Il fantasma della Arctic Metagaz spaventa e paralizza l’Europa

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Preoccupazione e allerta massima ma tutto sembra essersi fermato, tranne il relitto della nave sospinta dalle correnti

Nel canale di mare tra le coste siciliane dell’isola di Linosa e Malta, un’area di straordinaria biodiversità, vaga spettrale una gigantesca nave di 277 metri, la Artic Metagaz. Colpita il 3 marzo scorso da un evento bellico combinato di droni aerei e marittimi nel Mediterraneo centrale, è ormai praticamente un relitto galleggiante da ben due settimane. Senza equipaggio, senza propulsione, con profondi danni strutturali e una massiccia falla sul lato sinistro è del tutto in balia delle forze naturali di onde, vento e correnti. La nave in questione è però una metaniera russa (“intoccabile”) che contiene circa 60.000 tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL) e 900 tonnellate di gasolio.

Il rischio di disastro ecologico è di facile intuizione e appare sempre più una tragica questione di tempo. Ma il suo carico più inquietante, non è l’idrocarburo che contiene e di cui già si segnalano iniziali fuoriuscite, quanto l’impotenza politica del Vecchio Continente di fronte a una minaccia esterna com’è ora questa “bomba ecologica” a orologeria per le sue coste e la sua economia.

La vicenda della Arctic Metagaz diviene allora metafora perfetta dell’attuale paralisi operativa in cui versa un’Europa dove burocrazia, confini nazionali e sanzioni internazionali lasciano un criticissimo vuoto di comando che, tra “competenze” varie, motivi legali e ostacoli economici, costringono, praticamente, i singoli Paesi all’inazione. Dover “accettare” il rischio di un disastro ecologico, che non rispetta confini, è dunque il “male minore” rispetto alle variegate complicazioni diplomatiche.

Certamente, come ha dichiarato l’Italia tramite il Ministero delle Infrastrutture “non si possono ignorare i protocolli di sicurezza internazionale” e ovviamente nessuno vuole, e neanche potrebbe pienamente, prendere in mano la “situazione bollente”. Intervenire significa di fatto assumersi responsabilità legale e immensi costi di recupero oltre quelli di un eventuale incidente durante il recupero.

Una nave alla deriva e la cronaca di una paralisi annunciata

E allora cosa fare nel frattempo? Analisi tecniche e immobilismo da rischio, questo il termine che ben delinea l’attesa (del disastro), scongiurando il peggio, fino ad avere la necessaria “copertura legale” per intervenire.

Può sembrare assurdo pensare che la protezione delle spiagge di Lampedusa o delle scogliere di Malta dipenda dal fatto che una nave russa sanzionata attraversi o meno una linea tracciata su mappe nautiche, ma ad oggi è proprio così. Il frammentato puzzle legislativo e diplomatico che governa il Mare nostrum lo rende difendibilmente “nostrum” a pezzetti e poiché la nave fluttua in acque internazionali o in zone di ricerca e soccorso (SAR, search and rescue) tra Linosa e Malta la situazione è tutt’altro che semplice. L’Italia deve guardare Malta, Malta l’Europa e l’Europa deve guardare e consultare i manuali delle sanzioni (Usa e Uk) contro la Russia per non incorrere in ritorsioni economiche (sanzioni secondarie). Si tocca con mano come lo Stato nazionale si ferma, e non potrebbe altrimenti, dove finisce la convenienza e inizia quindi il rischio geopolitico.

Una nota congiunta firmata dai Ministri degli Esteri di Francia e Italia e altri 7 Paesi ha portato la situazione sui tavoli di Bruxelles informando e investendo così ufficialmente la Commissione europea del problema della Artic Metagaz definita una “minaccia esistenziale per l’ecosistema Mediterraneo”.

Tra stallo legale e muro delle sanzioni

Ma rispondere è un esercizio di equilibrismo diplomatico, insieme al pericolo infatti tocca riconoscere pure che “la nave appartiene a un’entità sanzionata” e questo crea, inevitabilmente, uno stallo legale che impedisce alle società di salvataggio private, le uniche dotate dei mezzi tecnici adatti, di prendere il largo. Intervenire su una nave russa sanzionata significherebbe infatti entrare in un labirinto giudiziario dai confini sfumati e per un’azienda anche il rischio di fallimento. E poi chi pagherebbe? E soprattutto chi garantirebbe la copertura assicurativa per un’operazione ad alto rischio di esplosione?

Oggi nessun Paese può offrire garanzie totali a queste società private, nessuno può singolarmente assumersi la responsabilità legale e politica di fronte a Washington e Mosca e fare “scudo” a queste aziende per risolvere attivamente la situazione. Solo una volontà politica unitaria potrebbe spezzare leggi che ora si antepongono alla rovina di santuari marini ed economie basate sul turismo e sulla pesca.

Si attende quindi, oltre una sorte migliore della nostra politica, lo “stato di necessità” per intervenire, allorché la nave entri formalmente in acque territoriali (entro le 12 miglia) o inizi a perdere visibilmente idrocarburi. Ma per l’ambiente, che ciò avvenga a 13 miglia o 5 dalla costa è comunque un grave danno. Si capisce bene che questa è una non-soluzione che mette(rà) pezze ai danni invece di prevenirli, ma è quanto è possibile fare oggi e quanto purtroppo si fa anche in ambiti più modesti e quotidiani. Senza una vera unità a tutto tondo (federale, politica) l’Europa resterà ancora prigioniera delle sue regole e spettatrice della propria rovina.

Aggiornamento della deriva verso Sud

Nelle ultime ore la meteorologia ha fatto il suo corso, venti settentrionali e correnti di superficie hanno spinto la Arctic Metagaz a derivare verso Sud allontanandola parzialmente dalle coste siciliane per puntare verso la zona SAR della Libia mentre la falla sul lato sinistro si è allargata a causa delle sollecitazioni del mare.

Arctic Metagaz nave Europa

Il monitoraggio h 24 della Guardia Costiera ha rilevato che questo spostamento ha intensificato la fuoriuscita inquinante di quel film oleoso già avvistato dai ricognitori aerei e, lungi dal rassicurare l’Europa, ha aperto invece un nuovo fronte di crisi dato che la Libia è accusata dalla Russia di aver “ospitato” gli autori dell’attacco che ha causato tutto.

Ue e Italia sono in contatto serrato con le autorità di Tripoli anche perché il mare non ha confini e il disastro sarebbe comunque per tutto il bacino Mediterraneo.

Uno scenario diverso

Ma proviamo per un momento a immaginare che la Arctic Metagaz si trovi così com’è ora non di fronte a un’Europa di Nazioni preoccupate gelosamente dei propri confini, ma di fronte agli Stati Uniti d’Europa, come già nel 1849 Victor Hugo evocò profeticamente a Parigi in occasione del Congresso internazionale della Pace, o a quell’Europa federale sognata dai padri fondatori nel secondo dopoguerra.

La cronaca di questi giorni sarebbe diversa, non esisterebbero dubbi su “chi debba intervenire” dato che esisterebbe un’unica catena di comando con una Guardia Costiera Europea o Federale con mandato pieno e mezzi centralizzati. Agganciare la nave allora non sarebbe oggetto di un vertice tra primi ministri preoccupati ma un atto tecnico dovuto per la protezione del territorio comune. La rapidità d’azione sarebbe garantita e questa, si sa, è già il primo requisito per evitare complicazioni che peggiorano ulteriormente le cose a scapito di tutti.

Un Governo europeo a tutto tondo avrebbe peso politico e forza per poter gestire le eccezioni umanitarie e ambientali senza tentennamenti o preoccupazioni di sorta per sanzioni o possibili ritorsioni economiche o legali. Nessuno potrebbe vedervi un “favore alla Russia” ma un semplice atto dovuto di autodifesa continentale.

La sovranità del bene comune

Arctic Metagaz nave EuropaOggi invece i singoli Stati possono temere ritorsioni o complicazioni burocratiche ma un’Europa unita, agendo come un blocco sovrano, stabilirebbe la protezione del Mediterraneo e delle sue coste come una priorità superiore a qualsiasi protocollo commerciale e per di più l’intervento federale risulterebbe un investimento anche dal punto di vista economico. Secondo il diritto marittimo internazionale, infatti, chi salva una nave in pericolo ha diritto a un “salvage award”, un premio di salvataggio (una percentuale del valore del carico o dello scafo). Decine di milioni di euro, in questo caso, che tornerebbero nelle casse comuni europee, magari per finanziare proprio quei mezzi utili di cui ora, invece, si discute su chi debba anticipare per il carburante (invece di andare a società private o restare congelato nel caos diplomatico).

La Arctic Metagaz ci ricorda allora che non abbiamo ancora imparato la lezione di quanto ammoniva lo statista Alcide De Gasperi, essere “europei per necessità” dato che l’unità europea non è un lusso per sognatori, ma una necessità per la sopravvivenza. La nave “va da sola” perché non siamo ancora capaci di andare insieme e di avere il coraggio di passare dall’Europa dei trattati all’Europa dei fatti ed evitare ciò che si può evitare.

 

Adamo De Palma

Foto © Shipmag, messaggidalmare.com, tuttieuropaventitrenta.eu, alground.com, reddit.com

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