Stati Uniti d’Europa: dal sogno federalista alla necessità geopolitica

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Tra federalismo e sovranità: prospettiva politica, economica e strategica per il futuro dell’Unione

Le ultime settimane hanno reso evidente una trasformazione che va oltre il dibattito strategico. Il progetto di un’Europa federale riemerge come risposta a una vulnerabilità esterna. L’Unione è chiamata a scegliere se restare un’unione economica incompleta o evolvere verso una vera sovranità politica.

Stati Uniti d’Europa: un’idea che torna centrale

L’idea federalista nasce dal Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, scritto nel 1941 durante la Seconda guerra mondiale. Il Manifesto emerge come riflessione di esuli antifascisti, che immagina una federazione europea capace di superare i nazionalismi e di impedire nuovi conflitti.

Gli Stati Uniti d’Europa non sono più uno slogan astratto, ma il formato con cui una parte dell’élite politica europea legge la nuova fase geopolitica. Questa espressione riappare ciclicamente nel dibattito pubblico ogni volta che l’Unione si trova davanti a una crisi esistenziale.

Nel contesto odierno, questa crisi è caratterizzata da un’urgenza ben più ampia, segnata dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, dall’estenuante guerra in Ucraina e dalla competizione commerciale con Cina e altre potenze globali.

Questo frangente rende visibile la fragilità dell’Europa e ne espone i limiti.

Draghi: da confederazione a federazione

In occasione del conferimento del dottorato honoris causa all’università di Lovanio in Belgio, Mario Draghi – ex presidente della Bce (Banca centrale europea), famoso per il suo “Whatever it takes” – ha formulato una tesi netta: «se l’Europa vuole restare rilevante, deve passare da confederazione a federazione», ovvero deve compiere i passi necessari verso la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa come istituzione politica, militare, economica e industriale.

Questo collegamento istituzionale avviene in un momento in cui le dinamiche delle relazioni internazionali mutano e gli Usa, «nella loro postura attuale», attuano e pianificano logiche di dominio e partnership senza considerazione per le leggi e i trattati presenti, e ritirandosi dal ruolo di garanti per la sicurezza europea come lo sono stati in passato.

Secondo Draghi, dove l’Europa si è già «federata» – commercio, concorrenza, mercato unico, politica monetaria – viene vista e trattata come una potenza in grado di negoziare con gli attori globali. Al contrario, laddove resta un mosaico di staterelli – difesa, politica industriale ed estera – l’Ue è percepita e considerata come «un’assemblea di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire», vulnerabile a pressioni esterne e condizionamenti.

Il manifesto

La costruzione fornita dalle dichiarazioni di Draghi si lega esplicitamente alla necessità di colmare il divario negli investimenti in tecnologie avanzate, difesa, transizione energetica e infrastrutture, stimato in oltre mille miliardi di euro l’anno nel periodo 2025-2031.

Queste parole trovano una sponda politica esplicita nel manifesto “Verso gli Stati Uniti d’Europa. Ora” promosso dalla delegazione del Partito Democratico al Parlamento europeo, che si propone come apertura per una “nuova stagione” in vista del 70° anniversario dei Trattati di Roma. Il testo presenta quattro pilastri per avvicinare l’Europa a un modello quasi federale: un bilancio europeo più solido, una politica estera coesa, l’abolizione del potere di veto e un maggiore ricorso alle cooperazioni rafforzate.

Tuttavia, questo progetto resta irto di ostacoli politici, giuridici e culturali. Molti Governi difendono i propri poteri, temendo che una federazione possa ridurre o indebolire il loro margine di manovra interno e alimentare reazioni sovraniste. Per questo, tanto Draghi quanto i promotori del manifesto del PD insistono in un approccio graduale e pragmatico: avanzare dove è possibile, sfruttando le cooperazioni esistenti.

Difesa comune: verso un’unione di sicurezza?

Se esiste un ambito in cui il progetto degli Stati Uniti d’Europa assume una dimensione più concreta, questo è quello della difesa. Il prolungamento della guerra in Ucraina, le strategie dell’amministrazione Trump che rappresentano una minaccia diretta alla sovranità europea e la crescita della competizione strategica globale hanno acceso il dibattito sul finanziamento di un piano europeo per un esercito comune.

L’Ue, nata come progetto di pace, si trova ora a discutere di deterrenza e riarmo coordinato, sebbene disponga già di alcune basi giuridiche e operative:

  • PESCO (Permanent Structured Cooperation): una cooperazione rafforzata in ambito militare tra Paesi membri disposti a impegnarsi maggiormente.
  • EDF (European Defence Fund): un fondo per finanziare ricerca e sviluppo nel settore della difesa.
  • EU Rapid Deployment Capacity: una forza di dispiegamento rapido fino a 5.000 soldati, prevista entro quest’anno.

Questi coordinamenti sono sostenuti dalla Commissione europea tramite la gestione dell’integrazione industriale e finanziaria nel settore della difesa e tramite il Consiglio europeo nel mantenimento del controllo politico. La Commissione e il Consiglio valutano strumenti comuni di finanziamento, mentre il Parlamento chiede maggiore coerenza strategica.

E6: Europa a più velocità

Nel frattempo, nel gennaio-febbraio 2026, un nucleo ristretto di Paesi membri – spesso indicato come “core Europe” –  avanza una proposta verso “un’Europa a due velocità” – “Two Speed Europe”, che consiste in una vera difesa comune senza necessariamente attendere l’adesione di tutti gli Stati membri. Proposta che sembra farsi sempre più concreta a livello politico e coerente con il modello di integrazione differenziata. 

Già oggi esistono precedenti noti:

  • L’area euro (19 Paesi)
  • L’area Schengen (non coincidente con tutti i membri Ue)

Gli “E6”, questo nucleo avanzato di Stati con capacità militari significative e volontà politica, includono Francia, Germania, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Polonia. In particolare, Parigi spinge per un’autonomia strategica europea più mercata, mentre Berlino sta progressivamente aumentando la propria spesa militare.

“Made in Europe”, ETS2 e legittimità democratica

In ambito industriale, la nuova enfasi politica europea predilige una produzione interna nei settori strategici. Energia, semiconduttori, difesa e tecnologie digitali sono considerati settori di autonomia critica e urgente per rispondere alla competizione globale con Usa e Cina.

Un modello “Made in Europe” potrebbe alimentare incentivi, incrementare le esportazioni e rafforzare la posizione negoziale esterna.

Mentre la riforma del mercato del carbonio (ETS2), con meccanismi di contenimento dei prezzi per evitare impatti sociali eccessivi, mostra il dilemma attuale europeo: decisioni comuni con effetti diretti sui cittadini, ma responsabilità politiche distribuite tra Bruxelles e Capitali nazionali a porte chiuse.

La necessità di un sistema federale si rende evidente in materia di competenze e accountability contro la percezione di un’Unione distante e tecnocratica.

La crisi come opportunità

La storia dell’integrazione europea insegna che ogni passo verso la coesione è avvenuto in seguito a una crisi: dalla Comunità del carbone e dell’acciaio all’euro, fino al debito comune durante la pandemia da Covid19.

Il nuovo ordine mondiale, dettato da tensioni commerciali, nuove alleanze e potenziali conflitti, definisce un momento critico nello scenario geopolitico. L’Ue si trova dinanzi a sfide di sicurezza e transizione industriale, e la sua risposta detterà il futuro del Vecchio Continente.

Il federalismo europeo non è più soltanto un progetto ideale. È diventato un’opzione strategica concreta nel XXI secolo.

 

Ammir El-Mehrat
Foto © La Repubblica, Reddit, Malpensa24, PDEuropa

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