Cancel culture, cultura della cancellazione o cancellazione della cultura?

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Nessuno è al riparo dalla cultura dell’annullamento che denuncia gli errori e ne chiede la responsabilità, che cancella la persona, interrompe la sua attività, finché questa non si arrende, si scusa e cerca di fare ammenda

Nei social media, to cancel someone è diventata l’espressione per intendere togliere il like, smettere di seguire o togliere il supporto a qualcuno. Sull’Urban Dictionary la definizione del 2018 è: To dismiss something/somebody. To reject an individual or an idea, letteralmente scaricare qualcosa o qualcuno. Rifiutare un individuo o un’idea.
La scrittrice J.K. Rowling, autrice della saga di Harry Potter, ad esempio, è stata criticata e poi boicottata secondo la modalità sopra descritta, per alcuni suoi commenti ritenuti offensivi nei confronti delle persone transgender.

In principio era il politicamente corretto

Se l’intento della cancel culture è quello di riconoscere e rispettare le minoranze, il politically correct si può considerare all’origine della cancel culture.
Come spiega Gabriele Civello nell’articolo Politicamente corretto nuova barbarie della riflessione, «Il politically correct è infatti a grandi linee, una prassi sociale – una nuova forma di conformismo, la quale comporta la modificazione o la soppressione di espressioni linguistiche preesistenti con corrispondenti nuove locuzioni o perifrasi; ciò al dichiarato fine di evitare che i preesistenti “modi di dire” possano ferire o persino intimidire determinate classi di soggetti». In effetti, il politicamente corretto sottende il tentativo di edulcorare il linguaggio verbale, come anche taluni atteggiamenti non verbali, per non urtare la sensibilità altrui.

Ma come scrive Vincenzo Masini, in “Ipocrisia e politically correct”: «Il solo cambiamento del linguaggio determina nella minoranza un’attesa di attenzione e di cura che è di gran lunga superiore alle possibilità relazionali, sociali ed economiche dei sistemi e degli stili di vita. Le aspettative deluse nella vita quotidiana possono allora trasformarsi in rivendicazioni sociali anche molto forti».

La cancel culture è concepita ed è difesa come una forma spontanea di hacktivismo digitale (hacking + activism), e indica sia le azioni rivolte contro autori di pratiche poco trasparenti da denunciare e da portare all’attenzione dei colleghi, del pubblico e delle autorità, sia quelle proprie della disobbedienza civile in rete, per protestare contro il mancato rispetto dei diritti civili e contro gli abusi di potere.

È una forma di giustizia sociale che spesso però si trasforma in cyberbullismo perché con l’intenzione di rimuovere qualcuno da un posto di autorità o popolarità, comporta commenti incessanti sui social attraverso post e condivisione del presunto comportamento immorale della persona fino a distruggerne la reputazione.
Tornare indietro poi, per giustificare o scusare l’errore è praticamente impossibile.

Una pratica antica

Nel 2019 è stato il dizionario australiano Macquarie cha ha eletto cancel culture parola dell’anno. Al contrario di quanto si possa pensare la cancel culture non è comunque una novità nella storia dell’umanità, infatti, nell’antica Grecia era comune l’istituzione giuridica ateniese dell’ostracismo. Così come anche nell’antica Roma, esisteva la damnatio memoriae che poteva arrivare ad eliminare ogni testimonianza dell’esistenza di un individuo nella società.

Il termine moderno e la sua diffusione

L’odierno termine di cancel culture si è affermato dopo il caso Harvey Weinstein che è stato al centro del dibattito nel 2017. La vicenda ha coinciso con la nascita del “MeToo” (anch’io come te), il movimento femminista contro le molestie e la violenza sulle donne. Con il tempo poi la pratica della cancel culture si è estesa anche ad altre aree, coinvolgendo personaggi storici, presi di mira per atteggiamenti passati. Statue e monumenti rimossi, vandalizzati o distrutti, come a voler riscrivere una nuova versione della Storia.

Anche la casa di produzione cinematografica Disney non è stata esente dai tentativi di cancellazione a seguito di critiche mosse verso alcuni dei loro film per bambini più famosi che sono stati ritenuti offensivi perché, secondo i detrattori, nelle loro storie trasmettono degli stereotipi di genere.

Come commenta Alessandro Franceschini in “Cancel culture. La cultura è sotto attacco” «Sostenere che il fenomeno sia solo un riconoscimento della libertà di parola, e di pensiero, un “diritto alla critica”, un rendere responsabili le persone per le loro azioni è piuttosto ingenuo poiché la responsabilizzazione, da un lato, è mediata da grandi interessi di parte e, dall’altro, tra le persone comuni, sovente, manca di qualsiasi criterio di proporzionalità, tanto che il fenomeno sta manifestando sempre più aspetti paradossali e discutibili».

Una petizione contro l’intolleranza culturale

Negli Usa, nel luglio 2020, nel pieno delle rivolte per la brutale uccisione di George Floyd, e dell’ascesa del Black Lives Matter Movement, 153 intellettuali di diversi Paesi hanno firmato una lettera-petizione per lanciare un appello contro l’intolleranza culturale, tutti uniti dalla preoccupazione che il libero scambio di informazioni e idee, base della democrazia, stia diventando sempre più limitato e ogni giorno più stretto.cancel E tutti egualmente convinti di stare pagando un caro prezzo nella misura in cui scrittori, artisti e giornalisti non osano più nulla perché sono terrorizzati di quello che potrebbe succedere loro non appena si discostassero dal consenso e non si unissero al coro. I firmatari rivendicano quindi la possibilità di dissentire in buona fede, senza per questo rischiare la loro carriera professionale.

L’idea è stata di Mark Lilla, storico delle idee e professore alla Columbia University, e dello scrittore Chatterton Williams. Nella lettera “A Letter on Justice and Open Debate”, pubblicata sull’Harper’s Magazine il 7 giugno 2020, sono citati molti casi di scrittori, editori e giornalisti allontanati da istituzioni e realtà lavorative per aver espresso le proprie opinioni o per non aver censurato quelle altrui.

Il revisionismo storico

La cancel culture è la tendenza, ormai sempre più diffusa, di rimuovere dalla sfera pubblica persone, opere o idee considerate offensive o inaccettabili da una parte della società. Eliminare questi termini significa però attuare un revisionismo storico che porta inevitabilmente a eliminare anche il contesto culturale, politico e sociale all’interno del quale questi termini erano stati creati e trovavano ragion d’essere.

Soffermarsi soltanto sulla rimozione, senza considerare il periodo storico del quale erano il risultato, significa perdere strati di significato che hanno contribuito a realizzare le opere portatrici di quel valore che, oggi contestato, si vuole estromettere.

La rimozione delle statue

cancelNel novembre 2021, ad esempio, aveva suscitato dibattiti la rimozione della statua di Thomas Jefferson, il terzo presidente degli Stati Uniti d’America e autore della Dichiarazione d’Indipendenza, dalla City Hall di New York. Decisione presa perché in vita, ovvero tra il Settecento e l’Ottocento, in un’epoca durante la quale la pratica della schiavitù era ancora diffusa, aveva avuto degli schiavi.
Come commenta Alessandro Franceschini «a ben riflettere, lacolpaimputata a questi personaggi, in ultima istanza, è quella di essere stati uomini del proprio tempo, con i valori e i limiti che aveva la società di allora, impossibili da giudicare e condannare con i parametri contemporanei. Urge, dunque, una riflessione più ampia in tal senso, per evitare di scadere nel parossismo e nell’errore di distorcere il passato in funzione del presente o, addirittura, del futuro”.

Il passato da contestualizzare

Il passato fa parte di noi, la nostra società attuale si basa sugli errori, le conquiste, le rivendicazioni di chi è vissuto prima di noi. La storia non va dimenticata, ma anzi ricordata, compresa e contestualizzata proprio per evitare di regredire e perpetrare gli stessi errori commessi in passato.

Abbattere una statua o censurare un’opera d’arte, perché testimonianze, dirette o indirette, è negare qualcosa che, volenti o nolenti, è avvenuto. Mantenere viva la memoria di quello che è stato, è invece essenziale all’umanità, soprattutto per il suo avvenire. Questo non significa escludere l’atteggiamento di considerare attraverso un’analisi critica le vicende e i personaggi del passato, evitando di celebrare chi si ritiene abbia agito in modo disdicevole ma, nonostante tutto, facendone memoria, proprio per non dimenticare e trarre così un insegnamento efficace dalla storia.

L‘intolleranza culturale

I social media amplificando i messaggi politici, aumentano la consapevolezza individuale e collettiva su determinate cause, e creano legami tra persone a tutti i livelli della società e in più Paesi. L’attivismo online permette di questionare le strutture di potere esistenti, per ottenere un cambiamento politico e sociale con un approccio dal basso verso l’alto. Esclude però i gruppi esterni alla rete, può diffondere fake news e polarizzare l’opinione pubblica. Inoltre, spesso è mediato da grandi interessi di parte.

La cancel culture denunciando le azioni e le parole che sono contraddittorie agli ideali di uguaglianza e rispetto dichiarati, dovrebbe responsabilizzare gli individui a una maggiore coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Il concetto di tolleranza si sta invece trasformando in un’oppressione, dove anche una parola apparentemente scorretta può scatenare reazioni intolleranti da parte di coloro che si considerano tolleranti.

 

Rossella Vezzosi

Foto © Eurekoi, La Repubblica, The Objective, Il Giornale

 

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