L’errore sulle isole greche diventa un caso diplomatico e rivela l’espansione di Ankara dal Mediterraneo all’Africa, tra tensioni e ambizioni regionali
Fonti diplomatiche affermano che il Ministero degli Affari Esteri greco ha adottato tutte le misure appropriate riguardo al manuale informativo della Commissione, che raffigurava le isole dell’Egeo orientale e del Dodecaneso con i colori della Turchia invece che con quelli della Grecia.
L’errore nel manuale
In particolare, il Ministero degli Affari Esteri greco ha scoperto che, nell’ultima edizione del manuale informativo annuale della Commissione europea “Scoprire l’Europa“, le isole dell’Egeo orientale e del Dodecaneso sono raffigurate con il colore della Turchia. Immediatamente ha adottato tutte le misure appropriate, secondo fonti diplomatiche.
A seguito di un ordine del ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis, la Rappresentanza permanente della Grecia presso l’Ue ha protestato con forza presso la Commissione europea, e più specificamente con la direttrice generale della comunicazione Dana Spinant, che, dopo essersi scusata, ha assicurato che l’errore non si sarebbe ripetuto.
Il manuale, nella sua forma elettronica, è stao immediatamente rimosso dal sito web del Comitato, Inoltre sono state avviate le procedure necessarie per il ritiro del libro in forma stampata dai punti di distribuzione. Dopo le correzioni necessarie, “Scoprire l’Europa” sarà ripubblicato sul sito web della Commissione.
Si nota che l’errore era stato identificato anche dall’eurodeputato del PASOK Giannis Maniatis. Aveva persino sottoposto una domanda pertinente alla Commissione europea, chiedendo spiegazioni e correzioni, ma anche garanzie affinché tali «errori» non si ripetessero, come ha sottolineato nel suo post.
Un incidente che riaccende tensioni nel Mediterraneo orientale
L’errore della Commissione europea ha riacceso un nervo scoperto nelle relazioni tra Ankara, Bruxelles e Atene. Una svista definita «inaccettabile» dal Governo greco, che l’ha interpretata come l’ennesimo segnale della crescente assertività della Turchia nel Mediterraneo. Un incidente diplomatico che non nasce dal nulla, ma si inserisce in un quadro più ampio: l’espansione strategica della Turchia oltre i confini regionali, dal Mediterraneo orientale al Sahel.
Mentre la disputa sulle isole dimostra la sensibilità – e la tensione latente – intorno all’influenza di Ankara sulle aree di tradizionale competenza greca, la politica estera turca si sta consolidando soprattutto in Africa.
L’espansione della Turchia in Africa
La presenza militare di Ankara nel Continente africano è in forte crescita: oggi conta circa 6.000 soldati dispiegati tra Somalia, Niger e Libia. Nel Sahel, la Turchia sta portando avanti una strategia che combina accordi di difesa, iniziative diplomatiche e progetti economici con i Governi golpisti di Mali, Burkina Faso e Niger.
Qui Ankara si muove nello stesso scenario in cui opera anche la Russia, ma con un approccio diverso: mentre Mosca agisce soprattutto tramite mercenari e interventi diretti, la Turchia offre un pacchetto più articolato, fatto di diplomazia, cooperazione bilaterale, intelligence, tecnologia e sostegno economico.
La guerra in Ucraina ha ridotto la capacità operativa del Cremlino nella Regione. E il 2024 ha registrato nel Sahel il 51% delle vittime di terrorismo a livello globale, tra insurrezioni diffuse e istituzioni fragili. La compagnia militare privata Afrikanski Korpus (l’ex Wagner) si sta rivelando deludente, mentre Ankara guadagna terreno vendendo equipaggiamenti militari economici e rapidamente dispiegabili, soprattutto droni, ormai centrali per rafforzare la sorveglianza e le capacità aeree dei Governi locali.
A rafforzare l’influenza turca contribuisce anche la rete della Fratellanza Musulmana, che fornisce una leva ideologica utile a consolidare legami con Governi e movimenti islamici della Regione.
Radici storiche della strategia turca
Questa espansione affonda le sue radici in oltre vent’anni di politica africana: dalla dottrina della “Profondità Strategica” del 2003 all’Anno dell’Africa del 2005, quando Ankara ottenne lo status di osservatore presso l’Unione africana. Il soft power turco, inizialmente basato su diplomazia culturale, eredità ottomana e aiuti allo sviluppo, si è trasformato in una strategia più concreta che comprende addestramento militare, costruzione di infrastrutture e consulenza strategica.
Delegazioni turche hanno più volte visitato le Capitali del Sahel, firmando accordi su forniture di armamenti e programmi di cooperazione.
La Somalia rappresenta un laboratorio strategico al di fuori del Sahel. Qui Ankara ha costruito una sorta di sovranità parallela:
una grande base militare dove vengono formati migliaia di soldati somali,
il porto e l’aeroporto gestiti da società turche,
un ospedale intitolato a Erdogan,
dal 2023, la prima filiale all’estero di una banca statale turca.
Proprio in Somalia la società militare Sadat ha sperimentato modelli di addestramento e protezione delle élite che oggi vengono replicati anche nel Sahel.
Ma mentre la proiezione esterna appare solida, il fronte interno turco mostra segnali di fragilità. I dati sulla criminalità diffusi di recente indicano che nei primi dieci mesi del 2025 il Ministero dell’Interno ha smantellato 552 gruppi criminali, con 6.788 arresti e beni sequestrati per miliardi di lire. Le autorità presentano questi numeri come prova dell’efficacia delle operazioni repressive; tuttavia, l’ampiezza dell’intervento rivela quanto le reti criminali si siano radicate dopo oltre vent’anni di sultanato.
Sadat: il braccio informale della politica estera turca
Un elemento centrale della strategia turca è Sadat, la Società internazionale di consulenza per la difesa: in sostanza, i pretoriani di Erdoğan.
Fondata dall’ex generale Adnan Tanrıverdi – nominato capo consigliere militare del
presidente dopo il tentato golpe del 2016 – e guidata dal 2024 dal figlio Melih, Sadat agisce come braccio informale di Ankara in Africa, Afghanistan, Caucaso e Balcani. L’azienda offre addestramento militare, protezione di infrastrutture, consulenza e programmi di riorganizzazione delle forze armate locali secondo gli standard turchi. Molti operatori provengono dall’Esercito nazionale siriano, in particolare dalla divisione Sultan Murad, considerata affidabile da Ankara.
Nel 2024, ad esempio, la società ha inviato oltre mille contractors in Niger e Burkina Faso, con il compito di proteggere miniere, impianti petroliferi e infrastrutture militari. Diversi rapporti internazionali segnalano che Sadat si occupa anche dell’addestramento di unità speciali locali e della fornitura di capacità di intelligence tattica. Pur rimanendo formalmente un soggetto privato, è di fatto integrata nei programmi del Ministero della Difesa turco.
Sadat controlla inoltre Assam, un think tank che fornisce l’impianto ideologico dell’espansione turca: elabora teorie sulla cooperazione islamica sovranazionale e promuove una visione politica islamica e anti-occidentale, funzionale agli obiettivi strategici di Ankara.
In questo scenario, l’incidente sulle isole greche non è un episodio isolato: è un sintomo della crescente proiezione internazionale della Turchia, che dal Mediterraneo al Sahel sta ridefinendo gli equilibri regionali. Il Mediterraneo orientale rimane il fronte più sensibile, l’Africa quello più dinamico. In mezzo, l’Europa, costretta a confrontarsi con un attore sempre più assertivo.
George Labrinopoulos
Foto © Il Post, Greek City Times, Limes, Grecia Mia













