Insetti come nuove fonti proteiche nell’Unione europea

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Le norme giuridiche, i rischi, le opportunità e l’opinione dei consumatori nella commercializzazione di insetti edibili

Nonostante quello che normalmente si pensa, cibarsi di insetti ovvero l’entomofagia è una pratica consolidata in oltre 130 Paesi e sta trovando una regolamentazione legale anche nell’Unione europea. L’integrazione degli insetti nella dieta degli occidentali non avverrà attraverso il consumo diretto di esemplari interi, bensì mediante il loro utilizzo come ingredienti trasformati in prodotti alimentari familiari.

Dal 2018 il regolamento Ue 2015/2283 sui “novel foods” ha sottoposto la commercializzazione di insetti edibili a una valutazione sulla sicurezza da parte dell’European Food Safety Authority (EFSA). Ad oggi, quattro specie di insetti hanno ottenuto l’autorizzazione: la farina di grillo domestico “Acheta domesticus”, la larva gialla della farina “Tenebrio molitor” nelle forme essiccata e congelata, la locusta migratoria “Locusta migratoria” e, dal gennaio 2023, la larva del coleottero “Alphitobius diaperinus”. Altre richieste, tra cui quella relativa alla mosca soldato nera “Hermetia illucens” per il consumo umano diretto, sono in fase di indagine.

Tuttavia, nonostante le autorizzazioni finali della EFSA, la diffusione di questi prodotti sugli scaffali dei supermercati europei rimane limitata. Per comprendere questa situazione occorre esaminare diversi fattori tra i quali: i sostenitori, con i loro indubbi validi motivi di interesse pubblico per gli insetti edibili, la gestione dei rischi legati alle allergie e le barriere culturali come nel caso dei consumatori italiani.

Una proposta indubbiamente vantaggiosa

Le più recenti proiezioni demografiche indicano che entro il 2050 la popolazione mondiale raggiungerà circa 10 miliardi di persone, rendendo insostenibile un incremento lineare della produzione di proteine animali tradizionali. Inoltre, gli insetti presentano un’efficienza di conversione alimentare notevolmente superiore a quella dei mammiferi terrestri. Per produrre 1 kg di proteine di grillo sono necessari circa 1,7 kg di mangime, contro i 610 kg richiesti per 1 kg di carne bovina. Le emissioni di gas serra e il consumo idrico sono significativamente inferiori. Per di più l’allevamento di insetti, potenzialmente realizzabile su sottoprodotti agricoli (crusca, scarti vegetali), si inserisce in modelli di economia circolare.

Il vincolo psicologico e culturale

La maggioranza dei consumatori europei rifiuta il consumo di insetti interi, mentre mostra maggiore apertura verso formati trasformati in cui l’insetto non sia riconoscibile. Le applicazioni commerciali attuali si concentrano sull’utilizzo degli insetti come “ingredienti in prodotti familiari”: barrette proteiche, cracker, pasta, burger vegetali arricchiti, polveri per frullati. In questi formati, la macinazione e la trasformazione termica rimuovono i caratteri morfologici (appendici, segmenti corporei, occhi composti) che suscitano repulsione. La percezione del consumatore si riallinea così a quella di farine proteiche atipiche ma non ripugnanti.

L’integrazione invisibile

Questa strategia, definita nella letteratura specializzata come “invisible integration”, è stata adottata da diverse aziende europee (Buzz in Germania, Entis in Finlandia, Protifarm nei Paesi Bassi) e da startup italiane come Nutrinsect (Verona) e Italian Cricket Farm (Piemonte). I loro prodotti di punta non consistono in insetti interi, ma in panature, bastoncini proteici e miscele per preparazioni da forno.

L’approccio trova fondamento nella letteratura psicologica: la neofobia alimentare, ovvero la riluttanza a consumare cibi sconosciuti, è particolarmente intensa per alimenti che richiamano organismi animali intatti. La farina di insetto, invece, attiva processi di categorizzazione meno minacciosi, assimilandosi a legumi o cereali in polvere.

I profili di rischio

Oltre al disco verde su alcuni prodotti specifici, l’EFSA ha identificato anche molteplici argomenti di rischio. Dal punto di vista microbiologico, gli allevamenti controllati in Europa (Francia, Paesi Bassi, Italia) rispettano standard assimilabili a quelli della zootecnia convenzionale, con basso rischio di patogeni quali Salmonella o Listeria, a condizione che vengano applicati trattamenti termici adeguati (cottura, essiccazione, macinazione a caldo).

Alcune specie possono accumulare metalli pesanti se alimentate con substrati contaminati; altre, come i tenebrionidi, producono chinoni come meccanismo di difesa, che richiedono specifici processi di rimozione. Per questa ragione, ogni autorizzazione EFSA è vincolata a uno specifico ceppo, a una composizione definita della dieta, a un metodo di allevamento e a una destinazione d’uso.

Problemi aperti

L’area più sensibile e meno risolta è quella delle allergenicità. Studi clinici, in particolare quelli condotti nell’ambito del progetto europeo SUSINCHAIN (Horizon 2020), hanno dimostrato che soggetti allergici a gamberi o granchi possono presentare reazioni allergiche simili anche alla farina di grillo o di larva. Sono state inoltre documentate sensibilizzazioni primarie a proteine specifiche degli insetti in individui senza precedenti allergie alimentari.

L’etichetta sul prodotto costituisce uno strumento indispensabile di salute pubblica. Il regolamento Ue impone l’indicazione degli insetti tra gli ingredienti, ma non obbliga a un avvertimento specifico per i soggetti allergici a crostacei e molluschi. Diversi Stati membri, tra cui Italia e Francia, hanno richiesto all’EFSA linee guida più stringenti. Il compromesso attuale prevede che le aziende aggiungano volontariamente formulazioni del tipo “può causare reazioni in soggetti allergici a molluschi e crostacei”.

Fobia e disgusto per il consumatore italiano

Secondo un’indagine del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e economia agraria) divisione alimenti e nutrizione (2023), il 52% degli italiani si dichiara molto restio a consumare insetti interi, mentre la percentuale scende al 28% se l’insetto è sotto forma di farina in prodotti panificati. La neofobia alimentare, misurata con la scala FNS (Food Neophobia Scale), risulta mediamente più alta che nei Paesi nordici, ma inferiore a quella di alcune Regioni dell’Europa orientale.

Accanto alla neofobia opera la variabile del “disgusto”. Studi di psicologia evolutiva indicano che il disgusto verso gli insetti ha una base prevalentemente culturale e non biologica: bambini piccoli di diverse culture ne sono meno influenzati, suggerendo un apprendimento sociale. In Italia, l’associazione tra insetto e categorie quali “sporco” o “decaduto” è stata rinforzata da decenni di campagne igieniche e da una tradizione culinaria che non include tali forme di vita.

In conclusione, l’insetto edibile non si configura come “cibo del futuro” nel senso di un consumo diffuso di esemplari interi. La sua integrazione nella dieta dei cittadini europei, se avverrà, sarà probabilmente sotto forma di polvere proteica neutra in prodotti alimentari trasformati, senza che il consumatore ne percepisca direttamente la presenza. La sfida normativa e culturale consiste nel gestire questa invisibilità senza compromettere la trasparenza, bilanciando accettabilità e sicurezza.

 

Nicola Sparvieri

Foto © AI, GreenMe, Alia Insect Farm, Gastronomia Mediterranea, il giornale del cibo

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