Sarajevo, trent’anni dopo l’assedio

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Sarajevo trent'anni dopo assedio

A trent’anni dalla fine dell’assedio, Sarajevo resta simbolo di resistenza e convivenza. Le sue ferite raccontano ancora l’Europa di ieri e di oggi

Trent’anni separano il presente dalla fine di uno degli assedi più lunghi e drammatici della storia contemporanea: quello di Sarajevo. Una ferita ancora aperta nella coscienza europea, un capitolo che non appartiene solo ai Balcani, ma all’intero equilibrio geopolitico del Continente.

Una guerra urbana senza precedenti

L’assedio di Sarajevo ebbe inizio nell’aprile del 1992, nel pieno della dissoluzione della Jugoslavia. La città, simbolo di convivenza multiculturale tra musulmani bosniaci, serbi ortodossi e croati cattolici, si trasformò improvvisamente in un teatro di guerra. Le forze serbo-bosniache circondarono la Capitale, isolandola completamente: per quasi quattro anni, fino al febbraio 1996, Sarajevo visse sotto un assedio costante, fatto di bombardamenti quotidiani, cecchini appostati sui palazzi, fame e disperazione.

Fu una guerra urbana senza precedenti in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Più di 11.000 civili persero la vita, tra cui oltre 1.500 bambini. Le immagini di cittadini costretti a correre lungo la tristemente nota “Sniper Alley”, di file interminabili per l’acqua e il pane, e di interi quartieri ridotti in macerie, entrarono nella memoria collettiva globale.

Resistenza e identità

Sarajevo resistette. Resistette non solo militarmente, ma soprattutto moralmente. Teatri che continuavano a rappresentare, concerti improvvisati nei rifugi, scuole clandestine: la città cercava disperatamente di non perdere la propria identità mentre tutto attorno crollava. In questo contesto, la comunità internazionale apparve inizialmente impotente. Le missioni Onu, pur presenti, non riuscirono a impedire le violenze, e solo nel 1995, con un cambio di strategia, si arrivò a un intervento più incisivo.

I bombardamenti della Nato contro le postazioni serbobosniache segnarono una svolta decisiva. A ciò seguì un’intensa attività diplomatica che portò agli Accordi di Dayton, firmati nel dicembre 1995. Quegli accordi posero fine alla guerra, ma definirono anche un assetto istituzionale complesso e fragile per la Bosnia ed Erzegovina, ancora oggi in vigore.

Un equilibrio fragile

Trent’anni dopo, Sarajevo è una città che ha saputo rialzarsi, ma che porta ancora i segni visibili e invisibili del conflitto. Le cicatrici sui muri, le cosiddette “rose di Sarajevo” – segni delle esplosioni riempiti di resina rossa – ricordano quotidianamente il prezzo pagato. Ma più profonde sono le divisioni politiche ed etniche che ancora attraversano il Paese.

La Bosnia ed Erzegovina contemporanea è uno Stato formalmente unitario, ma di fatto diviso in entità autonome che riflettono le linee di frattura della guerra. Le tensioni tra le diverse comunità non sono mai del tutto sopite, alimentate da interessi politici interni e influenze esterne. L’Europa osserva, spesso con preoccupazione, un equilibrio che appare stabile solo in superficie.

Un simbolo di resilienza e speranza

Sarajevo trent'anni dopo assedioEppure, Sarajevo continua a rappresentare anche un simbolo di resilienza e speranza. Una città che, nonostante tutto, ha scelto di vivere. I giovani che oggi la abitano non hanno vissuto l’assedio, ma ne ereditano la memoria, trasformandola in una spinta verso il futuro.

Ricordare Sarajevo, a trent’anni dalla fine dell’assedio, non è solo un esercizio storico. È un monito. Significa interrogarsi su quanto l’Europa sia stata capace – o incapace – di prevenire e gestire un conflitto nel proprio cuore. Significa comprendere che la pace non è mai definitiva, ma va costruita e difesa ogni giorno.

Perché Sarajevo non è solo ciò che è stata. È ciò che potrebbe ancora insegnarci.

 

Michel Emi Maritato

Foto © MITAG, Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropea, The Wom Travel

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