della libertà artistica.
La promozione della pace richiede la libera espressione delle idee
Inoltre e poiché l’arte svolge un ruolo cruciale nella sensibilizzazione e nella comprensione delle questioni globali, compresi i conflitti, limitare l’accesso all’arte prodotta da artisti degli Stati in guerra impedisce al pubblico di ottenere una prospettiva più ampia e diversificata sulla situazione nel Paese in questione.
Come anche per la difesa della libera circolazione delle opere di artisti di Stati in guerra all’interno del Paese stesso, la considerazione che la promozione della pace e della cooperazione internazionale richiedono la libera divulgazione di idee e della cultura, nella convinzione che la censura degli artisti alimenti la disinformazione, il pregiudizio e il conflitto anziché promuovere la comprensione reciproca e la costruzione della pace.
La condanna di un conflitto armato non dovrebbe comportare il rifiuto della produzione culturale del Paese coinvolto
Confondere le scelte di un Governo con l’intero patrimonio artistico di una Nazione – costruito nei secoli o prodotto nel presente – significa mettere a rischio quei valori universali che l’arte e la cultura trasmettono. Cancellare espressioni culturali perché non si allineano con il clima emotivo del momento ci espone al pericolo di un impoverimento intellettuale e civile.
D’altra parte, non esistono prove concrete che oscurare la cultura di un Paese in guerra indebolisca la sua leadership politica o rappresenti una forma efficace di solidarietà verso le vittime del conflitto. Al contrario, simili forme di censura rischiano di danneggiare l’intera comunità internazionale, privandola di strumenti fondamentali di dialogo e comprensione.
Rossella Vezzosi
Foto © Mezzo.tv, Il Mattino, Il Post













