Danimarca, Frederisken atto terzo

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Il nuovo Governo danese riunisce quattro partiti su welfare, fisco e difesa, mentre resta aperto il nodo della copertura finanziaria

Il nuovo Governo danese nasce dopo una della trattative più lunghe della storia recente del Paese. Dalle elezioni del 24 marzo 2026 all’intesa annunciata il 1° giugno sono trascorsi sessantanove giorni, durante i quali Mette Frederiksen ha condotto la maggior parte dei negoziati su mandato del Re Frederik X. Il 3 giugno, il nuovo esecutivo si è presentato al palazzo reale di Amalienborg, ufficializzando così il terzo mandato consecutivo della leader socialdemocratica.

Sessantanove giorni di trattative

Nonostante i Socialdemocratici restano il primo partito – pur registrando il risultato peggiore in oltre un secolo – il Parlamento Danese si presenta frammentato tra un blocco di sinistra e uno di destra, diviso da pochi seggi; 84 per il blocco rosso-verde, contro i 77 del blocco blu. In questo scenario i Moderati di Lars Løkke Rasmussen assumono il ruolo di ago delle bilancia, esercitando la capacità di influenzare la formazione del nuovo Governo. Il primo Kongerunde – “giro del Re” – affidato a Mette, è durato fino all’8 di maggio – circa 45 giorni – passato poi a Troels Lund Poulsen, leader di Venstre (partito di centro-destra), per poi tornare a Mette dopo poco più di una settimana.

In questo periodo di trattative, i diversi partiti hanno cercato coalizioni e programmi condivisi, fino all’intesa che ha dato vita la nuovo Governo danese.

“Firkløverregeringen”: il quadrifoglio dei quattro partiti

La nuova coalizione si è auto definita “Firkløverregeringen“- “Governo quadrifoglio” – che si rifà a quello guidato da Poul Schlüter tra il 1982 e il 1988, allora di segno opposto – riunisce i Socialdemocratici di Mette Frederiksen, il Partito Popolare Socialista (SF) di Pia Olsen Dyhr, i Moderati di Lars Løkke Rasmussen , e i Social-Liberali di Radikale Venstre di Martin Lidegaard. Si sposta dunque il baricentro verso il centrosinistra, escludendo il partito di Venstre dell’esecutivo uscente. La stessa Olsen Dyhr sintetizza le distanze interne: «siamo quattro partiti, ma un solo Governo». La tenuta dell’alleanza dipenderà dalla gestione di queste identità.

Nuovi traguardi

La nuova squadra conta ventuno ministri, quattro in meno rispetto ai venticinque dell’esecutivo uscente. Per la prima volta nella storia danese, questo Governo conta più donne che uomini, undici contro dieci. La premier Frederiksen, in uscita dal palazzo di Amalienborg ha sottolineato: «più ministre che ministri». È anche la prima volta in cui si vedono ministre con background migratorio: Samira Nawa dei Social-Liberali – di origini afghane – alla guida di Clima e Energia, e Monika Rubin dei Moderati – con madre polacca e madre iraniano – agli Affari Sociali.

I partiti si sono distribuiti i diversi ministeri nel rispetto della rappresentanza elettorale: nove dicasteri ai Socialdemocratici, cinque al Partito Popolare Socialista, quattro ai Moderati e tre ai Social-Liberali. Tra le novità, Martin Lidegaard, leader dei social-liberali, ha ricevuto l’incarico di Ministero per l’Impresa e la Competitività, Pia Olsen Dyhr prende Economia e Interni, mentre Lars Løkke Rasmussen è riconfermato come Ministero degli Affari Esteri. Difesa, Giustizia, Immigrazione, Educazione, Lavoro, Pari Opportunità e Sanità restano in mano ai Socialdemocratici di Mette. Ambiente e Infanzia vanno a SF, Finanze e Affari Sociali ai Moderati, mentre Impresa, Cultura e Servizi Pubblici ai Social-Liberali. 

Mette atto terzo

A capo del nuovo esecutivo viene riconfermata Mette Frederiksen, primo ministro dal 2019 e ora al suo terzo mandato, dopo aver scommesso su una possibile rielezione, anticipando le elezioni nel bel mezzo di una crisi diplomatica con gli Stati Uniti sulla Groenlandia.

La sua leadership si è costruita sulla gestione della pandemia, sul sostegno incondizionato all’Ucraina e su una linea dura in materia di immigrazione, tradizionalmente associata alla destra europea. Nel gennaio 2026 il suo Governo ha annunciato l’espulsione dei cittadini stranieri condannati a un anno o più di carcere. Tali politiche hanno suscitato diverse accuse da parte di Bruxelles sulla legittimità di queste espulsioni, mettendo in dubbio la compatibilità di queste misure con il sistema europeo comune di asilo e con gli obblighi internazionali sulla protezione dei rifugiati, sottolineando i rischi per l’accesso effettivo alle procedure e alla protezione.

Frederisken si è fatta riconoscere a livello internazionale anche per la sua politica legata a sicurezza interna ed europea. Al Copenhagen Democracy Summit del 12 maggio 2026, in dialogo con Anders Fogh Rasmussen – ex-primo ministro danese – avverte apertamente al Continente che «non siamo più in tempo di pace», sostenendo che senza un cambio di mentalità la Russia prevarrà. Dall’inizio della guerra in Ucraina la Danimarca ha aumentato la sua spesa per la difesa portandola dal 1,3% al 3,5% del Pil, con l’intento di portarlo al 5% – oltre il doppio dei requisiti Nato.

La premier danese ha fatto della sovranità sulla Groenlandia una delle sue tematiche principali durante la campagna elettorale,sottolineando che il futuro del Commonwealth riguarda solo i tre Nazioni – Danimarca, Groenlandia e Isole Faroe; non Trump – e ribandendo la necessità di rafforzare le relazioni diplomatiche fra i Paesi nordici e le medie democrazie – compreso il Canada –  in un tempo in cui «il vecchio ordine mondiale come lo conosciamo sta cambiando rapidamente, oppure è finito del tutto». 

Il programma del Governo più verde di sempre

Il programma del nuovo esecutivo danese, documentato in 76 pagine, riporta il welfare al centro della sui obiettivi – rispecchiando il tradizionale sistema sociale danese. Tra le principali misure annunciate:

  • Economia:
    • IVA sui prodotti alimentari dimezzata, e completamente eliminate su frutta e verdura, mantenendo l’imposta su cioccolato e dolci.
    • Abolizione dell’imposta sul reddito per i ceti medi e per i ceti più abbienti.
    • Assegno di 1000 corone al mese (circa 150 euro) per i giovani vulnerabili e i pensionati sotto la soglia di povertà.
  • Scuola e istruzione:
    • Investimento di 5 miliardi di corone danesi nelle scuole primarie – il maggiore incremento negli ultimi anni.
    • Investimento di 1 miliardo di corone danesi per l’istruzione e la ricerca per università e scuole superiori.
    • Sostegno speciale a partire dal 2027 per le 100 scuole con le prestazioni peggiori.
    • Una strategia Nazionale per L’intelligenza Artificiale nelle scuole
  • Clima, ambiente e benessere degli animali:
    • Un fermo netto all’espansione della produzione suina, che ha visto forti manifestazioni a sostegno durante la campagna elettorale, e un possibile potere di veto dei Comuni sui nuovi allevamenti.
    • Preservazione di almeno il 30% del territorio danese destinato a riserve naturali protette, e conversione di 390.000 ettari in aree naturali e foreste.
    • Niente gas o petrolio nelle case danesi entro il 2035 e neutralità climatica entro il 2045 come obiettivo vincolante.

Inoltre il Governo intende stanziare fondi per garantire trattamenti illimitati per la fertilità, aumentando l’età per l’esigibilità da 40 a 46, e implementando strategie contro la violenza domestica e gli omicidi da parte dei partner. Si aggiungono, un divieto per l’utilizzo dei Social per minori sotto i 15 anni, trasporti pubblici gratuiti per gli under 22, la reintroduzione del “Store Bededag” – “Grande Giorno di Preghiera” – condizionata dal mantenimento dei livelli occupazionali, e un aumento di 3.000 corone per la pensioni anticipate.

La chiave di volta

Alla base di queste iniziative promettenti resta aperto un interrogativo centrale: come finanziare tutte queste misure. Frederiksen stessa riconosce che il programma non è interamente coperto, ma sostiene che lo diventerà col tempo. Dall’opposizione, il leader del partito uscente, Troels Lund Poulsen critica promesse per 30-50 miliardi di corone senza una copertura chiara, mentre lo statista Lars Løkke Rasmussen rivendica quella che definisce una «politica di riforme ambiziosa», in grado di accrescere l’economia danese di 70 miliardi entro il 2035.

La mancanza di dossier privi di accordi definitivi assegnati a commissioni e gruppi lavoro dalla coalizione, ha suscitato critiche e sospetti da parte della stampa danese. Berlingske ha ribattezzato l’esecutivo come «Governo roulette», mentre Politiken lo descrive come i «quattro solisti» più che un’orchestra. Altri analisti politici più ottimisti, hanno definito il nome del nuovo esecutivo come un auspicio di buona fortuna, indicando la rarità nel trovare un quadrifoglio, e rispecchiando le posizioni comuni fra i quattro partiti. 

Il modello nordico sotto esame

Il terzo mandato di Mette Frederiksen diventa così un test cruciale per la resilienza del modello nordico in un’epoca di crisi diplomatiche e conflitti globali. Le promessa su sicurezza sociale e ambientale, protezione del welfare, accelerazioni sul clima, ordine e sicurezza, dovranno confrontarsi con margini di spesa sempre più stretti e con una società meno omogenea, più multiculturale e più polarizzata di quanto suggerisca la retorica sulla coesione danese.

Per l’Unione europea, il nuovo Governo di Copenaghen sarà un interlocutore chiave su energia, clima e difesa comune. La Danimarca siede tra i Paesi che spingono per un riarmo dell’Ue e presiede un fronte nordicobaltico sempre più esposto. Le nuove combinazioni – interne ed esterne – potrebbero spingere la Danimarca a giocare un ruolo più assertivo nei negoziati su obiettivi climatici e politiche industriali verdi, ma anche a chiedere maggiori margini di flessibilità per proteggere il proprio modello di welfare.

 

Ammir El-Mehrat
Foto © Berlingske, Statministeriet, Kongehuset.dk, NewsNine

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