Il confronto tra cicli climatici naturali ed emissioni antropiche di gas serra chiarisce vecchi malintesi invitando tutte le Nazioni a operare insieme
Il clima terrestre ha sempre subito fluttuazioni naturali nel corso dei millenni, con periodi glaciali e interglaciali con ere più calde e più fredde. Tuttavia, l’aumento delle temperature globali osservato negli ultimi due secoli presenta caratteristiche senza precedenti nella storia climatica del Pianeta. Qual è la differenza tra le variazioni climatiche naturali e il riscaldamento globale attuale, guidato principalmente dall’emissione di gas serra di origine antropica?
La ciclicità naturale del clima: glaciazioni e periodi caldi
La Terra ha attraversato numerosi cicli climatici comprese le ere glaciali. Periodi in cui vaste
aree del Pianeta erano coperte da ghiacci, con temperature medie globali inferiori di 4-7 °C rispetto a oggi. Poi si sono avuti anche periodi interglaciali e cioè fasi più calde, come l’attuale, in cui i ghiacci si ritirano e le temperature salgono. Un esempio significativo è la “Piccola Era Glaciale” (1300-1850), durante la quale il Tamigi ghiacciò regolarmente. Ma si ebbe anche il “Periodo Caldo Medievale” (900-1300), con temperature molto più elevate.
Quali sono le cause naturali delle variazioni climatiche?
I fattori che hanno determinato le oscillazioni climatiche del passato sono varie. Anzitutto le variazioni orbitali e cioè i cambiamenti nell’inclinazione dell’asse terrestre rispetto al piano dell’orbita. Questa lenta precessione dell’asse terrestre altera la distribuzione dell’energia solare in atmosfera. Poi bisogna considerare l’attività vulcanica. Grandi eruzioni possono rilasciare polveri laviche anche sottili che raffreddano il clima temporaneamente. Infine menzioniamo le fluttuazioni nell’irradiazione solare che influenzano il clima a lungo termine. Tuttavia, nessuno di questi fattori spiega il rapido riscaldamento osservato negli ultimi 150 anni.
Il riscaldamento globale attuale è un fenomeno senza precedenti
Dal periodo preindustriale (1850-1900), la temperatura media globale è aumentata di oltre 1,5 °C, con il 2024 che ha segnato il primo anno in cui questo limite è stato superato per 11 mesi consecutivi. Il periodo 2011-2020 è stato il decennio più caldo mai registrato. Il 2024 si ricorderà come l’anno più caldo della storia, con una temperatura media globale di 15,10 °C (+1,6 °C rispetto al periodo preindustriale). Ma esattamente cosa è cambiato oggi rispetto alle naturali variazioni climatiche del passato?
Indubbiamente uno dei parametri caratteristici del contributo antropico al riscaldamento globale è la velocità del riscaldamento. L’attuale aumento di temperatura è 10 volte più rapido rispetto ai periodi di riscaldamento naturale degli ultimi 2.000 anni. Un’altra differenza è data dall’ estensione geografica. Mentre i periodi caldi del passato (es. Medioevo) erano regionali, oggi il riscaldamento è globale e sincronizzato, interessando il 98% della superficie terrestre.
L’effetto serra naturale e quello antropico
L’effetto serra naturale è essenziale per la vita mantenendo la temperatura media terrestre a circa 15°C invece dei -18 °C che avrebbe se non ci fossero affatto gas serra in atmosfera. Purtroppo però l’attività umana ha intensificato questo fenomeno. Le concentrazioni di CO₂ nel 2023 hanno raggiunto il 151% dei livelli preindustriali (422 ppm), il valore più alto registrato negli ultimi 2 milioni di anni. Esiste anche un altro gas serra, il metano (CH₄), che è responsabile del 16% del riscaldamento globale. In questo caso sono stati raggiunti livelli mai visti negli ultimi 800.000 anni. Solo includendo le emissioni umane si spiega il riscaldamento osservato. Le principali attività che contribuiscono all’aumento dei gas serra includono l’uso dei combustibili fossili che rappresenta il 75% delle emissioni globali di CO₂. Inoltre sul banco degli imputati anche la deforestazione che riduce gli assorbitori naturali di carbonio e l’agricoltura con emissioni di metano e protossido di azoto.
Eventi estremi e catastrofici
Le conseguenze del riscaldamento accelerato sono sotto gli occhi di tutti. Dalla cronaca quotidiana apprendiamo di ondate di calore, uragani e alluvioni sempre più frequenti e
intensi. Si assiste sempre più spesso allo scioglimento dei ghiacci con l’Artico che si scalda due volte più velocemente della media globale. Questo provoca l’innalzamento dei mari con minaccia per le Città costiere e gli ecosistemi. Questi effetti non sono spiegabili col naturale ciclo storico del clima. L’aumento di CO₂ non è naturale e deriva chiaramente dalla combustione di carbone, petrolio e gas che ha subito un forte aumento a seguito della rivoluzione industriale. Le emissioni umane di gas serra hanno alterato il bilancio energetico del Pianeta portando a conseguenze irreversibili con esiti anche catastrofici.
Il confronto tra ciclicità naturale e riscaldamento antropico dimostra che l’umanità è oggi la principale spinta propulsiva del clima terrestre. Agire subito è l’unica opzione per evitare conseguenze catastrofiche. Occorre ridurre le emissioni mediante una transizione verso energie rinnovabili con alta efficienza energetica e proteggere gli ecosistemi con una massiccia riforestazione. Infine è fondamentale essere pronti ad affrontare gli inevitabili impatti catastrofici preparando il territorio e i nostri insediamenti urbani.
Conferenza globale sui punti di non ritorno climatici
Dal 30 giugno al 3 luglio 2025, scienziati, politici e attivisti si sono riuniti all’Università di Exeter per la prima “Conferenza globale sui punti di non ritorno climatici”, un evento organizzato dal “Potsdam Institute for Climate Impact Research” e il “Max Planck Institute of Geoanthropology”. La conferenza ha sottolineato che il superamento della soglia di 1,5 °C di riscaldamento globale è ormai imminente. Questo comporta il superamento di alcuni punti di non ritorno con conseguenze importanti. Tra questi le barriere coralline tropicali, che sono già oltre il punto di non ritorno, il collasso della circolazione atlantica e il disgelo del permafrost della Groenlandia.
Il ruolo dell’Unione europea
In questo contesto l’Ue si è distinta per iniziative concrete e ambiziose, dimostrando una leadership cruciale nella lotta al cambiamento climatico. Essa ha ribadito l’obiettivo di
dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 (rispetto al 2010) e di aggiornare i contributi determinati a livello nazionale (NDC) “Nationally Determined Contributions” entro settembre 2025. Si tratta degli impegni che ogni Paese firmatario dell’Accordo di Parigi prende per ridurre le proprie emissioni di gas serra. L’Ue fissa un taglio del 90% delle emissioni al 2040 vietando la produzione di auto a combustibili fossili e riducendo dell’80% le importazioni di carburante non rinnovabile.
L’Ue sta inoltre spingendo per un accordo globale alla COP30 prevista in Brasile nel 2025. Si sollecitano in particolare piani nazionali più ambiziosi allineati all’obiettivo di 1,5 °C. Saranno discussi anche i finanziamenti per i Paesi “vulnerabili” con un nuovo obiettivo collettivo quantificato (NCQG New Collective Quantified Goal on climate finance) per sostenere la transizione energetica. Si tratta di un obiettivo finanziario globale, previsto dall’Accordo di Parigi, concepito per sostituire i precedenti 100 miliardi di dollari all’anno per i Paesi sviluppati a sostegno dell’azione per il clima. Lo scopo è stabilire un nuovo obiettivo più ambizioso per la finanza climatica, tenendo conto delle esigenze e delle priorità delle Nazioni in via di sviluppo.
Nicola Sparvieri
Foto © Euronews, Ecquologia, Balarm, Climatizzati.ch, Pagella Politica, Terra Nuova, Ferso ESG













