L’Ong parallela a Gaza sostenuta dall’Idf che ha “spaccato” il sistema umanitario, causando oltre 1000 vittime civili
Quando, tra fine maggio e l’estate del 2025, l’Ong, Gaza Humanitarian Foundation (GHF), inizia a distribuire pacchi alimentari nella Striscia, la promessa è ambiziosa: un canale “sicuro” gestito dall’Idf e alternativo a quello delle agenzie Onu, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rischio che gli aiuti vengano intercettati da gruppi armati.
Nel giro di pochi mesi, però, GHF diventa sinonimo di opacità, militarizzazione dell’assistenza, violenze attorno ai punti di distribuzione e di un terremoto geopolitico e reputazionale che raggiunge anche la Boston Consulting Group (BCG), trascinata nel caso da ricostruzioni giornalistiche e da un’inchiesta interna.
La nascita come canale “alternativo”
GHF nasce e si consolida in un contesto di crisi alimentare acuta e di forti pressioni internazionali, dopo la riapertura parziale dei flussi di aiuti umanitari al valico di Rafah. Questa rottura logistica è percepita come un tentativo di bypassare le catene umanitarie internazionali, partendo dalle strutture Onu, che rifiutano la collaborazione con le istituzioni israeliane, richiamando i principi di neutralità, imparzialità e indipendenza.

GHF opera con un modello basato su hub di distribuzioni “sicuri” – in aree sorvegliate dall’Idf o prossime a zone militarizzate – con il supporto di società private statunitensi. Un’analisi di Reuters descrive questo come il coinvolgimento dei contractor e della realtà for-profit nella logistica e nella sicurazza, un’impostazione che alimenta fin dall’inizio le critiche sulla privatizzazione armata dell’assistenza.
Le violenze attorno ai punti di distribuzione: le accuse e la frattura con le Ong
Nelle analisi di Reuters, l’operatività di GHF viene rapidamente segnata da “morti e feriti lungo le rotte di accesso e vicino agli hub”, con l’esercito israeliano che, in più occasioni, riconosce di aver aperto il fuoco su civili che si avvicinano ai soldati per la distribuzione di aiuti.
A questo si aggiungono testimonianze e materiali raccolti dall’Associated Press: due contractor statunitensi riferiscono pratiche aggressive nella gestione delle folle – quali l’uso di munizioni e ordigni stordenti – e una condivisione di informazioni con le forze israeliane su persone ritenute “sospette“.
GHF ha contestato questa narrativa di incidenti nei siti in cui opera, sostenendo di aver
seguito una condotta più “sicura” rispetto ad altri canali, invitando l’Onu e Ong affilitate quali Oxfam a collaborare. Questi episodi di dubbia legittimità hanno portato a una frattura politica, in cui diversi fra leader europei e attivisti internazionali hanno messo in dubbio l’affidabilità di GHF, criticandone il modus operandi, aumentando la diffidenza da parte delle agenzie Onu nel concedere i propri siti e operare liberamente.
Il nodo Washington: finanziamenti pubblici e deroghe ai controlli
Il 26 giugno del 2025, è annunciato che gli Usa approvano 30 milioni di dollari per GHF – prima contribuzione finanziaria ufficiale che sottolinea il sostegno diplomatico da parte del Paese. Questa procedura è accelerata con deroghe ai controlli normalmente richiesti per nuovi beneficiari di fondi USAID (audit iniziale) e a ulteriori verifiche legate al rischio di “diversion” degli aiuti in un territorio con la presenza di Hamas.
La notizia, alimenta le critiche di accountability, accusando GHF di oscurare la trasparenza dei bilanci e dei finanziatori da fondi pubblici ricevuti, e la coerenza strategica; segnalando che una parte dell’establishment statunitense teme che questo modello di sostegno aumenti le violenze attorno ai punti di consegna, sollevando le proeccupazioni degli attori internazionali sulla sicurezza dei civili nelle aree di servizio umanitario.
Il nodo operativo: hub, distanze e controllo armato
Il punto più controverso non è solo chi distribuisce, ma come. Reuters descrive i centri di distribuzione come inefficienti e spesso lontani dai principali insediamenti, con percorsi che constringono i civili affamati a muoversi in condizioni estreme, e con un contesto di violenza tale da scoraggiare i palestinesi in un limbo fra la fame e la morte.
I rapporti inoltrati dalle autorità mediche a Gaza mostrano che oltre 500 persone sono state uccise in sparatorie di massa vicino ai centri o lungo le rotte presidiate, dalle settimane iniziali delle operazioni. A luglio 2025, oltre 170 Ong chiedono lo smantellamento del sistema, affermando di mettere le vite dei civili a rischio.
Nell’Agosto del 2025 – 3 mesi dopo l’inizio delle operazioni umanitarie – Fao, Unicef, Wfp e Who dichiarano ufficialmente una situazione di carestia a Gaza.
Il caso BCG e la dubbiosità dei contractor
Dalle richieste del Parlamento britannico risulta che la BCG gioca un ruolo centrale nella progettazione e nel lancio di GHF, compresa la modellazione dei trasferimenti di popolazione e del sistema di distribuzione degli aiuti. Questo, secondo i critici, coincide con gli obiettivi militari israeliani e contribuisce a presunte tattiche di carestia.
Alti funzionari delle Nazioni Unite sostengono che il coinvolgimento della BGC solleva seri interrogativi sui conflitti d’interesse e sulla politicizzazione delle operazioni umanitarie.

Due società di sicurezza private statunitensi, Safe Reach Solutions e UG Solutions, sono state assunte da GHF per gestire la logistica e la distribuzione di viveri. Nel periodo precedente all’inaugurazione, l’UGS ha assunto circa 300 appaltatori di sicurezza privati, molti dei quali veterani militari statunitensi.
Nell’annuncio di UGS si legge che fra i requisiti richiesti vi è “esperienza in combattimento con preferenza per forze speciali veterane”. Alla chiamata rispondono anche membri dell’Infidel Motorcycle Club, una gang di motociclisti veterani statunitensi noti per i loro sentimenti islamofobi e anti-arabi.
“Race for Aid”: l’intreccio fra l’Ong di Gaza e l’Idf
L’inchiesta di Airwars sostiene di aver ricostruito quattro siti di distribuzione usando ore di filmati e interviste ai palestinesi in cerca di aiuti e a ex contractor. Questo ha portato alla realizzazione che la progettazione stessa del sistema ha reso prevedibili morti e feriti, perché costruita su un imbuto di accessi, tempi compressi, controllo armato e dispersione di masse di persone disperate.

Un’altra inchiesta condotta dall’Associated Press riporta testimonianze e video di contractor Usa secondo cui colleghi avrebbero usato munizioni vere e stun grenade durante le distribuzioni, in un contesto descritto come caotico e pericoloso. I siti di distribuzione, controllati dall’esercito dell’IDF, sono bloccati da carri armati che controllano l’unica entrata e uscita ai siti di distribuzione e ordinano ai contractor quando aprire e chiudere i siti. Spesso nel giro di pochi minuti.
Ad ottobre del 2025, sono 1298 le vittime uccise nei pressi dei siti gestiti da GHF.
Un precedente per le future Ong
Dopo 5 mesi di operazioni e pesanti critiche, la Gaza Humanitarian Foundation ha ufficialmente cessato le operazioni di distribuzione di aiuti umanitari. GHF ha dichiarato che «la sua missione, seppure temporanea, è trasformativa, lasciando un modello effettivo su come gestire gli aiuti umanitari in zone di conflitto».
Ammir Stefan El-Mehrat
Foto
Airwars, PlanetLab, Swissinfo, Al-Jazeera













