L’annuncio dell’Oman: «Accordo alla portata». Ma resta l’allerta. Trump: «Insoddisfatto dai negoziati, dobbiamo prendere grande decisione»
Alla fine di una lunga giornata di negoziati bilaterali il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ammesso di trovarsi di fronte a una scelta difficile su come procedere con l’Iran, dopo che gli sforzi diplomatici si sono rivelati ancora una volta insoddisfacenti. «Abbiamo una decisione importante da prendere», ha dichiarato alla folla riunita al Corpus Christi, in Texas, dove stava promuovendo il suo programma energetico. «Dobbiamo raggiungere un accordo significativo. Preferirei farlo in modo pacifico. Ma sono persone molto difficili e pericolose», ha sottolineato il tycoon commentando il mancato esito dei colloqui.
Dopo una giornata di tensioni per il rischio dell’apertura di un nuovo fronte militare in Medio Oriente, è il ministro degli Esteri omanita, Badr Albusaidi, ad aprire uno spiraglio di speranza, annunciando in serata “una svolta” nei colloqui tra Usa e Iran: Teheran ha infatti accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito. «Vi rinunceranno», ha commentato Albusaidi, mediatore dei negoziati, in un’intervista alla Cbs, aggiungendo che in questo modo l’Iran «non sarà in grado di accumulare effettivamente il materiale che gli permetterà di creare una bomba».
«Una pace a portata di mano»
Il capo della diplomazia omanita ha spiegato che le attuali scorte verrebbero «miscelate al livello più basso possibile e convertite in combustibile, e quel processo sarà irreversibile». Albusaidi ha poi aggiunto che «se ci sarà un accordo, un accordo
concordato, ci sarà pieno accesso» ai siti nucleari iraniani per gli ispettori dell’Aiea. E ha anche espresso fiducia «che anche gli ispettori americani avranno accesso a un certo punto del processo» se si raggiungerà un’intesa. L’annuncio sembra aiutare a sciogliere uno dei nodi irrisolti della trattativa, quello dell’arricchimento dell’uranio e delle scorte al 60% conservate nell’impianto sotterraneo di Ishafan (come rivelato dall’Aiea, ndr).
Il ministro omanita ha poi segnalato ottimismo a seguito di un incontro a Washington con J.D. Vance, dopo il quale aveva parlato di «una pace a portata di mano», spiegando di «attendere con ansia ulteriori e decisivi progressi nei prossimi giorni». Ma se da una parte il filo della diplomazia non si è ancora spezzato, con nuovi colloqui a livello tecnico in programma la settimana prossima a Vienna dopo i “significativi progressi” registrati dai mediatori dell’Oman a Ginevra, dall’altra l’opzione militare resta sul tavolo.
Tutto sembrava volgere al peggio
I comandi Usa in Medio Oriente che hanno presentato a Donald Trump le varie opzioni di attacco, mentre si moltiplicano gli appelli delle Capitali ai connazionali e al personale diplomatico perché lascino il Paese. «Non ho ancora deciso», ha fatto sapere l’inquilino della Casa Bianca prima di dirsi «scontento» della trattativa e di sottolineare che «a volte la forza serve». In questa fase incerta, gli americani restano in stretto contatto con Israele: Marco Rubio volerà lunedì a Gerusalemme per fare il punto.
Lo strike sull’Iran, dunque, più volte minacciato da Trump è stato tutt’altro che scongiurato, nonostante il dialogo tra le parti stia proseguendo. Il commander in chief ha ricevuto l’ammiraglio Brad Cooper, il numero uno del Central Command, che ha messo sul tavolo le diverse opzioni per colpire il regime. Il tycoon in queste ultime settimane avrebbe oscillato tra l’idea di un raid mirato per convincere Teheran a cedere sul nucleare, oppure un’operazione di ampia scala per rovesciare il regime.
Intanto “gli altri” sgomberano il campo
Opzione molto più complicata che non convince un’area corposa del partito e dell’amministrazione, come dimostra l’ultima uscita di Jd Vance: «Non c’è nessuna possibilità che gli Usa siano trascinati in una lunga guerra». Su questa linea molti esponenti repubblicani e consiglieri del presidente, che avrebbero suggerito di far attaccare per primo Israele. «Mi piacerebbe non usare» la forza ma «qualche volta va fatto», sono state le parole tutt’altro che distensive di Trump. Con la prospettiva di una escalation il Dipartimento di Stato ha autorizzato il personale non essenziale della propria ambasciata a Gerusalemme a lasciare Israele.
Londra ha fatto di più, richiamando temporaneamente tutto il personale diplomatico da Teheran e spostandone una parte dell’ambasciata in Israele fuori da Tel Aviv. Pechino ha invitato i cittadini cinesi ad abbandonare l’Iran, mentre la Farnesina ha confermato gli avvisi rivolti da settimane ai connazionali in Iran a lasciare il Paese e alla prudenza in tutta la Regione. Il lavoro diplomatico continua, mentre nonostante “la svolta” sulle scorte di uranio arricchito, restano gli altri nodi del negoziato.
Onu: concentrarsi sul percorso diplomatico
Il portavoce dell’Onu ha invitato a «concentrarsi sul percorso diplomatico» anziché militare per risolvere la crisi che riguarda l’Iran. «Stiamo vedendo sia segnali positivi provenire dal canale diplomatico, ma anche movimenti militari molto preoccupanti in tutta la Regione, il che è estremamente allarmante», ha dichiarato il portavoce Stephane Dujarric, commentando l’appello lanciato da alcuni Paesi ai propri connazionali di lasciare l’Iran, segnale di un imminente attacco militare. «Si tratta chiaramente di due possibili percorsi. Incoraggiamo tutti a concentrarsi sul percorso diplomatico», ha concluso.
In serata il colpo di scena: forse per sparigliare i giochi gli iraniani, dal tavolo della trattativa con gli americani, sposta l’attenzione sull’ennesima crisi da un’altra parte del
Mondo. “La Repubblica islamica dell’Iran è pronta a fornire tutta l’assistenza necessaria per facilitare il dialogo e migliorare la comprensione e la cooperazione” tra Pakistan e Afghanistan, come ha scritto su X il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Separatamente, il suo ministero ha esortato le “due parti a rispettare reciprocamente l’integrità territoriale e la sovranità nazionale e ad astenersi da qualsiasi azione che possa aumentare le tensioni e il conflitto”. L’Iran, che confina con entrambi, ha mantenuto stretti legami con Islamabad e ha anche interagito con le autorità talebane, sebbene non ne abbia formalmente riconosciuto il dominio. Durante una precedente tornata di ostilità tra Afghanistan e Pakistan nell’ottobre scorso, l’Iran si era lo stesso offerto di mediare tra i due Paesi.
Direttore generale Aiea Grossi riceve vice segretario Usa per controllo armamenti
Sempre in queste ore il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, ha ricevuto a Vienna il vicesegretario degli Stati Uniti per il controllo degli armamenti, Christopher Yeaw, con cui ha discusso il dossier della non proliferazione nucleare in Iran. Lo ha reso noto lo stesso Grossi, in un post su X, parlando di “un tempestivo scambio di opinioni sulle attuali questioni di non proliferazione, anche in Iran e in altre aree di interesse comune”. Grossi ha infine espresso gratitudine agli Usa “per il loro forte sostegno all’Agenzia in tutti i settori”.
Diffuso proprio oggi dai media internazionali un rapporto dell’Aiea, indirizzato ai Paesi membri delle Nazioni Unite, secondo cui l’Iran ha custodito parte della sua scorta di uranio arricchito a un livello di circa il 60% in un’area sotterranea nel sito nucleare di Isfahan. Secondo il rapporto, il sito di Isfahan (o Esfahan, uno dei tre colpiti nella “guerra dei 12 giorni” di giugno, insieme a Natanz e Fordow) è danneggiato solo nell’ingresso del tunnel mentre la sua struttura è rimasta intatta. L’Agenza, si legge infine nel rapporto, ritiene “fondamentale” condurre attività di verifica in Iran “nel più breve tempo possibile”.
Claudia Lechner
Foto © NYTimes (2), Arise News, RTE













