Il capo del controterrorismo lascia tra accuse di manipolazione, mentre la tensione tra Stati Uniti, Israele e Iran raggiunge nuovi livelli
«Siete stati ingannati» dichiara agli elettori – «Quello che è successo in Iraq sta succedendo» ha spiegato.
Le dimissioni del direttore del Centro nazionale per il controterrorismo degli Usa aprono un nuovo fronte di tensione politica a Washington, mentre si intensifica il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. Le dimissioni di Joseph Kent, a capo del National Counterterrorism Center, ha annunciato la sua uscita con effetto immediato, motivandola con una netta opposizione alla guerra in corso contro Teheran. In una lettera indirizzata al presidente Donald Trump e pubblicata sulla piattaforma X, Kent ha dichiarato di non poter sostenere il conflitto «con la coscienza pulita», affermando che l’Iran «non rappresentava una minaccia diretta» per gli Usa.
Nella stessa lettera, l’ex direttore ha attribuito l’avvio della guerra a pressioni esercitate da Israele e dalla sua influenza a Washington, denunciando una presunta campagna di disinformazione portata avanti da ambienti politici e mediatici. Secondo Kent, questa narrazione avrebbe spinto l’amministrazione a credere nella necessità di un intervento militare rapido, evocando un parallelo con la Guerra in Iraq. «Non possiamo commettere di nuovo questo errore», ha scritto, mettendo in guardia contro le conseguenze di una nuova escalation.
Reazioni e tensioni interne
Le dichiarazioni di Kent si inseriscono in un contesto già controverso: la sua nomina era infatti accompagnata da polemiche per presunti legami con ambienti nazionalisti bianchi. Le dimissioni, tuttavia, segnano una frattura evidente all’interno dell’apparato di sicurezza nazionale americano. Dal canto suo, Trump ha reagito in modo netto, definendo «positiva» la decisione di Kent di lasciare l’incarico. Il presidente ha criticato apertamente l’ex funzionario, giudicandolo «molto debole sulle questioni di sicurezza» e contestando la sua valutazione sull’Iran.
«Ogni Paese riconosceva la minaccia rappresentata da Teheran – la questione era se agire o meno», ha dichiarato. Trump ha inoltre ribadito la sua posizione sulla solidità dell’azione militare statunitense, sostenendo che i risultati ottenuti sul campo confermano la correttezza della linea adottata. Ha anche annunciato che la situazione nello Stretto di Hormuz potrebbe presto tornare alla normalità, con la ripresa del traffico navale dopo le recenti tensioni.
L’impatto umanitario e regionale del conflitto
Sul piano umanitario, il conflitto continua a produrre conseguenze drammatiche. In Libano, il ministero della Salute ha aggiornato il bilancio delle vittime degli attacchi israeliani dall’inizio delle ostilità con Hezbollah, indicando almeno 912 morti, tra cui 111 bambini, 67 donne e 38 operatori sanitari. Solo il giorno precedente il numero ufficiale era di 886 vittime, segno di un rapido aggravarsi della situazione. Nelle ultime ore, ulteriori attacchi nel sud del Libano hanno causato la morte di tre soldati libanesi e il ferimento di altri due. Secondo quanto riferito dall’esercito, i militari sono stati colpiti mentre si spostavano tra veicoli e motociclette in diverse località della regione meridionale.
L’escalation militare
Parallelamente, la tensione resta altissima anche in Israele, dove l’esercito ha segnalato nuovi lanci di missili iraniani. Le sirene di allarme sono risuonate nel centro e nel nord del Paese, oltre che in Cisgiordania, mentre i sistemi di difesa aerea sono entrati in azione per intercettare i vettori in arrivo. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha rivendicato il completamento della 59ª ondata di attacchi, dichiarando di aver colpito obiettivi in diverse Città israeliane, tra cui Beit Shemesh, Tel Aviv e Gerusalemme.
Secondo la stessa fonte, le operazioni avrebbero preso di mira anche installazioni militari statunitensi nella Regione, inclusa la base aerea di Ali al-Salem in Kuwait, oltre a siti negli Emirati Arabi Uniti e in Iraq.
Trump denuncia la repressione in Iran
A rendere ancora più incandescente il quadro è stata un’ulteriore dichiarazione di Trump, secondo cui il numero delle vittime durante le proteste interne in Iran avrebbe raggiunto le 41.000 persone, un dato significativamente superiore alle stime precedenti.
Nel complesso, il conflitto appare in piena escalation, con un intreccio sempre più complesso tra dimensione militare, crisi diplomatica e tensioni politiche interne agli Usa. Le dimissioni di Kent rappresentano solo l’ultimo segnale di un contesto in cui le divisioni non riguardano più soltanto il piano internazionale, ma attraversano anche le istituzioni americane.
George Labrinopoulos
Foto © Huffington Post, Al Jazeera, SpecialEurasia













