Presente nelle vite di tanti dal 1800 rappresenta uno degli strumenti più forti per immagazzinare i ricordi e raccontare la storia. Ma la carta di Treviso?
Molti scatti fotografici si impongono nell’immaginario collettivo, lasciando un segno indelebile e indimenticabile nelle coscienze degli uomini.
Determinati avvenimenti e circostanze sono legati per sempre a una foto. Anzi la foto diventa il simbolo dell’avvenimento stesso.
Se pensiamo a momenti del passato, lontano e recente, ci vengono in mente le foto di quegli episodi che suscitano in noi stati emozionali e angosce.
Le foto nella storia contemporanea
Come non provare orrore nel vedere l’immagine di un uomo mentre si getta nel vuoto da un grattacielo in fiamme? The Falling Man, la foto simbolo dell’attacco alle Torri Gemelle, l’11 settembre del 2001, scattata da Richard Drew.

Molti hanno ancora vivo il ricordo della bimba vietnamita completamente nuda e ustionata dal napalm che corre per cercare la salvezza. La foto di Kim Phúc, scattata l’8 giugno del 1972, durante la guerra del Vietnam. O ancora quella simbolo della rivolta di Piazza Tienanmen, nel 1989, dove uno studente (il Rivoltoso sconosciuto) solo e disarmato si parò davanti a una colonna di carri armati.
La fine delle seconda guerra mondiale fu salutata con slanci di gioia da tutti i popoli. La foto che simboleggia il ritorno alla vita normale è quella celeberrima del bacio tra il bel marinaio e la giovane infermiera vestita di bianco che si incontrano in mezzo alla folla festante. Scattata, il 14 agosto 1945, da Alfred Eisenstaed “non era proprio un evento romantico, ma solo qualcuno che festeggiava. Un modo per ringraziare Iddio che la guerra fosse finita“, rivelò in un’intervista nel 2005.

Anche il più grande fisico del Novecento, Albert Einstein, è conosciuto ai più non tanto per le sue scoperte, quanto per la celebre foto che lo ritrae mentre fa una linguaccia.
In questi tempi recenti di pandemia, per noi italiani, la foto simbolo della tragedia è quella in cui si vede l’interminabile fila dei camion dell’esercito con il loro carico di morte che percorrono la strada principale di una Bergamo notturna, impaurita.
La bambina con il fucile
Anche la brutale aggressione dell’Ucraina ha già la sua foto simbolo che ha fatto velocemente il giro del Mondo. Nello scatto è ritratta una bambina di appena 9 anni, seduta sulla soglia di una finestra di un palazzo semidistrutto. Capelli biondi, legati da due nastri del colore della bandiera ucraina, lecca–lecca in bocca e un fucile stretto tra le mani. L’innocenza rappresentata della caramella contrasta con l’espressione di sfida e con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte.
Simboleggia l’infanzia negata, la tragedia dei bambini sfollati, privati della scuola, uccisi dalle bombe, maanche la resistenza, il coraggio, l’orgoglio di un popolo che non vuole piegarsi.
Fotografia reale o costruita?
La foto non è un’istantanea colta da un fotografo a caccia di immagini. È una foto costruita, scattata dal padre stesso della bambina che, in questo modo ha voluto far sapere a tutti ciò che succede in Ucraina dove anche i bambini impugnano le armi.
Il padre è il fotografo Oleksii Kyrychenko e ha realizzato lo scatto proprio a Kiev. “Il fucile è mio e l’ho dato a mia figlia scarico”, ha dovuto sottolineare.
In brevissimo tempo è stato condiviso e Oleksii in un messaggio ha scritto “Let it share. I took this shoot to draw the world’s attention to russian agression in Ukraine”. “Condividete. Ho fatto questo scatto per attirare l’attenzione del Mondo sull’aggressione russa in Ucraina”.
Obiettivo raggiunto
Oleksii Kyrychenko è riuscito a raggiungere il suo scopo, quello di far condividere il più possibile la foto. Ma è giusto? Nonostante le buone intenzioni del padre, è inaccettabile che una bambina di appena nove anni sia usata come strumento di comunicazione.
La pubblicazione di questa foto è stata utilizzata in maniera massiccia dai media italiani. «Questa scelta, prima ancora di violare la Carta di Treviso sulla protezione dei minori, pone serissimi problemi etici ai direttori che hanno deciso di utilizzarla senza valutarne gli effetti». Questo è quanto affermato dal presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli.
La Carta di Treviso infatti, salvaguarda sì il diritto di cronaca, ma pone principalmente l’attenzione sulla responsabilità che i mezzi di informazione hanno nel dover rispettare l’immagine di bambini e adolescenti.
La Carta di Treviso
Firmato nel 1990, dal 2016 è parte integrante e fondamentale del Testo Unico dei Doveri del Giornalista. Recentemente è stato modificato colmando alcune lacune generate soprattutto dall’avvento, e dal grande utilizzo, dei social. Infatti, oltre a dover sempre garantire l’anonimato del minore, le precauzioni elencate nella carta, vanno applicate anche alle forme di giornalismo online e a quelle che utilizzano i nuovi strumenti tecnologi come i social.
Commentando la foto della bambina, per Carlo Bartoli «Se i social media diventano la fonte acriticamente utilizzata per attingere non notizie ma foto costruite, il giornalismo rischia seriamente di smarrire la propria funzione».
Bisogna fare buona informazione e la guerra è una tragedia che deve essere commentata. Ha senso, quindi, una scelta del genere? Ossia quella di raccogliere dai social immagini, costruite come dei veri e propri set fotografici, non pensando però né alle conseguenze né al contesto. Immagini del genere, che coinvolgono e strumentalizzano minori, in contesto dove morte, dolore e sofferenza travolgono la vita di centinaia di persone.
Sveva Marchetti
Foto © Gianfranco Cannarozzo, Eurocomunicazione, wiredt, focust













