La possibilità di attacchi sul suolo europeo sta crescendo a Bruxelles, con l’escalation della guerra in Medio Oriente
L’Europa è in massima allerta poiché la guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran ha aumentato le preoccupazioni del blocco sulla possibilità di attacchi terroristici, ha sostenuto un funzionario di Europol a Focus Europa.
Secondo il portavoce il portavoce di Europol Jan op hen Oorth: «Si stima che il livello di minaccia terroristica ed estremista violenta sul territorio Ue aumenterà. Questo può manifestarsi attraverso la radicalizzazione da parte di attori individuali o di piccole cellule improvvisate». Allo stesso tempo, come ha avvertito, la rapida diffusione di contenuti online potrebbe accelerare la radicalizzazione a breve termine tra la diaspora con sede nell’Ue e altri individui.
Il Collegio di sicurezza della Commissione europea ha deciso all’inizio di questa settimana di intensificare la cooperazione con Europol in mezzo ai timori di ritorsioni iraniane dopo l’uccisione di Ali Khamenei. «Se gli iraniani raggiungono un punto di disperazione, potrebbero ricorrere al terrorismo caotico – in cui cellule indipendenti, senza contatto diretto con Teheran, sono istruite ad agire liberamente», ha continuato il portavoce.
Attacchi informatici, proxy e Cipro
Europol ha inoltre dichiarato di essere preoccupata per la possibilità di attivare alleati non ufficiali (proxy) operanti sotto la guida dell’Iran. «Questi fattori includono il cosiddetto “Asse della Resistenza” e reti criminali che sono valutate come operanti sotto la guida delle istituzioni di sicurezza iraniane«», ha osservato il funzionario di Europol. Oltretutto ha sostenuto che le loro attività potrebbero includere attacchi terroristici, campagne di intimidazione e finanziamento del terrorismo, oltre ad attacchi informatici, disinformazione o truffe online.
Allo stesso tempo, il rischio di attacchi informatici che colpiscono infrastrutture e imprese occidentali potrebbe aumentare ulteriormente se il conflitto continuasse. «Il conflitto creerà una dinamica parallela nel settore online. Reti criminali e terroristiche sfrutteranno l’ambiente informativo potenziato attraverso frodi e disinformazione alimentate dall’IA», ha detto Oort. Rispondendo a una domanda sulle segnalazioni di migliaia di iraniani filo regime nei territori occupati dalla Turchia a Cipro, il funzionario di Europol ha risposto: «In linea di principio, Europol mantiene una comunicazione continua e strutturata con le autorità competenti a Cipro ed è pronta a sostenerla ogni volta che tali supporti sono richiesti dalle autorità cipriote».
Propaganda terroristica online
Con l’ampliamento del conflitto mediorientale, soprattutto verso l’Iran, «non può escludersi un innalzamento – anche in Europa e in Italia – del rischio terrorismo, soprattutto rispetto a target israeliani o statunitensi». È quanto emerge dalla Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza, secondo cui «la propaganda jihadista potrebbe, in modo opportunistico, strumentalizzare» il conflitto che coinvolge Teheran, «invocando un “jihad globale” contro il “comune nemico” occidentale. In prospettiva futura» – avvertono gli analisti – «è probabile che le principali sigle del terrorismo internazionale affineranno sempre di più la capacità di “capitalizzare” le crisi in atto, alimentando ulteriormente un trend che, ad oggi, vede declinare i propri messaggi istigatori in modo strumentale rispetto alle loro agende. L’interconnessione tra i diversi quadranti di crisi rischia di amplificare la proiezione esterna della minaccia, incluso verso l’Europa e l’Italia».
La propaganda terroristica online ha registrato nel 2025 un aumento significativo rispetto all’anno precedente, in particolare per quanto riguarda la diffusione di contenuti di matrice jihadista. È quanto emerge dalla Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza, presentata dall’Intelligence italiana, che evidenzia come tali strumenti continuino a dimostrarsi efficaci nello sfruttare le tensioni legate ai principali teatri di crisi internazionali e le vulnerabilità presenti nelle società occidentali.
Secondo il rapporto, l’attuale scenario geopolitico – segnato dalla crisi nella Striscia di Gaza, dall’instabilità del contesto iraniano, dalle fragilità persistenti in Siria e dall’espansione dei gruppi jihadisti sia nel Continente africano sia nell’area afghana – ha già avuto un impatto concreto sul livello della minaccia. Ognuna di queste crisi, pur con intensità differenti, contribuisce infatti ad alimentare la propaganda estremista e a rafforzare i circuiti di radicalizzazione.
Le crisi internazionali e i rischi per l’Europa
Per quanto riguarda la guerra a Gaza, la relazione segnala numerosi appelli diffusi online che incitano a compiere attentati in Europa. In particolare, tali messaggi invitano a colpire quartieri ebraici e sedi diplomatiche identificate come “ebraiche e crociate”.
Parallelamente, le autorità italiane evidenziano un aumento dei rischi legati alle attività di Hamas sul territorio europeo. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il possibile coinvolgimento dell’organizzazione nella circolazione di armi e in eventuali piani ostili contro obiettivi israeliani ed ebraici presenti nel Continente. Un ulteriore fattore di instabilità è rappresentato dalla situazione del Continente africano. La relazione descrive l’area come una crisi sistemica che continua a offrire terreno fertile per l’espansione delle affiliate territoriali di Daesh e al–Qaida. Questa dinamica espone anche gli interessi europei e nazionali presenti nella Regione al rischio di azioni ostili.
In questo contesto, la propaganda dello Stato islamico ha recentemente intensificato l’attenzione sulla Libia, indicata come una possibile “porta d’accesso” verso l’Europa meridionale e come punto strategico da cui avviare operazioni jihadiste contro quelli che vengono definiti gli “interessi crociati” vicini al Continente.
Anche l’area afghana continua a rappresentare una fonte di forte preoccupazione per gli analisti della sicurezza. Il quadrante dell’Afghanistan è infatti considerato il principale rifugio sicuro – o safe haven – per numerosi gruppi jihadisti, sia locali sia transnazionali, che possono utilizzare il territorio per riorganizzarsi e pianificare attività future.
La crescente sfida delle minacce ibride
Nel panorama internazionale attuale, la relazione sottolinea inoltre la crescente importanza delle cosiddette minacce ibride, ormai considerate una delle principali sfide per la sicurezza globale.
La Nato ha identificato questo fenomeno come una delle priorità strategiche del
XXI secolo, poiché tali minacce tendono a confondere i confini tra conflitto militare e competizione strategica. Si tratta infatti di strategie che combinano strumenti militari, cyber attacchi, campagne di disinformazione, pressioni economiche e operazioni clandestine. Di fronte a questo scenario, diventa necessario adottare risposte integrate che coinvolgano sia la difesa civile sia quella militare, oltre a rafforzare il coordinamento tra gli Stati bersaglio delle attività ostili.
L’allarme per la radicalizzazione giovanile
Uno degli aspetti più preoccupanti evidenziati dalla relazione riguarda l’abbassamento dell’età delle persone coinvolte nei processi di radicalizzazione.
Le indagini condotte in Italia sugli ambienti accelerazionisti e su quelli collegati all’estremismo jihadista mostrano infatti una tendenza crescente alla partecipazione di soggetti sempre più giovani. In particolare, è in costante aumento la quota di minorenni, così come il numero di ragazzi con meno di quattordici anni che manifestano livelli avanzati di radicalizzazione.
Il ruolo della tecnologia nei processi di radicalizzazione
Secondo l’Intelligence, la tecnologia svolge un ruolo determinante in questi fenomeni. Sempre più spesso il percorso di radicalizzazione non inizia con l’adesione a un’ideologia estremista strutturata, ma con una fascinazione per la violenza. Questo processo è alimentato dalla progressiva desensibilizzazione ai contenuti violenti disponibili online, facilmente accessibili anche su piattaforme social mainstream e spesso non necessariamente legati a contesti esplicitamente estremisti.
Quando emerge un’adesione ideologica, questa appare spesso poco strutturata e viene utilizzata piuttosto come giustificazione per legittimare l’uso della violenza. In questo quadro, la ricerca di appartenenza, gratificazione e riconoscimento all’interno di gruppi virtuali può giocare un ruolo decisivo nel rafforzare il processo di radicalizzazione. Gli analisti ritengono inoltre possibile un rafforzamento di visioni nichiliste, capaci di attribuire un forte valore emotivo al compimento di atti violenti. Non si esclude quindi che individui radicalizzati in ambienti virtuali accelerazionisti o caratterizzati da contaminazioni ideologiche possano arrivare a compiere azioni violente.
L’intelligence italiana e l’attacco contro l’Iran
Nel corso della presentazione della relazione, il direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), Giovanni Caravelli, ha inoltre dichiarato che l’intelligence italiana era a conoscenza della preparazione dell’attacco contro l’Iran già dal mese di gennaio. Il responsabile del servizio segreto estero ha precisato tuttavia che Roma non disponeva dei dettagli operativi dell’azione. Secondo Caravelli, era però chiaro quale fosse l’obiettivo dell’operazione militare, anche perché il dispiegamento di forze risultava evidente.
Il direttore ha inoltre sottolineato l’esistenza di rapporti «ottimi e solidi» con i servizi di intelligence statunitensi e israeliani, i due principali attori coinvolti nello scenario. Gli obiettivi dell’operazione, successivamente illustrati dal presidente degli Stati Uniti e dal primo ministro israeliano, erano stati condivisi anche con l’Italia.
Lo scenario migratorio per il 2026
La relazione affronta anche il tema dei flussi migratori verso l’Europa. Secondo le valutazioni dell’intelligence italiana, lo scenario più probabile per il 2026 è quello di flussi relativamente stabili ma comunque consistenti. Il sistema migratorio europeo sembrerebbe quindi avviarsi verso una normalizzazione di lungo periodo, senza prospettive di un collasso improvviso ma neppure di un calo drastico. Piuttosto, si prevede il consolidamento dei livelli attuali, con una pressione migratoria costante destinata a mantenersi negli anni.
Il Patto europeo e il Piano Mattei
Il 2026 sarà inoltre un anno cruciale per verificare la sostenibilità del modello europeo di gestione esternalizzata delle migrazioni. L’entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, prevista per giugno, rappresenterà infatti un banco di prova. Se il sistema entrerà rapidamente a regime in modo coordinato tra gli Stati membri, nei primi mesi di applicazione gli arrivi potrebbero ridursi tra il 4 e il 5 per cento del totale annuale. Al contrario, eventuali crisi geopolitiche improvvise – come un’escalation in Sudan o una crescente instabilità in Libia – potrebbero far aumentare i flussi tra il 10 e il 15 per cento.
Per questo motivo, conclude la relazione, nel lungo periodo resta fondamentale proseguire con programmi strutturali di investimento nei Paesi maggiormente interessati dalla migrazione economica, come previsto dal Piano Mattei. Parallelamente, sarà necessario continuare a sviluppare politiche che favoriscano canali di immigrazione legale, considerati uno degli strumenti principali per gestire in modo sostenibile i movimenti migratori.
George Labrinopoulos
Foto © Altalex, Igor Vitale, Epthinktank, Safe & Security Magazine, Aise













