Europa tra guerra in Iran, energia e nuova sfida di potere

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Von der Leyen spinge l’Ue verso un ruolo più deciso nello scenario globale, tra tensioni nel Golfo, crisi umanitaria e fratture interne sulla sicurezza energetica

L’Europa, secondo Ursula von der Leyen, non può più limitarsi a custodire un ordine mondiale ormai tramontato ma deve imparare a proiettare il proprio potere in modo più assertivo e pragmatico, in un contesto segnato dalla guerra in Iran, da nuove tensioni energetiche e da un riassetto degli equilibri globali.

Von der Leyen: più assertività e pragmatismo per l’Europa

Intervenendo alla conferenza degli ambasciatori Ue riuniti a Bruxelles, la presidente della Commissione europea ha esortato i rappresentanti dell’Unione a prepararsi a «proiettare il nostro potere nel Mondo» con maggiore decisione, utilizzando l’intero spettro degli strumenti a disposizione, da quelli economici e diplomatici a quelli tecnologici e militari. In un mondo sempre più competitivo, ha insistito sulla necessità di difendere gli interessi europei contro aggressioni e interferenze straniere, evitando al tempo stesso atteggiamenti difensivi o rinunciatari.
Von der Leyen ha richiamato gli ambasciatori a un approccio più pragmatico nel fare affari globali, ricordando che quasi due terzi della crescita mondiale si realizzano oggi al di fuori di Stati Uniti e Cina e che l’Europa deve «fare un passo avanti» per cogliere queste opportunità, anziché subirle.

Il messaggio è: l’Unione deve imparare a vedere se stessa come attore forte e influente, capace di trattare da pari con partner strategici ma anche di difendersi dalla coercizione economica, dalle sanzioni mirate e dai dazi usati come strumenti di pressione geopolitica.

Sul piano istituzionale, la presidente ha ribadito l’ambizione della Commissione di giocare un ruolo più incisivo nella definizione e nell’attuazione della politica estera e di sicurezza comune, pur consapevole dei malumori che questo attivismo genera in diversi Governi nazionali gelosi delle proprie prerogative. In questo quadro, la scelta di non formulare giudizi netti sulla guerra condotta da Usa e Israele contro l’Iran – concentrandosi piuttosto sulla «realtà della situazione» e sulle sue conseguenze regionali – riflette la volontà di mantenere margini di manovra diplomatici in un contesto particolarmente volatile.

La guerra in Iran e lo shock energetico

Mentre Bruxelles discute di strategia, la guerra in Iran entra nella sua seconda settimana e alimenta una nuova ondata di vendite sulle Borse europee, che stanno vivendo sedute ad alta volatilità e perdite rilevanti. Lo shock energetico innescato dall’impennata del prezzo del petrolio, oltre 100 dollari al barile, e dal rialzo del gas naturale ripropone lo spettro della stagflazione: inflazione in risalita a fronte di una crescita economica che rischia di frenare.

Le piazze asiatiche hanno già archiviato una giornata nera, con Tokyo in calo di oltre cinque punti percentuali, e l’ondata di pessimismo si è rapidamente trasmessa ai listini occidentali, nonostante le indiscrezioni su un possibile rilascio coordinato delle riserve petrolifere dei Paesi del G7 per contenere i prezzi dell’energia. L’incertezza sulla durata del conflitto e, soprattutto, sulle ripercussioni sulle rotte energetiche – a partire dallo stretto di Hormuz – alimenta scenari di prezzi del greggio ancora più elevati, con effetti potenzialmente destabilizzanti per l’economia globale.

Le conseguenze si vedono anche nelle aspettative sui tassi di interesse: il mercato si attende ora che la Banca centrale europea, a causa della fiammata del petrolio e dei rischi per l’inflazione, debba intervenire con due rialzi da 25 punti base entro il 2026, il primo già entro giugno, mentre per la Bank of England gli investitori prezzano una probabilità intorno al 70% di un aumento del costo del denaro entro l’anno. La prospettiva di condizioni finanziarie più restrittive, in un contesto di crescita fragile, rende ancora più complesso il compito dei Governi europei chiamati a proteggere famiglie e imprese dall’ennesimo shock dei prezzi energetici.

Una Regione in fiamme

Sul fronte politico e militare, l’epicentro della crisi resta l’Iran, bersaglio degli attacchi condotti da Usa e Israele e ora al centro di una delicata transizione al vertice della Repubblica islamica. L’Assemblea degli esperti ha infatti designato come nuova guida suprema Mojtaba Khamenei, figlio del leader defunto, scelta che rappresenta una chiara continuità con l’assetto di potere precedente e che appare destinata ad alimentare ulteriormente le tensioni tra Washington e Tel Aviv.

Il presidente americano Donald Trump ha definito la nomina «inaccettabile», arrivando a dichiarare che la nuova guida «non durerà a lungo» senza l’approvazione degli Stati Uniti, mentre Israele ha ribadito l’intenzione di perseguire «il successore e chiunque tenti di nominarlo». In parallelo, il presidente Vladimir Putin ha inviato un messaggio di congratulazioni a Mojtaba Khamenei assicurando che la Russia è stata e resterà un partner affidabile della Repubblica islamica, segnale di un ulteriore consolidamento dell’asse tra Mosca e Teheran.

L’Iran, attraverso il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei, accusa gli Usa di mirare a «spezzettare» l’Iran per impadronirsi delle sue risorse petrolifere, violando la sovranità del Paese e ogni norma del diritto internazionale. Secondo la versione iraniana, gli attacchi di Usa e Israele sarebbero arrivati mentre erano in corso colloqui diplomatici, improvvisamente interrotti, e avrebbero prodotto un effetto di coesione interna, con un Paese descritto come unito nella difesa contro il nemico esterno.

Le ripercussioni del conflitto si avvertono in tutto il Medio Oriente

In Qatar, Paese che si è tradizionalmente proposto come mediatore, il premier Mohammed bin Abdulrahman al Thani ha parlato di «pericoloso errore di calcolo», da parte di Teheran, dopo che il proprio territorio è stato colpito da attacchi missilistici e di droni. Pur condannando con forza l’azione iraniana e definendo «respinte» le giustificazioni addotte da Teheran, Doha continua a invocare la de‑escalation e mette in guardia contro il rischio di una destabilizzazione regionale con pesanti onde d’urto sull’economia globale.

Nel frattempo, la crisi umanitaria si aggrava. Dal Libano, migliaia di siriani avrebbero attraversato il confine «sotto costrizione», spinti dalla paura per il deterioramento della situazione interna, in un Paese che in passato ha ospitato oltre un milione di rifugiati. Dopo la caduta dell’ex presidente Bashar al‑Assad nel dicembre 2024, il numero dei rifugiati registrati è sceso a circa 532.000, ma le agenzie dell’Onu ritengono che vi siano ancora centinaia di migliaia di persone non registrate e quindi più vulnerabili.

Energia, sanzioni e fratture interne all’Ue

In Europa, la crisi mediorientale riapre anche il dossier energetico, mai del tutto chiuso, dei rapporti con la Russia. Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha chiesto all’Unione di revocare immediatamente il divieto sulle importazioni di energia russa per evitare un ulteriore incremento dei prezzi dovuto alla carenza di petrolio innescata dalla guerra in Iran, sostenendo che l’escalation in Medio Oriente ha già creato un deficit di offerta sul mercato europeo.

Secondo Budapest, Bruxelles dovrebbe adottare senza indugio misure per prevenire un forte aumento dei prezzi «in tutti i settori», a partire dall’energia, abbandonando le restrizioni sulle forniture provenienti da Mosca che, nella visione ungherese, non sarebbero più sostenibili in un contesto di crisi multipla. Una posizione che evidenzia le profonde divisioni interne all’Ue sul mix tra sicurezza energetica, sanzioni geopolitiche e obiettivi climatici, e che rischia di mettere a dura prova la ricerca di una linea comune proprio mentre la Commissione tenta di rafforzare l’unità d’azione esterna.

In questo scenario, il richiamo di von der Leyen a una politica estera mirata e a un uso Europa guerra Iran energiapiù strategico del potere europeo assume un significato concreto: l’Unione deve decidere se accettare la frammentazione delle sue risposte o se dotarsi di strumenti e procedure che le consentano di reagire in modo coerente alle crisi, dall’energia alla sicurezza, dall’economia alla dimensione umanitaria. Il rischio, altrimenti, è quello di rimanere schiacciata tra le scelte dei grandi attori globali, incapace di influenzare gli eventi che pure ne determinano direttamente il futuro.

L’Europa tra vecchio e nuovo ordine mondiale

Al centro del discorso della presidente europea c’è l’idea che l’Europa non possa più limitarsi a fare da «custode del vecchio ordine mondiale», un Mondo che, nelle sue parole, «è scomparso e non tornerà». Il conflitto in Iran, la ridefinizione delle alleanze, il ruolo crescente di potenze regionali e di attori non occidentali nella governance globale mostrano che la geografia del potere internazionale è in pieno mutamento e che l’Ue deve imparare a muoversi in questo nuovo contesto con lucidità e realismo.

Ciò significa, nelle intenzioni di von der Leyen, combinare valori e interessi, difendendo principi fondamentali come il rispetto del diritto internazionale e l’intangibilità dei confini, ma accettando anche la logica della realpolitik, del negoziato selettivo e delle alleanze variabili in base ai dossier. In un mondo dove guerre, shock energetici e crisi umanitarie si intrecciano, l’Europa è chiamata a trasformare la propria forza economica, normativa e tecnologica in un vero potere geopolitico, capace non solo di reagire agli eventi ma di contribuire a plasmarli.

 

Elodie Dubois

Foto © Agenda Digitale, European Commission, Mondoreale, Usa for Unhcr, CNN

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