Cina e Russia valutano l’intervento al fianco dell’Iran

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Mentre la guerra si intensifica e una terza portaerei Usa arriva nelle acque mediorientali, Pechino e Mosca riflettono su un sostegno diretto a Teheran

Con il primo raid offensivo di Abu Dhabi ai danni di Teheran, il Medio Oriente si instrada sul sentiero senza ritorno della Terza Guerra del Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti non sono gli unici attori regionali coinvolti ad avere abbandonato una postura difensiva al fianco di Washington.

La guerra si estende

La lista si amplia giorno dopo giorno e, ad oggi, se Ankara pare aver schierato sistemi anti-missile Patriot lungo le proprie frontiere, plotoni di milizie curdo-irachene continuano la propria offensiva nell’Iran occidentale – pur con scarse informazioni a riguardo.

Dall’altra sponda del Mondo, invece, la Casa Bianca non accenna ad allentare la presa. Furiose ondate di missili continuano a cadere sull’Iran e la terza portaerei statunitense USS George H.W Bush si appresta a solcare le acque mediorientali nei prossimi giorni. Già report del Nyt (New York Times) precedenti all’inizio del conflitto rivelavano che, in linea con quanto assistiamo in queste ore, il massimo delle forze militari Usa nella Regione sarebbe stato raggiunto entro metà marzo. Momento dal quale, si può realisticamente ipotizzare che la Us army sarà in grado di avviare attacchi ancora più micidiali.

I seri rischi di Trump

Se le cose andassero così – e già pare quella la direzione – si potrebbe dire che la strategia iraniana di rendere il conflitto insostenibile per Washington a causa delle troppe pressioni internazionali, non solo non funziona, ma pare non scalfire minimamente l’amministrazione Usa. Trump sembra ignorare le conseguenze catastrofiche di un terzo conflitto del Golfo per l’ordine e per il commercio mondiale. Ogni aspetto dell’operazione Epic fury vuole dare l’impressione di essere un rischio calcolato.

Ma tutto potrebbe sfuggire di mano. Sono molti gli analisti che si chiedono fino a che punto i cittadini americani saranno disposti a tollerare nuove “inutili” morti in Medio Oriente e se il presidente Usa correrà il rischio di compromettere le elezioni di Midterm in novembre; fino a che punto Paesi del Golfo ed europei saranno disposti a mettere a repentaglio la vita dei propri civili. Soprattutto, fino a che punto, uno degli snodi fondamentali del commercio globale, lo Stretto di Hormuz, rimarrà chiuso – da qui passa ⅕ del commercio di greggio e Gnl globale.

Cina e Russia valutano l’intervento diretto

Rimanendo su quest’ultimo punto, recentemente la Cnn ha rivelato una notizia senz’altro tra le più allarmanti dall’inizio delle nuove instabilità mediorientali: secondo la Cia, Cina e Russia starebbero valutando di fornire sostegno attivo all’Iran. Mosca avrebbe già messo a disposizione la propria intelligence per colpire unità e basi americane. Pechino starebbe considerando un posizionamento ancora più implicato fornendo assistenza finanziaria, pezzi di ricambio e componenti missilistiche – vale a dire, ciò che Usa e Ue fanno con Kiev.

Finora, Federazione russa e Repubblica popolare cinese (Rpc) si erano poste in maniera equivalente al Venezuela, non offrendo altro che condanne diplomatiche e formali espressioni di preoccupazione. Quasi a voler riflettere un freddo calcolo: intervenire avrebbe comportato costi elevati, guadagni limitati e rischi imprevedibili – come uno scontro diretto con Washington. Se oggi, però, contrariamente alle caute valutazioni qui di sopra, Mosca e Pechino sembrano valutare alternative, ciò dipende da un fattore fondamentale: le due superpotenze dipendono fortemente dall’export-import energetico che attraversa lo stretto controllato da Teheran.

Pechino è il diretto interessato

Rpc massimamente: circa il 45% del petrolio importato dalla Repubblica cinese proviene dall’area. Né esistono delle alternative strutturali percorribili nell’immediato. Africa Occidentale e Americhe, ad esempio, pongono il problema di distanze e tempi che si allungherebbero esponenzialmente rispetto alla tratta mediorientale. In più, un greggio di diversa composizione richiederebbe enormi sforzi di adattamento da parte delle raffinerie cinesi, che ricordiamo essere importanti esportatori di carburante dei Paesi del Golfo – anche la vendita di benzina da parte di Pechino a tali Stati ha subito rallentamenti.

Ad ogni modo, qualunque mossa la Rpc farà, sarà gestita con estrema accortezza: se è vero che la propria dipendenza energetica dalla Regione è messa a repentaglio, proprio i Paesi del Golfo – nemici esistenziali di Teheran – vedrebbero con ostilità un aiuto cinese così ingente.

Pechino non vuole compromettere i propri fiorenti affari, ma non può nemmeno permettersi immobilismo. Per questo, si muove su due fronti: da un lato, valutando approvvigionamenti militari al regime iraniano, dall’altro facendo pressione affinché il ministro degli esteri iraniano Araghchi chieda pubblicamente scusa ai Paesi arabi limitrofi bombardati.

Taiwan a rischio

La postura cangia, ma non da un momento all’altro. Anche perché, per la Rpc, non ogni male viene per nuocere. Pechino sta osservando Washington: tattiche, capacità sul lungo termine, movimenti sul campo. La data in cui Taiwan diverrà epicentro di una nuova crisi non è lontana, perciò, utilizzare l’Iran come una lezione per il domani avvantaggia e istruisce la Cina.

Non solo. La Rpc può osservare con un certo compiacimento gli Stati Uniti consumare scorte di munizioni e intercettori. Quanto più gli Usa si concentrano sull’Iran, quante minor risorse e armi verranno impiegate sul medio-lungo termine nel sud-est asiatico – a difesa di Taipei. Trump avrebbe addirittura chiesto di dislocare sistemi antimissile Thaad e Patriot dalla Corea del Sud, né si esclude che lo stesso possa accadere col Governo taiwanese.

Il Cremlino ha meno leve per intervenire

Cina Russia Iran UsaPer quel che riguarda Mosca, si può invece ragionevolmente pensare che il coinvolgimento sarà più limitato. Anche la Federazione russa gode di ottimi affari con i Paesi del Golfo, ma ne è meno vincolata, disponendo di una autosufficienza energetica strategica: in altre parole, possiede sul proprio suolo enormi quantità di greggio e gas. Né Putin parrebbe disposto a distogliere ingenti risorse dalla propria priorità assoluta, l’Ucraina. Anche in tal caso, vale la regola dei vantaggi indiretti: se il petrolio sale di prezzo, ci guadagna l’economia di guerra russa, finanziata nella sua quasi totalità dalle esportazioni di petrolio; se Usa e Ue distolgono attenzione e risorse da Kiev, le truppe russe avanzano con più facilità.

In ultimo, proprio l’Europa dell’Unione, oggi principale avversario strategico del Cremlino, è destinata a pagare il conto più amaro. Per i consumatori europei, l’attuale crisi delle forniture di gas e l’aumento dei prezzi peggiorano la dipendenza da Mosca. Non solo perché il Qatar esporta a Bruxelles il 12% del Gnl, ma anche per via di un’ipotesi trapelata nelle ultime ore. Putin sta valutando la possibilità di interrompere e reindirizzare le forniture russe di Gnl dall’Europa verso i mercati amici dell’Asia/Pacifico.

Washington chiude un occhio

Tirando le somme, ci accorgeremo che il risultato sotto i nostri occhi è un paradosso: né Mosca né Pechino traggono beneficio dal crollo del regime degli Ayatollah, eppure non legano il proprio destino alla sopravvivenza di Teheran. Consci che, indipendentemente dall’esito del conflitto, occorrerà stringere legami con qualsiasi nuovo Governo, sia pure allineato con Washington – proprio come con la Damasco post-Assad.

Washington, dal canto suo, per il momento sembra non dar troppo peso a queste indiscrezioni. Sia Hegseth che Trump hanno liquidato il tutto come “dati che non incidono sul corso dell’operazione”. È allora probabile che il capo della Casa Bianca sia disposto a chiudere un occhio sugli equilibri interni di Cina e Russia, proprio come accade a parti invertite con Venezuela e Ucraina.

In Iran si gioca una sottile partita che tocca gli equilibri del Mondo intero: passato, presente e futuro.

 

Fabio Sinisi

Foto © The Australian, SettimanaNews, La Ragione, Agenzia Nova, ANSA

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