Ricorsi, polemiche sul voto online e bilanci in rosso accendono il confronto interno alla categoria alla vigilia di una tornata elettorale decisiva
Come segnalato da diversi organi di stampa nonché dal resoconto stenografico della seduta n. 368 del 10 dicembre scorso presso il Senato della Repubblica, la vicenda di seguito riportata trae origine dall’imminente tornata elettorale che coinvolgerà a inizio 2026 sia diversi ordini territoriali sia il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili. Sembra che tutto abbia avuto inizio da un ricorso al Tar del Lazio depositato da alcuni iscritti all’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Latina volto a contestare la validità del nuovo regolamento elettorale.
In realtà moltissimi iscritti avevano riscontrato diverse criticità anche sulla gestione non mancando di avanzare specifiche contestazioni anche lo scorso giugno in occasione dell’appuntamento annuale di categoria rappresentato dagli Stati Generali dei commercialisti, nel corso del quale – come nella precedente edizione – sono stati ospiti anche molti personaggi della politica nazionale come il presidente del Consiglio in persona e il ministro della Giustizia.
Contestazione del nuovo regolamento elettorale
Ciò che non è condiviso e perciò contestato da moltissimi iscritti, e sottoposto al vaglio del Tar del Lazio è il nuovo regolamento elettorale: la previsione di una unica
modalità di voto in quella elettronica. È stato evidenziato come questa presenti elementi di constato non trascurabili – anzi di potrebbe affermare, molto rilevanti – con la disciplina dell’Ordinamento professionale dei commercialisti di cui al D. Lgs. n. 139/2005. Essa difatti non soltanto non è adeguata a garantire il rispetto del principio di segretezza del voto, ma neanche quello di personalità e sicurezza dello stesso, prestandosi così al verificarsi di irregolarità nel processo elettorale tale da comprometterne la validità del risultato.
Gravi criticità economico-finanziarie
A ciò si aggiunga altresì un ulteriore elemento di assoluto rilievo e che accende un vero segnale di allerta, ovvero il forte disavanzo realizzato nei bilanci degli esercizi 2024 e 2025. Difatti per l’esercizio 2024 detto disavanzo è già dell’esorbitante importo di un milione di euro, mentre per l’esercizio in corso lo stesso è stato quantificato in 2,5 milioni di euro, e considerato che l’anno ancora non è completamente concluso è lecito domandarsi se questo ultimo numero sia destinato a salire ed eventualmente di quanto?!
Sarà sicuramente molto semplice per gli iscritti verificare le voci che hanno determinato tali risultati negativi della gestione De Nuccio e del suo consiglio, inoltre ciò che sicuramente sarà più semplice riscontrare è proprio l’incidenza dell’incremento del 40% dei compensi del presidente nazionale e dei consiglieri nazionali. Ciò che probabilmente (ma si potrebbe osare affermare sicuramente) gli iscritti non perdoneranno a una presidenza fatta di slogan politici in totale assenza di reali e concreti risultati a favore dell’intera categoria, è proprio l’opportunità e la congruità del compenso del presidente che – secondo alcuni organi di stampa – supererebbe l’importo di 600.000 euro annui. Tutto ovviamente a carico degli iscritti!
Ruolo e responsabilità del ministro della Giustizia
Partendo dunque dalle suindicate premesse, è doveroso ricordare che mentre l’art. 29 comma 1 lett. l) del citato D.lgs. n. 126/2005 prevede l’approvazione del regolamento elettorale da parte del ministro della Giustizia su proposta del Cndcec, ponendo in capo allo stesso ministro non soltanto un potere ma un preciso dovere di vigilanza da espletarsi anche mediante la verifica di legittimità e regolarità potendo inoltre esperire ogni azione necessaria ricorrendo altresì all’autotutela.
Alla luce di quanto considerato fin qui, assume maggiore significato la previsione dell’art. 28 della già citata norma poiché conferisce al ministro della Giustizia il potere di sciogliere il Consiglio Nazionale “ove questo compia gravi e ripetuti atti di violazione di legge”.
Diversi sono gli iscritti che hanno segnalato tali irregolarità senza ottenere – a tutt’oggi – alcun riscontro in termini di attività ispettiva e vigilanza da parte dello stesso Ministero.
Ulteriori profili di criticità istituzionale
Questa vicenda suscita inevitabilmente alcuni interrogativi non più trascurabili né rinviabili avendo gli iscritti il diritto di conoscere per quale ragione il ministro – ipotizzando abbia vigilato – abbia ritenuto di non intervenire annullando il regolamento elettorale in autotutela, ma soprattutto per quale ragione non abbia attivato – fino ad oggi – il proprio potere e dovere di ispezione e vigilanza nei confronti della gestione del Cndcec anche mediante l’acquisizione e verifica delle attività di controllo sulla stessa esperita dal collegio dei revisori (dott.ssa Rosanna Marotta – presidente, dott.ssa Maura Rosano, dott. Sergio Ceccotti).
Un altro elemento a completamento della cornice in cui inquadrare la gestione tutt’ora in corso del consiglio nazionale, è costituito dall’ulteriore comportamento posto in
essere dal presidente del consiglio nazionale che palesemente supporta alcune liste elettorali in lizza per le elezioni in molti consigli territoriali, in forma palesemente esplicita e pubblica non soltanto concedendo l’utilizzo del logo del Consiglio Nazionale – cosa discutibile e a mio avviso sanzionabile – ma spendendosi personalmente a garanzia delle stesse liste elettorale, in evidente violazione del principio di indipendenza che dovrebbe osservare un organo superiore di interesse nazionale, sebbene di categoria.
Interrogativi finali
Questi ultimi fatti suggeriscono però un’ulteriore domanda: perché il presidente del Consiglio Nazionale di una categoria professionale – che dovrebbe essere esempio e garanzia di etica professionale ed osservanza del principio di legalità – dovrebbe spendersi ed esporsi così tanto per alcune liste elettorali degli ordini territoriali di categoria sparsi nel Paese?!
Forse perché sono previste prima le elezioni degli ordini territoriali e i presidenti che ne usciranno vincitori andranno immediatamente a votare per il rinnovo del Consiglio Nazionale, presidente compreso con relativo compenso di oltre 600.000,00 euro annuo?!
Il tempo emetterà la sua sentenza, ma nelle more molti iscritti sperano ardentemente il salvataggio di una categoria professionale – non soltanto dignitosa ma necessaria al Paese – mediante l’auspicato e doveroso intervento del ministro della Giustizia non soltanto attraverso la dovuta ispezione e vigilanza, ma spingendosi ben oltre verso il commissariamento dell’Ente non più evitabile, poiché non si può declassare il principio di indipendenza e legalità ed interesse pubblico a pura lotta politica seppur di categoria.
Cristiana Rossi
Foto © Lavorofisco, Labsus, Senato













