A seguito delle recenti tensioni con Donald Trump, la premier italiana accoglie Rubio a Chigi per reimpostare i rapporti con Washington. Sullo sfondo un chiaro riallineamento con l’Unione europea
Alla fine è prevalsa la realpolitik. E da Palazzo Chigi è arrivato l’ok per un bilaterale fuori programma con il segretario di Stato statunitense. Dopo i primi attimi di esitazione, l’entourage di Meloni, in contatto da giorni con Washington, ha concluso l’organizzazione dell’incontro per venerdì – a testimonianza della prevalsa volontà distensiva fra i due poli. Eppure, a poche ore dalle prove di disgelo, non sembrano molti i progressi fatti.
L’incontro tra Meloni e Rubio
Secondo le ricostruzioni del Gazzettino, durante l’incontro Meloni avrebbe messo in dubbio la lealtà del presidente. E, dopo una serrata lista di sgarbi della Casa Bianca (dai dazi alla guerra in Iran mossa a sua insaputa), rivendicato il proprio ruolo di pontiere – che ammette esserle costato caro in Europa. “Un prezzo altissimo” pur di difendere “l’unità e la coesione”.
Ma, da ora in avanti, avrebbe avvertito, le cose devono cambiare. Roma non può tollerare ulteriori passi falsi: se il dialogo fra le due sponde dell’atlantico dovesse essere ulteriormente messo alla prova, ognuno baderà alla propria metà di campo.
La reazione del capo della diplomazia americana è tiepida. Rubio ascolta e annuisce, ma non si sbilancia. Sa che la leader italiana ha argomentazioni valide dalla sua e che chiunque, specialmente a casa propria, difende l’interesse nazionale. Decide allora di smarcarsi pubblicamente come «grande sostenitore della Nato», ma chiarisce che eventuali responsabilità su spostamenti di basi o truppe fuori dal territorio dell’Alleanza atlantica ricadono sul suo superiore. L’unico che abbia giurisdizione in materia.
Prove generali per il dopo Trump
Si ha quindi l’impressione che il bilaterale tra Roma e Washington sia stato più di un semplice incontro tra alti vertici di Stato. In molti sostengono che sottotraccia si siano gettate le basi per il dopo Trump e che si siano intravisti i primi passi di Rubio in questa direzione.
L’attuale inquilino della Casa Bianca è al massimo storico dell’impopolarità: quasi ⅔ (67%) dei cittadini americani disapprovano le sue decisioni. La guerra in Iran, l’aumento del carburante e l’inflazione sono temi che pesano sulle tasche di tutti. Perciò, la prossima riscrittura del Congresso rischia di trasformarsi in una vera e propria Caporetto. Ne dà conferma la smentita di Meloni su un’eventuale missione a Washington prima delle elezioni di midterm in novembre.
Dietro tali ragioni si colloca anche il ripensamento della politica estera di Palazzo Chigi. Mentre la crisi energetica generata dalla chiusura dello stretto di Hormuz mette a dura prova i mercati euroasiatici e pone seri quesiti su una transizione più rapida verso nucleare e rinnovabili, la presidente del consiglio pare aver intrapreso un chiaro cambio di rotta. Un percorso meno ambiguo ed equidistante e più sbilanciato verso Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles.
Meloni aderisce all’iniziativa Ue per apertura di Hormuz
La virata della premier italiana porta con sé un ampio elenco di esempi. Verso metà aprile, a Washington balenava l’idea di riaprire Hormuz forzando il blocco iraniano. Nell’immaginario di Donald Trump, la cosiddetta Coalizione di Hormuz si sarebbe dovuta comporre dei principali alleati degli Usa, tra cui Canada, Giappone, Corea del Sud e molti Paesi dell’Unione europea. Constatata l’impraticabilità e i rischi di tale iniziativa, da Ottawa a Bruxelles, sono seguiti una serie di rifiuti e l’avvio di un’operazione diplomatica alternativa (volta a riaprire lo stretto e a porne le dovute garanzie di sicurezza).
Roma vi ha aderito immediatamente, dimostrando la propria disponibilità a inviare un piccolo contingente marittimo non appena si fossero palesate le condizioni. Vale a dire un cessate il fuoco duraturo e stabile.
In un’intervista al Corriere, Trump ha manifestato tutta la sua amarezza per l’adesione di Meloni al piano europeo. Accusandola di delegare agli Stati Uniti il lavoro e gli sforzi che le dovrebbero spettare.
Meloni cambia postura su Israele e Unione europea
In quei stessi giorni, la presidente del consiglio preparava un’altra serie di importanti cambi di postura, ampliando il distacco con la Casa Bianca. Di stanza al Vinitaly, prendeva senza esitazioni le difese del Papa, affermando di non sentirsi a proprio agio «in una società in cui i leader religiosi fanno quello che dicono i leader politici».
Poco prima, invece, condannava duramente i colpi di fuoco di alcune IDF (Israel Defence Forces) ai danni di un convoglio italiano Unifil in Libano. Poi l’annuncio del non rinnovamento del memorandum di cooperazione militare e di difesa con Tel Aviv – giunto a scadenza naturale. Per Roma, il sottotesto è implicito: oggi, essere amici dell’America e di Israele è difficilmente sostenibile.
C’è, in ultimo, l’evoluzione dello scenario europeo. La sconfitta di Orban ha riallineato l’Ue sull’Ucraina, permettendo lo sblocco dei 90 miliardi di euro su cui gravava il veto dell’ex presidente magiaro e del presidente della Repubblica slovacca Fitzo – costretto a fare marcia indietro.
Dopo il cambio di guardia a Budapest e con Le Pen a rischio incandidabilità perché sotto processo, l’asse sovranista europeo è parecchio indebolito. Perciò, per Roma, la scelta più logica è stata virare verso l’europeismo.
Il destino della Nato
Stavolta, tuttavia, il riallineamento della premier pare superare ogni ragionamento di convenienza. Le attuali circostanze impongono una riflessione sul futuro della Nato e dell’Occidente unito. Specie se è dall’interno che si tenta di farne saltare le impalcature. Negli scorsi giorni, Donald Trump ha messo a dura prova le già traballanti relazioni transatlantiche, annunciando il taglio di 5.000 unità Usa dalla Germania e minacciando di fare lo stesso con le basi italiane e spagnole.
Si tratta di scelte che hanno scosso e sorpreso per tempistiche e modalità le cancellerie europee, ma che si inseriscono in un coerente solco tracciato fin da inizio mandato. Quello del disimpegno dal Continente europeo. Da novembre 2024, sono stati svariati i segnali in tal senso: dal taglio del Bsi (Baltic security Iniative) – bloccato in febbraio dal Congresso – al ritiro effettivo di centinaia di truppe da Romania, Bulgaria, Ungheria e Slovacchia. Passando per le indiscrezioni di Reuters su un eventuale abbandono statunitense della Nato entro il 2027.
Se letta alla luce di tali sommovimenti epocali interni all’Alleanza Atlantica, la scelta della presidente del consiglio va intesa in un’ottica più ampia. Quella della difesa dell’Europa e dell’incoraggiamento di una difesa politica e militare comune europea.
Per Meloni, mai come oggi, «la destra o è Europa o non è».
Fabio Sinisi
Foto © l’Eco del Sud, Androkonos, Il Fatto Quotidiano, Med-Or, Becoming Christians













